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di MATTEO MUZIO *
Dopo le recenti elezioni locali, gli indizi sono così numerosi da costituire una prova. Lo scandalo Epstein che si aggrava, l’economia che continua a crescere ma non ferma l’inflazione che erode il potere d’acquisto delle famiglie americane, le fazioni del mondo Maga che si dividono tra chi, come il senatore texano Ted Cruz e il suo collega del Mississippi Roger Wicker, vorrebbero proseguire con una linea internazionalista che sostiene gli alleati europei e lo stato d’Israele, oltreché l’Ucraina nella sua resistenza all’aggressione russa e chi, come l’ex conduttore di Fox News Tucker Carlson, in parte spalleggiato dal vicepresidente J.D. Vance, vuole andare verso una linea isolazionista all’estero e autoritaria con sfumature neofasciste in Patria, sono tutti segnali che il tocco magico e il pugno di ferro dell’attuale presidente sul suo partito stanno svanendo.
A provarlo, le dimissioni polemiche della deputata Marjorie Taylor Greene, un tempo sua sostenitrice sfegatata. In più, nuovi episodi di discorsi incoerenti e di inciampi verbali fanno intendere che Trump si sta incamminando sulla via del suo odiato predecessore Joe Biden.
Ma se Atene repubblicana piange, la Sparta democratica non ride. I dem non riescono ancora a darsi una linea precisa tra il socialismo radicale del neosindaco di New York Zohran Mamdani e il centrismo muscolare di alcune esponenti locali come la neoeletta governatrice della Virginia Abigail Spanberger. Un’indecisione così marcata che il presidente del Comitato Nazionale Democratico Ken Martin ha deciso di non pubblicare l’analisi della sconfitta 2024 ricca di dati e di spunti per evitare di dividere il partito. Che quindi continua a campare di riflesso: l’impopolarità di Trump viene vista come una garanzia sufficiente per garantire loro un ritorno elettorale tale da vincere le elezioni di metà mandato nel 2026 e la presidenza nel 2028.
L’esponente che più si è spinto in avanti, il carismatico governatore della California Gavin Newsom, ha dalla sua uno stile molto pugilistico utile ad affrontare il “bullo” della Casa Bianca. Ma che accadrebbe se i dati non buoni della qualità della vita nel Golden State e lo stile più felpato di Vance facessero sì che quest’approccio da “Trump rovesciato” smettesse di funzionare? Non è dato sapere.
Il futuro sarà senza Trump e le chiacchiere demagogiche di personaggi dubbi come Steve Bannon (anche lui coinvolto nello scandalo Epstein) su un suo terzo mandato devono spaventare come quelle su un possibile ritorno di Biden alla Casa Bianca. Ad ogni modo, la graduale scomparsa di una figura come Trump, che per tutta la sua vita ha disprezzato il decoro istituzionale della tradizione americana, non può che essere una buona notizia per la democrazia statunitense, già duramente messa alla prova in questi dieci anni “trumpizzati”.
(* fondatore e direttore della piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’)