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di GIACOMO ENRICO DE BERNARDIS
Su Ronald Reagan, già il titolo basterebbe. Però va detto che costruì il suo successo su alcune misure prese dal suo predecessore e di cui non abbiamo parlato per ragioni di spazio: è stato infatti Jimmy Carter a riprendere col sostegno anche finanziario nei confronti dei dissidenti politici del blocco comunista ed è stato lui a operare un grande rinnovamento della flotta militare, assai trascurata negli anni di Nixon.
Due meriti che raramente gli vengono riconosciuti. Senza però questa “irriconoscenza” degli elettori, Reagan la Casa Bianca l’avrebbe vista solo da turista. O da attore. Già, perché negli anni del dopoguerra, Reagan è un volto noto. Al cinema e nelle prime serie tv. Non un nome di primo piano, ma un mestierante di buon livello. Solo che la macchina dei sogni sembra sputarlo fuori.
Così deve reinventarsi e in parte già lo fa negli anni ’40, quando diventa capo dello Screen Actors Guild, il sindacato degli attori. All’epoca è un fervente democratico che registra spot radiofonici in favore del presidente Harry Truman nel 1948. Poi però negli anni ’50 diventa il testimonial-portavoce di General Electric, la maggiore multiutility dell’energia statunitense di quel periodo.
Lì, come raccontato dal saggista Thomas W. Evans nel suo saggio inedito in Italia, The Education of Ronald Reagan, sono le sue “università” politiche che lo portano nel campo conservatore, quello più radicalmente liberista, che mixa sapientemente conservatorismo etico-religioso, anticomunismo e fiducia nelle imprese.
Da lì diventa un volto noto: il suo discorso alla convention repubblicana del 1964 “A Time for Choosing” è uno dei momenti fondativi del nuovo conservatorismo a cui però l’America non è ancora pronta. Due anni dopo, nel 1966, a essere pronta, però, è la California: uno Stato preoccupato dalle rivolte studentesche, dalle tensioni razziali e dal crescente uso di droghe tra i giovani è il laboratorio perfetto per un neofita che viene catapultato alla poltrona di governatore.
La sua risolutezza rabbiosa piace agli elettori, che lo rieleggono anche nel 1970. L’ex attore è pronto a interpretare un’altra parte, quella del candidato alla presidenza che vuole ribaltare il sistema valoriale nato dal New Deal: basta con il Welfare che blocca la forza vitale dell’impresa, avanti con il libero mercato e stop all’invadenza dei sindacati ormai divenuti cinghie di trasmissione dei democratici.
Non era proprio così e quelle mosse draconiane hanno contribuito ad ampliare il divario tra poveri e ricchi, con conseguenze che vediamo ancora adesso. Ma è sull’Unione Sovietica che Reagan mostra il merito maggiore. Bisogna dire che è anche grazie al fatto che ha saputo trovare un interlocutore di livello altissimo nel segretario del Pcus Michail Gorbaciov, che ha saputo rinunciare alle ambizioni geopolitiche in favore della pace mondiale, un invito certamente non raccolto dai suoi successori ai vertici della Russia.
Come fece però Reagan a sconfiggere quell’avversario? Dopotutto, l’Impero sovietico, anche se stagnante, aveva ancora energie al suo arco, e i suoi servizi segreti operavano ancora al massimo dell’efficienza. Semplice: fece un bluff, come in una partita di poker.
Il 22 marzo 1983 annunciò il lancio della Strategic Defense Initiative, un’iniziativa volta a costruire uno scudo spaziale che rendesse l’America invulnerabile agli attacchi missilistici. Un game-changer che avrebbe messo fuori gioco l’Unione Sovietica per sempre. I servizi di Mosca se la bevvero, anche se la tecnologia dell’epoca non era minimamente in grado di costruire un simile sistema di laser distruttori via satellite. E così iniziarono le trattative con Gorbaciov. E iniziò il declino inarrestabile del sistema comunista.
Uno dei più grandi incubi totalitari della Storia sarebbe cessato di esistere nel Natale del 1991, uno dei più grandi regali sotto l’albero addobbato a festa dell’umanità. Anche se alla Casa Bianca c’era il presidente George H.W. Bush, il merito di quella sparizione era di Ronald Reagan. E questo merito immenso oscura altri difetti, come il già citato rilancio del liberismo sfrenato, lo sdoganamento degli integralisti evangelici nel mainstream politico e il sostegno ai movimenti di estrema destra in Sudamerica.
Solo questo punto rende il suo bilancio positivo. Oltreché il confronto con il suo successore attuale alla Casa Bianca.