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di GIACOMO ENRICO DE BERNARDIS
Per l’ultima puntata della nostra corsa presidenziale ritorniamo per un attimo in sede costituente. A Philadelphia nel 1787. Il pensiero dei Padri Fondatori è volto al passato: il timore è che la rivoluzione che ha liberato le Tredici Colonie deragli, come quella inglese degli anni ’40 del Seicento. Anche qui si vuole evitare l’arrivo di un Oliver Cromwell.
Soluzione: il presidente avrebbe dovuto essere bilanciato da un Congresso forte e da un potere giudiziario autonomo. Tutto bene, a maggior ragione che il primo candidato scelto quasi all’unanimità dal corpo elettorale ancora limitato ai soli uomini benestanti è George Washington, come Cromwell capo militare ma senza ambizioni autoritarie. Tutto bene dunque. Negli anni dopo il timore del Caudillo verrà confermato dalla fine della rivoluzione francese trasfigurata nell’Impero napoleonico. Poi altri sarebbero stati i modelli da cui fuggire: Simon Bolivar in Colombia, il Kaiser Guglielmo II in Germania. Poi, nel Novecento inoltrato, Adolf Hitler e Josif Stalin. E sull’uscio di casa, uno come Fidel Castro a Cuba.
Sotto la coltre della tranquillità democratica però covavano i semi dell’autoritarismo “made in Usa”. I primi a farne le spese sono gli afroamericani, liberati dalla schiavitù e reimprigionati sotto la segregazione razziale che in fin dei conti mette in gabbia anche la democrazia, rendendo gli stati del Sud dei piccoli regimi a partito unico. Un esempio su tutti: un soldato afroamericano in partenza per il fronte europeo nella Seconda Guerra Mondiale ascoltò per la prima volta un discorso di Hitler. E pensò: “Questo parla come Talmadge”, riferendosi al governatore della Georgia Eugene Talmadge, uno dei razzisti più virulenti.
È da qui che germina l’autoritarismo americano: un altro sudista con ambizioni nazionali, George Wallace dell’Alabama, veniva definito il “dittatore americano”. Ma nel 1968 non vinse al di fuori dei confini del Vecchio Sud. Poi sembrava che fosse un consulente di Ronald Reagan, Pat Buchanan, a introdurre un elemento di etnonazionalismo in un partito repubblicano che, anche se più conservatore, sembrava al sicuro.
Poi nel 2015 da una scala mobile di un condominio newyorchese, eccolo lì, lo “spirito a cavallo” della nostra sfortunata epoca. Donald Trump, un immobiliarista sulla cresta dell’onda per la conduzione di un talent show sull’imprenditoria. Gli analisti dissero che si trattava di una trovata pubblicitaria.
Trump non faceva sul serio. E anche se lo avesse fatto, non aveva chance contro una concorrenza fatta di preparatissimi senatori e governatori. Uno dopo l’altro cedettero tutti. In modo fragoroso. La sua violenta retorica contro i migranti messicani “stupratori” e le donne “da afferrare per la f…” spazzò via l’intelaiatura ideologica di uno dei pilastri della democrazia statunitense, sostituendola con una retorica facilona da “vincenti” cresciuti nel sottobosco newyorchese.
Sappiamo com’è andata a finire con un’avversaria come Hillary Clinton. Questa rubrica ha riferito molte volte dei clamorosi casi di corruzione e incompetenza dell’attuale amministrazione. Quello che possiamo dire, ora, è che Trump è stato il punto di caduta di una pulsione autoritaria che era stata tenuta a bada da un sistema mediatico che invece cominciava a favorire questi sistemi.
I colpevoli di questa deriva sono tanti e non si possono elencare tutti. Quello che si può fare però è auspicare che l’America esca da questo abisso di squallida retorica degna di un regime terzomondista e di esaltazione acritica del leader. Ti aspettiamo, America. Come back home.