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di MATTEO MUZIO
Il populismo in politica è come un vizio: prima o poi l’abuso presenta il conto. E i primi due anni di presidenza del secondo mandato di Donald Trump sono proprio questo: un estenuante sovraccarico di decisioni politiche improvvide. Spesso anche spettacolarizzate.
Come se ormai, dopo le presidenziali del 2024, la democrazia americana fosse finita e fosse diventata una sorta di Russia putiniana a stelle e strisce. Un’accusa che proveniva dai giornalisti progressisti ma che l’amministrazione ha interiorizzato: ecco spiegato allora tutto.
Dai tagli indiscriminati e casuali voluti dalla struttura Doge di Elon Musk, passando per i raid contro i migranti, irregolari o meno, fatti per riempire delle quote prestabilite, e infine la corruzione diffusa a tutti i livelli dell’amministrazione, con i big del Tech e dell’intelligenza artificiale intenti a cercare contratti governativi o regimi fiscali di favore.
Tutto questo gli americani l’hanno visto e non si sono fatti intimorire dalle sparate di personaggi come Steve Bannon, ex consulenti caduti in disgrazia che ora cercano l’attenzione dei media. I repubblicani si sono liquefatti in roccaforti storiche e hanno perso in qualsiasi corsa in bilico.
Tra le novità ci sono due neosenatori, l’ex seminarista James Talarico del Texas e il senatore Adam Hamilton del Kansas: eletti in due bastioni conservatori, hanno mostrato che la fede cristiana, guardata con sufficienza dai progressisti sin dai tempi di Barack Obama, può avere un riscontro anche presso l’elettorato di sinistra. Una novità storica, dopo molti anni che hanno visto gli evangelici al servizio del trumpismo e di un cattolicesimo statunitense che negli anni ha virato pericolosamente a destra.
Quello che però colpisce è la varietà dei candidati democratici vincitori, dai progressisti ai moderati, quasi ovunque. Si potrebbe dire che non è approvazione dei democratici, ma disapprovazione del trumpismo. Ma anche la vittoria del 2024 non è stata forse il trionfo di un’alternativa che abbassasse magicamente i prezzi? Anche se era lo stesso Donald Trump che aveva mostrato pulsioni autoritarie e golpistiche a inizio 2021.
Poco importa. Di sicuro il brand repubblicano è oggi severamente danneggiato e prossimo a una scissione tra oltranzisti dell’isolazionismo etno-nazionalista e chi invece vuole tornare agli anni di Reagan. Due ricette che, ad oggi, non hanno riscontro presso l’elettorato. Anche i democratici però non possono cullarsi su queste vittorie: l’opinione pubblica oggi è liquida e facilmente influenzabile da fattori esterni e dai social network.
Una ricetta però si può proporre: spezzare i monopoli dei big del tech di sicuro aiuterebbe non poco la qualità della democrazia a riprendere tono dopo anni di peggioramenti continui. Lo spirito libertario ha certamente avuto un sussulto: ma questo biennio ha rivelato in modo forte e chiaro che ci sono potentati economici intenzionati a superare la democrazia in favore di una tecnocrazia neo-feudale. E questo va evitato a qualunque costo.