Glocal… no social
Settimanale di attualità, economia e sport

Ultima edizione

Giovedì 4 giugno 2026 - Numero 429

Il presidente americano accentra troppo potere: un sondaggio conferma questa tendenza

La percezione di un governo troppo potente non è più appannaggio esclusivo dei conservatori: è diventata una preoccupazione trasversale
Donald Trump ha vinto con ampio margine le elezioni americane
Donald Trump ha vinto con ampio margine le elezioni americane
Condividi su

Prosegue il nostro rapporto di collaborazione con la piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’, fondata e guidata dal giornalista Matteo Muzio. Il portale di ‘Jefferson’, con tutti i suoi articoli e le varie sezioni, è visitabile all’indirizzo https://www.letteretj.it, da dove ci si può anche iscrivere alla newsletter.

di MATTEO MUZIO *

La presidenza americana è un’istituzione che è gradualmente ha avocato a sé sempre più potere. Il primo aumento vertiginoso di poteri è avvenuto con la guerra civile e l’uso dei cosiddetti “poteri di guerra”. In seguito, la Grande Guerra e la Seconda Guerra Mondiale hanno rafforzato questa tendenza, così come il New Deal successivo alla Grande Depressione, negli anni ’30, ha favorito l’accentramento economico.

A partire dagli anni ’90 però, la crescente disfunzionalità di rapporto tra presidenza e Congresso, spesso appartenenti a partiti opposti, ha spesso tentato i presidenti anche democratici di fare ricorso all’autorità e ai poteri “impliciti” del presidente. Con la segreta speranza che mai sarebbe arrivato il demagogo “cromwelliano” tanto temuto dai Padri Fondatori.

Con l’arrivo di un presidente come Trump, incarnazione di quei timori di fine Settecento, per la prima volta da anni, il mood è cambiato. Anche e soprattutto i democratici. Secondo l’ultimo sondaggio Gallup, il 62% degli americani ritiene che Washington abbia accumulato troppo potere. È il dato più alto mai registrato da quando la rilevazione è iniziata nel 2002. Ma dietro questa cifra si nasconde molto più di un semplice malcontento: c’è una mutazione profonda del tessuto democratico americano.

Il dato è particolarmente significativo perché segna un’inversione storica: per la prima volta dal 2003, i Democratici sono più critici dei Repubblicani sul tema del potere governativo. Il 66% degli elettori democratici afferma che il governo è troppo potente, contro il 58% dei repubblicani. Un ribaltamento che riflette la crescente preoccupazione per l’attivismo presidenziale di Donald Trump, ora al suo secondo mandato.

A fare da sfondo a questa inquietudine è il cosiddetto Project 2025, un piano strategico promosso dalla Heritage Foundation che mira a centralizzare il potere nell’esecutivo, ridurre l’autonomia delle agenzie federali e riformare radicalmente le politiche pubbliche in senso conservatore. Il progetto prevede, tra le altre cose, la formazione di una nuova classe dirigente allineata ideologicamente, la revisione dei programmi scolastici e l’uso più aggressivo del potere presidenziale.

Non si tratta solo di teoria. Trump ha già messo in pratica molte delle indicazioni contenute nel documento: licenziamenti di natura politica, militarizzazione delle città, epurazioni nelle agenzie indipendenti e pressioni sulla giustizia federale sono diventati strumenti quotidiani di governo.

Nonostante la crescente impopolarità del presidente – con il tasso di approvazione spesso sotto il 40% – Trump continua a dettare l’agenda politica in virtù della duplice maggioranza alla Camera e al Senato. Il Partito Repubblicano lo sostiene compatto, mentre i Democratici appaiono divisi e incerti. La strategia dell’opposizione si concentra soprattutto sul piano giudiziario: nei primi sette mesi del secondo mandato, sono stati depositati 384 ricorsi contro decisioni dell’amministrazione, con 130 sentenze che hanno bloccato almeno in parte i suoi piani.

Oltre al tema del potere, Gallup ha rilevato che il 51% degli americani ritiene che il governo stia facendo troppo, mentre il 40% vorrebbe che facesse di più. Anche qui, le differenze di partito sono nette: il 74% dei repubblicani vuole meno intervento statale, contro il 34% dei democratici. Ma a differenza della questione del potere, su questo fronte le posizioni sono rimaste relativamente stabili.

Il 2025 segna un punto di svolta nel rapporto tra cittadini e istituzioni negli Stati Uniti. La percezione di un governo troppo potente non è più appannaggio esclusivo dei conservatori: è diventata una preoccupazione trasversale, alimentata da un esecutivo che ha ridefinito i confini del potere. In questo scenario, la democrazia americana si trova davanti a una domanda cruciale: per quanto ancora può sopravvivere a questo attacco costante?

(* fondatore e direttore della piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’)

Ultimi video

Antonio Gozzi nominato Cavaliere del Lavoro: dall’acciaio alle startup e all’editoria, passando per la Virtus Entella
Il modello Gozzi premiato dal Quirinale. Unico ligure tra i prescelti di quest’anno: "Da Chiavari si può competere con i migliori”
Crisi Amt, emergenza trasporti anche nel Tigullio. Parla Federico Bairo di Usb Trasporti
“Bus fermi e corse soppresse non dipendono dai lavoratori, ma dai ritardi nei pagamenti ai fornitori. Utenti e dipendenti vivono una situazione di stress inaccettabile”

Altri articoli

Piano Sociosanitario Regionale: dopo l’ira dei sindaci, esclusi dal confronto, riparte il dialogo con la Regione Liguria

L’assessore Nicolò: “Nei prossimi giorni li incontreremo”. Natale e Sanna del Pd: “L’unico passo da fare è ritirare questo impianto e ripartire da zero”

Nel nuovo 'disordine mondiale' l'export italiano cresce nonostante tutto. Ma la crisi di Hormuz continua a spaventare

Presentato lo studio condotto da Argo, osservatorio nato dall’esperienza del Forum del Commercio Internazionale e ideato da ARcom Formazione, una scuola di formazione la cui direttrice scientifica è la genovese Sara Armella