di GIORGIO ‘GETTO’ VIARENGO *
Ci eravamo dati appuntamento al bar Ancora ed eravamo partiti da Chiavari, sulla Dyane azzurra di Tino, per il teatro Ariston della vicina Sestri Levante.
Il teatro era affollatissimo, tutti erano lì per lo spettacolo di Dario Fo, che si riproponeva al pubblico dopo la lunga polemica dell’estromissione da ‘Canzonissima’. Nel 1962 la popolare trasmissione era stata affidata a Fo e alla moglie Franca Rame, ma dopo le prime sette puntate il clima si era fatto rovente, l’attore aveva introdotto alcuni suoi monologhi dove si trattavano temi definiti ‘scomodi’.
Dario aveva introdotto alcune riflessioni satiriche su mafia, sicurezza sul lavoro e malattie professionali, gag che alcuni dirigenti avevano ritenute eccessive. La polemica, montata anche sui giornali, divenne un vero e proprio caso. La situazione si era resa insostenibile quando, dopo che tutti i successivi monologhi erano stati preventivamente verificati e approvati, in sede finale vennero definitivamente censurati. La sera del 29 settembre, poco prima della messa in onda di Canzonissima, una “signorina buonasera” annunciava che i due popolari attori si erano “ritirati”. Non fu poi facile sostituirli, perché la polemica si era fatta tale da far crescere intorno ai due attori grande solidarietà, e molti colleghi non accettarono l’incarico per stima a Dario e Franca.
Iniziò per loro un periodo molto duro e difficile. Infine si iniziò un percorso alternativo, in luoghi della cultura nuovi e meno ufficiali. L’Arci (Associazione Ricreativa e Culturale Italiana) si fece patrocinatrice dei nuovi itinerari; tra questi si privilegiavano luoghi dove lo spettacolo non giungeva, dove i circuiti della distribuzione solitamente non prevedevano date.
La sera di Sestri rappresentava la prima data assoluta del nuovo monologo di Dario Fo. Si era in realtà tenuta una prova “zero” durante l’occupazione universitaria alla Statale di Milano, ma la Bimare ebbe il privilegio del primo sipario aperto su ‘Mistero Buffo’.
La cronaca di quella sera dava il via ad un percorso di successi in Italia e nel mondo, ad un’affermazione tale da giungere ad ottenere quasi trent’anni dopo, il 9 ottobre del 1997, il riconoscimento del premio Nobel per la letteratura. Con il Nobel si concludeva a Stoccolma il cammino iniziato una lontana sera d’ottobre all’Ariston di Sestri Levante.
Quella sera quando si accesero le luci vedemmo una scenografia assolutamente scarna: due rastrelliere ai lati del palco, due quinte nere e il sipario delle proiezioni cinematografiche. Dario entrò in scena e cominciò qualcosa di assolutamente inedito. Si esprimeva in una sorta di parlata dialettale: il Secolo XIX, nella notizia del giorno precedente, l’aveva definita “lingua padana del ‘400”. Si trattava di una “giullarata”: Fo non solo recitava, ma prima di ogni quadro narrava con voce da conferenza la sua ricerca, i profili dei vari personaggi, un vero e proprio inquadramento storico della sua performance.
Il primo quadro era la messa in scena delle “Nozze di Cana”. Nel prologo due personaggi effettuano un vero e proprio “treppo”: nell’arte della commedia è un richiamo, un annuncio per destare l’attenzione dei presenti. Il primo è un angelo molto savio, ha una voce dolcissima e aggraziata e desidera annunciare “una storia che viene dai Vangeli”. Irrompe un altro personaggio, voce artefatta ad imitare un ubriaco, e anche lui vuole narrare, ma desidera più che altro raccontare la “sua ciucca così dolsa”.
Dai due nasce uno scontro verbale, il primo dichiarava che è lui il solo narratore, “son mi lo sprologo”, ma l’ubriaco non desiste e continua nella sua versione dei fatti. E da qui si entra nell’impianto che tutti conosciamo delle ‘Nozze di Cana’ di Mistero Buffo, una sorta di cronaca alternativa alla ‘versione ufficiale’, piena di spunti grotteschi e immagini atte a strappare il sorriso. Fo si trasformava da vero istrione, e la sua invenzione, certo non del tutto nel perimetro della tradizione, faceva breccia nel pubblico. Si sorrideva dei tanti personaggi presenti a quelle miracolose Nozze, dove l’acqua si volgeva in vino e il dolcissimo rosso ubriacava il narratore, con un Gesù mescitore che dispensava gioia al popolo abituato alle privazioni.
Non tutti applaudirono, quella sera, al termine del primo quadro. Poi fu la volta della “Resurrezione di Lazzaro”. Ci fu ancora un’introduzione storica per poi rientrare nella “giullarata”. La recitazione di Fo si faceva davvero avvincente, il gioco straordinario di quella stramba parlata funzionava, si comprendeva tutto e sembrava di entrare in un altro tempo. Lo spazio teatrale acquisiva una dimensione inaspettata, mi pareva di ritrovarmi in un dipinto di Brueghel, in una delle sue aie animate di contadine e di gente del popolo, in un clima di festa e saltimbanchi.
Quando le luci in sala si riaccesero vi furono applausi ma anche tante contestazioni, qualche urlo. Il pubblico non aveva del tutto gradito la sua narrazione che percorreva temi così sensibili, l’approccio alla figura di Gesù, dei santi evangelici, una drammaturgia semplice nella realizzazione, ma profonda nei temi affrontati. Non fu un successo completo. Personalmente la vissi come un’esperienza che mi avrebbe aperto nuove visioni, ed accettavo con gioia quell’innovativa forma narrativa e teatrale.
Passò qualche anno e Fo si ripresentò a Genova, al Teatro Sant’Agostino, allora circuito ancora assolutamente alternativo. Fuori dal teatro si accalcava una vera folla, il successo fu enorme; quel linguaggio era stato compreso, ora tutti apprezzavano. Soprattutto apprezzarono più avanti gli studiosi della Commissione del Nobel, che nel il giorno della premiazione lessero poche e chiare parole: “Seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”.
Parole che restituivano un grande onore a Fo, alla cultura italiana e a quella lontana sera in Sestri Levante da dove ‘Mistero Buffo’ aveva mosso i suoi primi passi.
(* storico e studioso delle tradizioni locali)