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Giovedì 29 gennaio 2026 - Numero 411

Sergio Baratta, una vita con l’Entella. La storia di uno degli uomini simbolo della cavalcata biancoceleste: “Dovevo passare di qui, invece non sono più andato via”

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di DANILO SANGUINETI

Quante volte entrando in uno spogliatoio, un tunnel, gli uffici o anche il magazzino di uno stadio – per esempio lo stadio comunale di Chiavari che anche se ammodernato e rinfrescato ha una storia datata 1933 – si è pensato “ah se questi muri potessero parlare”.

Chissà che storie e che personaggi potrebbero illustrare, ritratti dipinti a tinte mai viste dall’esterno. Si sa che i momenti della verità sono nel chiuso degli spogliatoi o dei magazzini, i nodi vengono al pettine e avvengono le vere vittorie e le vere sconfitte. Lontano da orecchie e occhi indiscreti si decidono i destini di molti team e di molti atleti.

L’Entella ce l’ha un testimone onnipresente, occhi ed orecchie abbastanza ‘stagionati’ per immagazzinare storie e personaggi da leggenda. Si tratta di Sergio Baratta, che sta per tagliare il traguardo degli ottant’anni, che è stato magazziniere della Virtus Entella dal 2001 all’anno scorso ma che bazzica gli ambienti del Comunale praticamente da sempre prima come calciatore poi come tecnico, infine come collaboratore e oggi solo come tifoso. Un’intera vita in biancoceleste o nei dintorni di esso. Di poche parole ma gentilissimo, efficiente senza essere invadente, una buona parola per tutti, ha conservato uno sguardo disincantato e allo stesso tempo capace di distinguere e classificare non solo il materiale affidatogli, ma anche e soprattutto le persone incontrate, grandi e piccoli, nomi illustri e meteore.

Il suo rapporto con il club calcistico di Chiavari ha visto alti e bassi, avvicinamenti e temporanee separazioni. “Io credo che nella vita il caso abbia una parte importante, se non predominante. Ci vuole fortuna e un po’ di pazienza. La mia storia credo che sia un esempio abbastanza calzante”.

Nasce a Bedonia e per studiare deve andare a Parma. “Nel Dopoguerra non si poteva fare altrimenti. La mia prima passione sportiva fu il ciclismo, andavo abbastanza forte, vinsi anche un titolo nazionale a Trezzo d’Adda a 14 anni. Poi ebbi un incidente serio, dovetti vendere la bicicletta, in famiglia avevano bisogno di un paio di braccia in più”.

La prima svolta del destino a 18 anni. “Nel tempo libero giocavo con i dilettanti della squadra del mio paese. Un’estate vado con loro a fare un’amichevole a Santo Stefano d’Aveto con la prima dell’Entella che era in serie C. Mi notò il mister dei chiavaresi, Bacigalupo, giocavo terzino o stopper, avevo fiato e grinta. Mi chiese se volevo andare nella loro giovanile, quella che partecipava al Torneo De Martino, quello che oggi è la Berretti. Accettai ma dopo una stagione incappai in un altro infortunio serio. Tornai tra i dilettanti, mi prese il Sestri Levante. Con i corsari ho fatto due anni di serie D, 1966-68”.

E qui l’entellianissimo Sergio ha il coraggio di ammettere: “Due tornei meravigliosi, giocare al Sivori con quel pubblico ti infonde una carica travolgente”. Sulla soglia dei trent’anni cambia ruolo. “Mi ero stufato di stare dietro a picchiare, decisi di fare l’attaccante. Passai al Riva Trigoso, poi visto che con i rimborsi spese di allora non si campava, dovetti passare alle serie minori perché dovevo occuparmi della famiglia e lavorare per mantenerla”.

Non ha tempo per prendere il patentino ma le sue doti di osservatore e di organizzatore lo promuovono a tecnico. “Prima come giocatore-allenatore poi solo come mister nelle categorie basse. Dalla Terza alla Prima. Infine nel 2001 mio figlio diventa custode del Comunale. Io gli davo una mano. Un giorno mi propongono di fare il magazziniere nell’Entella che sta rinascendo dopo la traumatica esclusione dai campionati dell’anno precedente. Dissi di sì pensando a una soluzione temporanea. Ci sono rimasto vent’anni”. Dopo un quadriennio arriva Antonio Gozzi: sotto la sua presidenza si sale dall’Eccellenza alla serie B in soli sette anni, Sergio Baratta non si muove dalla sua postazione, magazziniere affidabilissimo tra i dilettanti, i semipro e i professionisti tout court. “È stata una cavalcata esaltante. Scherzando, quando l’anno scorso sono andato in pensione ho rimproverato una sola cosa al Presidentissimo, al dottor Gozzi. ‘Non mi ha portato in serie A, avrei centrato un record da leggenda: partecipare con un ruolo ufficiale, da giocatore, tecnico o impiegato a tutti i campionati di calcio, dalla Terza Categoria alla massima serie’. Peccato, mi sono fermato alla B. Naturalmente sarò sempre grato al dottor Gozzi che mi ha sempre trattato come un padre anche se anagraficamente lo precedo di una ventina di anni. Un rapporto stupendo, sempre attento a cosa mi servisse, a cosa si potesse fare per migliorare il mio lavoro”.

Nel corso dei campionati ha potuto osservare da vicino tanti giocatori. E ha stilato delle classifiche. Che non rivela. “Dal punto di vista tecnico non ho le necessarie qualifiche per tranciare giudizi. Non mi iscrivo alla categoria dei commissari tecnici ad honorem… Posso parlare del lato umano degli atleti. E mi sento di citare tre nomi”.

Scelte che rivelano molto anche del giudice oltre che dei giudicati: “Andrea Paroni, una istituzione per la squadra nell’ultimo decennio. Gentile, educato, pronto a discutere di tutto, un portiere serio, sin troppo, che sa farsi amare da chiunque incontri. Igli Vannucchi, l’estro e l’ironia fatti a persona. Un toscano al 101%, veloce di battuta, intelligente, anche lui con interessi che uscivano dal ristretto mondo del pallone. E una classe sconfinata in campo. Poi metto Iacoponi, nel quale un po’ mi rivedevo, naturalmente migliorato di dieci volte. Lavoratore, serio, caparbio, deciso a farsi strada applicandosi e non rifiutando nessun sacrificio. Mai una parola fuori posto, sempre pronto al dialogo, allo scherzo”.

Fa un po’ più di melina quando gli si chiede degli allenatori. “Tutti preparati, tutti abbastanza gentili con il sottoscritto. Almeno quando le cose andavano bene, nei momenti di difficoltà qualcuno tradiva delle spigolosità caratteriali. Eccetto uno, la vera mosca bianca. Mister Roberto Breda, un altro atipico: misurato con me come con i giocatori, mai una parola di troppo. Il suo difetto? Quello di essere un gentiluomo, un difetto che ha pagato in un mondo che richiede pelo sullo stomaco. Ha sempre difeso i giocatori e a volte non è stato ripagato con la stessa moneta. Mai una parola fuori posto, incapace di scaricare sugli altri le colpe. Con lui discutevo per ore, era un piacere passare il tempo con una persona colta, sapeva molto anche di cose extra calcistiche”.

Dove Baratta non cede neppure sotto minaccia è alla voce dirigenti. A parte il presidente Gozzi, che resta in cima al suo pantheon, nessun nome. Per farsi ‘perdonare’ regala un aneddoto, naturalmente senza il nome della vittima. “Per combattere la noia dei lunghi ritiri estivi mi univo ai giocatori per combinare qualche scherzo ai compagni di squadra. Accade un’estate a San Lorenzo. Facevamo a turno il sacco (ossia sistemare le lenzuola in modo che non ci si possa infilare dentro, tipico ‘prank’ militare, ndr) in ogni camera. Toccò a un atleta appena arrivato: non si accorse che gli era stato fatto il sacco, tentò di sistemarsi egualmente sotto la coperta e dormì in posizione fetale, svegliandosi tutto indolenzito. Scese e fece una scenata tremenda alla direzione dell’albergo che salì a vedere. Credo che ne stiano ridendo ancora adesso”. Si noti bene che questi scherzi goliardici erano architettati da un Baratta che aveva superato i settanta. Un giovincello che lascia dietro di sé una lunga linea biancoceleste, una linea tracciata profonda, nel solco del rispetto.

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