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Giovedì 5 novembre 2026 - Numero 451

Le antiche anfore sommerse recuperate a Camogli andranno in esposizione

La tutela del patrimonio culturale è la mission del Laboratorio di Archeologia subacquea della Soprintendenza a Genova
Il recupero delle anfore presso i fondali di Punta Chiappa
Il recupero delle anfore presso i fondali di Punta Chiappa
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di ROSA CAPPATO

Le due anfore prelevate dai fondali di Punta Chiappa saranno esposte al Laboratorio di Archeologia subacquea della Soprintendenza a Genova. Grazie all’esperienza dei Carabinieri subacquei è stato localizzato in tempi recenti un importante sito archeologico sommerso. 

Durante un’attività di addestramento i militari del Nucleo Carabinieri Subacquei di Genova hanno individuato un’anfora romana integra di tipo “Dressel 1” a oltre 40 metri di profondità, nelle acque dell’Area Marina Protetta di Portofino, nella zona di Punta Chiappa a Camogli. 

È il carico del famoso relitto romano “fantasma” di cui si parla dagli anni Cinquanta segnalato da Duilio Marcante, uno dei pionieri della subacquea. Il 10 novembre del 1959 Marcante comunicava all’allora Soprintendenza alle Antichità della Liguria e al Centro Sperimentale di archeologia sottomarina di Albenga che, durante un’immersione svolta con gli stessi Carabinieri del Nucleo Sommozzatori di allora, si era imbattuto in una coppia di anfore “incastrate tra le rocce e saldate alle stesse da notevoli ammassi di madrepora e di alghe calcaree”. 

La scoperta è stata segnalata alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Liguria e le successive immersioni, condotte con il supporto del Servizio Tecnico di Archeologia Subacquea (S.T.A.S.) della Soprintendenza, hanno consentito di avere riscontri positivi sulla presenza di anfore e ipotizzare, così, la presenza di un relitto. 

Quest’estate si è proceduto al recupero di due anfore che si trovavano in una posizione di maggiore vulnerabilità, vista l’alta frequentazione della zona di immersione. La prima mappatura subacquea ha consentito di censirne 9, concentrate in uno spazio ristretto lungo le spaccature della falesia, la cui individuazione risulta molto difficile, in quanto i reperti si conservano saldati al fondale roccioso e sono ricoperti da consistenti concrezioni coralligene. 

L’importante ritrovamento è stato illustrato alla stampa giovedì scorso, negli spazi del Laboratorio di Archeologia del Mediterraneo alle Scuole Pie, a Genova. Sono intervenuti, ciascuno per le proprie competenze, i massimi rappresentanti di tutte le realtà coinvolte nel ritrovamento: Vincenzo Tiné, Soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Liguria (A.B.A.P.) Liguria; il Colonnello Samuele Sighinolfi, Comandante del Raggruppamento Navale e Subacquei Carabinieri; il Maggiore Alessandro Caprio, Comandante del Nucleo di Genova Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale; Simon Luca Trigona, archeologo subacqueo responsabile di Servizio Tecnico di Archeologia Subacquea (S.T.A.S.) Liguria; Alessandra Cabella, storico dell’arte subacqueo S.T.A.S. Liguria, unita a doppio filo a Camogli perché organizza, ogni anno, la pulizia interforze della statua del Cristo degli Abissi; i rappresentanti della Capitaneria di porto e Guglielmo Caversazio, presidente dell’Area Marina protetta di Portofino. 

Simon Luca Trigona ha spiegato che a seguito dei rilievi effettuati e di una prima analisi dei reperti, l’individuazione del sito con quello segnalato da Marcante può essere confermata: “Non c’è dubbio che questo contesto archeologico debba essere inserito tra i relitti recentemente censiti all’interno dell’Area Marina Protetta Portofino. Difficile immaginare le dimensioni dell’imbarcazione: solo le ricerche più approfondite in programma nel prossimo futuro potranno confermare o smentire l’esistenza di altre presenze. Per ora dobbiamo accontentarci di quanto acquisito, che ci permette di affermare che ci troviamo di fronte a un carico omogeneo di anfore vinarie Dressel 1 A, di produzione tirrenica, la cui tipologia conferma una datazione tra la fine del II e il primo decennio del I sec. a.C. Questo relitto, insieme al coevo relitto di Pegli, altro vecchio rinvenimento dell’inizio degli anni ‘50, non più rintracciato, è la testimonianza evidente di un periodo storico abbastanza circoscritto, immediatamente successivo alla conquista romana della Gallia meridionale, all’interno del quale i porti di Genova e della Liguria assumono una grande importanza strategica per il commercio romano”. 

Trigona, in qualità di archeologo responsabile, si occupa dell’archeologia subacquea ligure dal 2014: “In questi anni ci siamo occupati di una decina di nuovi relitti rinvenuti sui nostri fondali – aggiunge – La missione delle Soprintendenza, infatti, non è rivolta principalmente alla ricerca, compito specifico di un altro Ministero, ma alla tutela del patrimonio culturale; siamo infatti più spesso impegnati nell’opera di conservazione, studio e valorizzazione di ciò che quasi giornalmente emerge durante i lavori pubblici o privati, o in occasione di scoperte fortuite, che nella pianificazione di ricerche a lungo raggio, estremamente complesse e onerose in ambito subacqueo. Il caso del relitto di Portofino 5 rientra però in un programma di ricognizione che in questi anni stiamo concentrando sull’AMP Portofino e che ha portato l’anno scorso allo scavo e alla messa in sicurezza del Relitto romano Portofino 3, scoperto da subacquei locali nel 2019, e nel 2020 quello del Relitto post-medievale Portofino 4. Dobbiamo però all’esperienza e all’occhio dei Carabinieri subacquei la localizzazione di quest’ultimo giacimento, il Portofino 5, non affatto semplice data la profondità e le estese concrezioni coralligene che lo mimetizzavano”. 

Riguardo il futuro delle due anfore portate in superficie annuncia: “Abbiamo recuperato due esemplari delle anfore dal sito a scopo di analisi (studio della morfologia e degli impasti ceramici) al fine di meglio definire origine e datazione del carico; poi saranno esposte al Laboratorio di Archeologia subacquea della Soprintendenza a disposizione dei visitatori e degli studiosi che vorranno approfondire questo e altri contesti subacquei liguri”. 

Inoltre, tra Soprintendenza e AMP Portofino è da poco stato definito un Protocollo di intesa per l’esercizio coordinato ed integrato delle attività di gestione, fruizione e promozione dei siti archeologici sottomarini rinvenuti all’interno dell’AMP Portofino, volto alla codifica di un sistema di autorizzazione e gestione delle visite subacquee sui siti subacquei di interesse culturale e la definizione delle più opportune modalità di gestione e valorizzazione dei siti. “In altre parole – sottolinea il responsabile – siamo convinti che per la tutela dei siti subacquei (almeno di quelli meno vulnerabili) sia più efficace una politica di apertura, condivisione e collaborazione con le amministrazioni e le realtà imprenditoriali locali, che la semplice chiusura, che oltre a non consentire il monitoraggio costante e una corretta opera di valorizzazione e divulgazione del bene culturale come patrimonio della comunità, non è in grado di impedire le attività illecite di trafugamento”. 

Il Laboratorio di Archeologia del Mediterraneo alle Scuole Pie è stato inaugurato nel settembre del 2024. “Si tratta di una nuova sede della Soprintendenza ligure – chiude Trigona – che vuole rappresentare un modello innovativo di gestione integrata e valorizzazione del patrimonio archeologico, garantendo spazi adeguati alla conservazione, allo studio, alla divulgazione e alla musealizzazione dei reperti di scavo provenienti dai contesti portuali e subacquei di Genova e del suo territorio”. 

Il nuovo laboratorio di archeologia distribuisce i suoi quasi 800 mq calpestabili su sei livelli, i primi quattro destinati a deposito di reperti archeologici provenienti dai grandi cantieri dell’area portuale di Genova, circa 3.000 cassette di materiali che illustrano la storia dell’emporio genovese a partire dal VII secolo a.C. A partire dal quarto livello si inseriscono i laboratori di studio e diagnostica, destinati al personale tecnico del Ministero e ai ricercatori universitari. Al piano superiore si apre la sala polivalente affacciata sulla piazza delle Scuole Pie, ampio spazio dedicato alle lezioni e alle conferenze, oltre che all’esposizione temporanea di contesti e reperti archeologici di recente rinvenimento. L’ultimo piano infine è dedicato all’archeologia subacquea con l’esposizione cronologica delle tipologie di anfore e dei reperti archeologici provenienti dal mar Ligure. 

In conferenza stampa a rappresentare il Comune di Camogli era presente il consigliere delegato alla Cultura Paolo Terrile, poiché il sindaco Giovanni Anelli era assente per impegni istituzionali. In nome dell’amministrazione ha ringraziato tutti coloro che hanno lavorato con impegno per restituire il relitto non solo a Camogli come luogo identitario del ritrovamento, ma al territorio, con l’auspicio, come riferito anche da altri relatori, di una futura fruibilità del sito. 

“La scoperta di un relitto e, nel caso presente, il plusvalore dell’identificazione con un brano quasi mitologico della storia della Subacquea, – ha dichiarato Alessandra Cabella – ci proietta in un corto circuito temporale che azzera la distanza narrativa connettendoci istantaneamente con le grandi figure dei pionieri della subacquea e dell’archeologia: Duilio Marcante e Nino Lamboglia, insieme ai Carabinieri subacquei di allora e di oggi. Scoperto, perduto, riscoperto. Una storia che si riconnette e che ci proietta nella consapevolezza della tutela non solo come azione materiale, ma come agnizione e trasmissione di valori universali. Il ritrovamento di questo importantissimo relitto è, di fatto, anche un atto esistenziale, identitario e generazionale”.

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