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Giovedì 22 ottobre 2026 - Numero 449

Barack Obama: la speranza di un cambiamento mancato

Una presidenza iniziata sotto i migliori auspici che ha lasciato in eredità al mondo Donald Trump
Barack Obama, presidente degli Stati Uniti d'America dal 2008 al 2016
Barack Obama, presidente degli Stati Uniti d'America dal 2008 al 2016
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Prosegue il nostro rapporto di collaborazione con la piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’, fondata e guidata dal giornalista Matteo Muzio. Il portale di ‘Jefferson’, con tutti i suoi articoli e le varie sezioni, è visitabile all’indirizzo https://www.letteretj.it, da dove ci si può anche iscrivere alla newsletter.

di GIACOMO ENRICO DE BERNARDIS

Quando nel 2008 ci sono state le elezioni presidenziali americane, il risultato è sembrato a dir poco rivoluzionario. Il senatore Barack Obama di 47 anni, il primo afroamericano della Storia, era stato eletto a valanga sul suo avversario John McCain, un anziano gentleman politico che avrebbe concesso con molta classe la sua sconfitta poche ore dopo.

Cosa sarebbe successo, dopo? Il neopresidente, forse con poca esperienza, poteva contare su un’ampia maggioranza alla Camera e al Senato. Eppure la sua luna di miele sarebbe durata ben poco: i repubblicani, a cominciare dal neocapogruppo Mitch McConnell, lo accolsero con malcelata ostilità. L’obiettivo dichiarato, disse McConnell, era quello di bloccare l’agenda di Obama, con qualsiasi mezzo. Soprattutto rallentando le nomine giudiziarie.

Certo, sarebbe comunque riuscito ad approvare un programma di stimoli economici da 700 miliardi di dollari per superare di slancio la crisi economica dei mutui subprime iniziata nel 2007 e soprattutto avrebbe rotto il tabù sulla riforma sanitaria onnicomprensiva: niente sistema integralmente pubblico sul modello britannico, ma obbligo di assicurarsi. Un’idea nata in ambito conservatore (concepita dalla Heritage Foundation e applicata dal governatore repubblicano del Massachusetts Mitt Romney) che però dai repubblicani venne virulentemente osteggiata e che passò soltanto dopo due compromessi: non sarebbe stata creata una società assicurativa pubblica né i fondi federali avrebbero coperto le interruzioni di gravidanza.

Sarebbe bastato questo a bruciare il capitale politico di Obama almeno di metà. La delusione arrivò: la giornalista di sinistra Naomi Klein lo definì un “corporate democrat” che badava di più al suo self branding che alla politica. Accusa che si sarebbe rivelata giusta: durante la sua presidenza la struttura partitica dei democratici sarebbe avvizzita in favore di una sorta di comitato elettorale permanente. Una personalizzazione perniciosa.

Così come sarebbe stata dannosa la sua politica estera: dopo le guerre dell’epoca di Bush Junior pensava che il reset delle relazioni internazionali sarebbe stato possibile. Con l’Iran, ma anche con la Russia, che ormai aveva imboccato una netta svolta autoritaria. Durante un dibattito presidenziale con l’avversario repubblicano Mitt Romney, sfottè la sua affermazione sulla Russia come “principale avversario” politico degli Stati Uniti. Ha preferito credere al “liberalismo” del presidente-fantoccio Dimitri Medvedev e a pensare alle sue posizioni odierne di burocrate entusiasta sostenitore di massacri, la cosa fa amaramente sorridere.

In altre circostanze però fu anche lui neoconservatore: nel 2011 attaccò la Libia di Gheddafi e ne favorì la frammentazione politica da cui sarebbero scaturiti anni di immigrazione selvaggia verso le coste europee, soprattutto italiane. E con l’Iran ottenne un accordo per bloccare il nucleare militare: per poi vederlo stracciato dal suo successore Donald Trump con conseguenze ben visibili anche oggi.

Ma è stato soprattutto nei confronti della Silicon Valley dei big del tech che fu incredibilmente ingenuo: sposò la verniciatura arcobaleno di soggetti che oggi vediamo come protervi e oligarchici, pensando che il loro sviluppo avrebbe dovuto essere favorito con una fiscalità leggera e con la stipula di contratti federali per riprendere la corsa allo spazio.

Nel 2015 durante il discorso sullo Stato dell’Unione citò uno di questi innovatori come esempio: era Elon Musk. Anche in questo caso, si ridacchia per non piangere. Infine la sua eredità meno nota ma forse più dannosa: il cedimento di fronte all’arroganza di McConnell, che bloccò per oltre un anno la nomina di un giudice della Corte Suprema in sostituzione del defunto Antonin Scalia nel 2016. Come disse l’allora First Lady: when they go low, we go high. Ai colpi bassi rispondiamo volando alto. Nessuno scontro. Sia mai che il brand del presidente e della sua sposa venisse macchiato da scelte di bassa cucina politica in chiusura del suo secondo mandato.

Una chiusura suggellata dalla prima elezione di Donald Trump, in parte a sorpresa. Il mondo dopo Obama era sì cambiato, ma in peggio. Non solo per colpa sua diretta: la sua idea di superare le divisioni razziali degli Stati Uniti si sarebbe rivelata illusoria. E il razzismo si sarebbe dimostrato capace non solo di sopravvivere, ma di rafforzarsi e di sfigurare per il sempre il partito repubblicano con il volto di Donald Trump

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