di GIORGIO ‘GETTO’ VIARENGO *
Sono trascorsi ben cento anni dagli avvenimenti che cancellarono la timida democrazia liberale nel nostro Paese dopo la Prima Guerra Mondiale. Da subito il fascismo presentò il suo peggiore volto liberticida, e giunto al governo attuò norme restrittive dei diritti, in una serie di provvedimenti che passeranno alla storia come le leggi “fascistissime”.
Credo sia sempre utile tornare a leggere quella stagione sul nostro territorio, ripercorrendo le cronache vissute nelle nostre città, dove la storia transitò senza escludere nessuna comunità. Dallo squadrismo durante il “Biennio Rosso” tra il 1919 e il ‘20, con l’incendio delle Camere del Lavoro tra Riva Trigoso e Chiavari, alle azioni violente dei mazzieri fascisti in tutte le città del Tigullio, poi la cronaca delle ore della marcia su Roma nel 1922 e la reazione di sdegno dopo la notizia dell’assassinio di Giacomo Matteotti, nel giugno 1924. Tutti fatti vissuti drammaticamente nel Tigullio, e puntualmente ricostruibili attingendo alle cronache.
Successivamente all’assassinio di Matteotti il fascismo varava le sue leggi più dure e liberticide, ed iniziava così la costruzione della dittatura. La legge 25 novembre 1926 – N°2008, varava i “Provvedimenti per la difesa dello Stato”, il cui fulcro era l’istituzione del Tribunale per la Difesa dello Stato. Questa nuova istituzione doveva giudicare i reati politici e gli oppositori del regime, cancellando tutte le garanzie dello stato di diritto. Erano aboliti e sciolti tutti i partiti e le organizzazioni che si opponevano al fascismo, e la libertà di stampa fu definitivamente cancellata.
Nel Tigullio vennero immediatamente arrestati Giovanni Battista Canepa di Chiavari e il deputato Fabrizio Maffi di Cavi di Lavagna. A Roma, presso l’Archivio Centrale dello Stato, sono custoditi i fascicoli redatti durante questo periodo in base alla nuova procedura voluta dal fascismo. Al numero 12478 troviamo tutta la documentazione che riguarda il chiavarese Giovanni Battista Canepa: la sua foto segnaletica, il profilo dei dati che lo qualificano come nemico dello stato, socialista, schedato, pericoloso e inviato al confino. Il fascicolo del deputato Fabrizio Maffi, residente in Cavi di Lavagna riporta la matricola 19902; ad essa segue l’indicazione di socialista, schedato e confinato politico. Da questi preziosi dati storici possiamo ricostruire le loro travagliate vicende, in particolare il provvedimento del confino. Nel mattino dell’8 settembre del 1926 Fabrizio Maffi fu arrestato presso la sua casa di Cavi di Lavagna, e dieci giorni dopo fu raggiunto dall’ordinanza che lo obbligava al confino.
Il primo viaggio che lo allontanava dalla Liguria lo portò a Pantelleria, dopo un periodo di carcere trascorso a Marassi, poi nelle celle romane di Regina Coeli e infine all’Ucciardone. Se serve una prova del carattere fermo e della capacità di ribellione di Maffi, la troviamo nella sua tenace resistenza alle dure condizioni della carcerazione, nonostante fosse sottoposto a severe restrizioni alimentari ed alla cella di punizione per insubordinazione, senza mai cedere ai suoi ideali.
Il 26 novembre 1926, su proposta della Questura di Roma, …“è assegnato al confino di polizia per cinque anni e destinato alla Colonia di Pantelleria”. Il 30 novembre Maffi giunse a Pantelleria, nel mese di maggio del 1927 la Commissione di Appello esaminò il suo ricorso, presentato sin dal 22 dicembre del 1926, ma la richiesta fu respinta. Il 18 febbraio del 1927 Maffi venne trasferito all’isola di Ustica, dove era appena stato mandato Antonio Gramsci, e trovò qui ad attenderlo Amedeo Bordiga.
Nelle carte della Prefettura di Salerno troviamo le tracce biografiche di quegli anni: il 16 luglio del ’29 venne disposto per lui un nuovo trasferimento verso Ponza, ma a poche ore dalla partenza fu accolta la richiesta di licenza per malattia; Maffi lasciò l’isola per entrare nel reparto ospedaliero del Policlinico di Roma. La sua salute non era buona e gli venne concesso un periodo di cure e convalescenza presso il fratello Fabio a Milano. Questo congedo durò sino al nuovo ordine impartito dal Ministero: un telegramma trasmesso il 16 marzo ne dispose il trasferimento a Campagna, piccolo borgo nel salernitano, dove giunse il giorno 19 marzo. Nuove disposizioni di polizia trasferirono il confinato a Bernalda (Matera), dove arrivò nel maggio del 1930. Il 9 luglio, accompagnato da un agente della questura di Roma, fu condotto nuovamente a Cavi di Lavagna.
Il domicilio coatto continuò sino al 18 giugno del 1933, quando Maffi fu trasferito a Roma per nuove cure, ma sempre sottoposto a vigilanza di polizia. L’8 novembre del 1931 scadeva definitivamente il periodo di confino, ma questa data non corrispose al ritorno in libertà, dato che restavano tutte le restrizioni per un “sorvegliato speciale – pericoloso”, come si può leggere nella sua cartella personale del “casellario politico” del Ministero degli Interni.
Continuando la ricerca verifichiamo i documenti romani di Giovanni Battista Canepa. Il chiavarese rientrò dalla Francia nell’agosto del 1925. Il 16 novembre del 1925 la Pubblica Sicurezza di Chiavari fece irruzione nella sua abitazione: “Stamane verso le ore 1,30 è stata operata una perquisizione all’abitazione dell’individuo di cui in oggetto onde rinvenire armi e documenti sovversivi”. Non venne rinvenuta nessuna arma, ma solamente pubblicazioni, manoscritti e due tessere del Partito Socialista: ciò bastava per “riscontrare gli estremi dei reati di cui agli articoli 247 e 122 del Codice penale, di conseguenza Canepa è associato nelle locali carceri a disposizione delle Autorità”.
Il futuro di Giobatta Canepa è contenuto in una ordinanza emessa dalla Commissione Provinciale di Genova: in data 19 novembre 1926 venne assegnato al confino politico per cinque anni, con destinazione Lipari. Canepa tentò l’evasione dall’isola, ma la fuga durò poco e il giorno 26 due evasi, tra cui Canepa, furono “rintracciati e arrestati dai Carabinieri in località Cisterna”.
Canepa fu ricondotto al confino presso la colonia di Ponza, dove rimase fino al 6 agosto del 1932, data in cui una memoria trasmessa al Casellario dei detenuti politici recita: “Canepa Giovanni Battista il 27 luglio è stato liberato dal confino per fine periodo”: si concludeva così una fase difficile e Canepa poteva rientrare a Chiavari.
Né Maffi né Canepa riacquistarono la libertà fino a quando durò il fascismo. Costretti entrambi all’esilio, Canepa rientrò nel settembre del 1943, assunse il nome di battaglia di “Marzo” e combatté nella Cichero sino alla Liberazione del 25 aprile 1945.
Fabrizio Maffi continuò ad essere uno dei massimi riferimenti politici durante tutta la Resistenza. Dall’esilio svizzero sosteneva il movimento e costruiva le condizioni per rientrare dopo la Liberazione. Fece parte del parlamento provvisorio, ed eletto poi alla Costituente fu un padre della nostra Carta costituzionale.
Una storia di cento anni orsono, ma ancora vivissima nell’insegnamento degli ideali di uomini come Canepa e Maffi.
(* storico e studioso delle tradizioni locali)