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Giovedì 11 giugno 2026 - Numero 430

Paesaggio e toponomastica: un’esplorazione in Valle Sturla, da Mezzanego e salendo sulla Statale 586

La nostra esplorazione ci ha permesso di conoscere meglio un ambito che percorriamo spesso e osserviamo poco o nulla
La Valle Sturla ricopre una particolare importanza, dal punto di vista del paesaggio
La Valle Sturla ricopre una particolare importanza, dal punto di vista del paesaggio
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di GIORGIO ‘GETTO’ VIARENGO *

Uscendo da Chiavari e percorrendo via Parma troviamo, all’incrocio con corso Lavagna, la prima indicazione del nostro percorso, dove all’altezza del vecchio Palazzo del Dazio, sulla nostra destra, una scritta segnala: “Strade Provinciali di Fontanabuona e Borzonasca”. 

L’ottocentesca epigrafe ci conferma la correttezza del percorso; proseguiamo per Carasco e svoltiamo verso la Valle Sturla. Qui incontriamo un toponimo di grande importanza: Terrarossa. Il nome della località contiene un’indicazione su una pratica largamente usata nel nostro territorio, una specificità dei suoli che le popolazioni locali individuavano durante le loro attività. 

A questo punto è bene ricordare gli studi di Emilio Sereni e i suoi scritti sulla storia dell’agricoltura primordiale, quando la qualità della terra diveniva  obiettivo di primaria importanza, e l’uso del fuoco era un metodo praticato e utilizzato per bonificare i suoli, sia per il pascolo che per le coltivazioni.

Questo riferimento richiama quell’antica pratica descritta da Sereni: “Il debbio, documentato sin dall’VIII secolo, che sino ai giorni nostri viene usato ad indicare un sistema d’agricoltura fondato sull’abbruciamento del manto vegetale del terreno”:  il fuoco bonificatore, che ripulisce e arricchisce  la terra approntandola per le successive pratiche di coltivazione. Nella nostra esplorazione ritroveremo questa antica operazione della cultura contadina di questi luoghi. In un’opera di Sereni è citato un anziano saggio che richiama l’utilità dell’uso del fuoco sulle sterpaglie, indicando che la terra nuova si otteneva con i ‘buoi rossi’, cioè col fuoco. 

Proseguiamo sino a raggiungere il territorio comunale di Mezzanego, e anche in questo caso ci soffermiamo sull’origine toponomastica di questo comune della Valle Sturla. Mezzanego deriverebbe dall’indicazione più remota di “Vicus mezzanicus”, un luogo con due distinte viabilità, una di costa e una di fondovalle. La conferma di questa interpretazione potrebbe essere nella frazione di Semovigo, in questa nomenclatura “Summus vicus”. I toponimi latini ci dicono che il territorio era frequentato dai romani già in età imperiale, come confermato da ricerche archeologiche effettuate in località ‘Porciletto’. 

Continuando il nostro percorso sulla Statale 586 raggiungiamo Borgonovo, toponimo largamente ricorrente in un territorio vastissimo, ad indicare un borgo sviluppatosi successivamente all’espansione del capoluogo, in questo caso Mezzanego.

Lungo la strada, poco prima del bivio per Levaggi, troviamo un sito con un’edicola mariana, dove possiamo sostare per osservare un ambito paesaggistico unico. Questo paraggio, che riporto nell’immagine a corredo dell’articolo, si trova sulle sponde del Torrente Sturla, tra il Monte Azzarino e il Pezze verso ovest, ed il complesso dello Zatta più ad est. Controllando la cartografia, possiamo rilevare che ci troviamo nelle vicinanze di Corerallo. Questo è un toponimo diffuso in un territorio vastissimo del nord Italia, un riferimento idronimo che indicherebbe un luogo prossimo ad un ruscellamento d’acque. 

Ora siamo giunti in prossimità di Case Terzi, come indica la cartografia di riferimento. Esaminiamo l’intero complesso paesaggistico: al centro della zona antropizzata s’individuano due costruzioni principali, la casa d’abitazione su due piani e, più a nord, la stalla con il fienile al piano superiore. La disposizione delle aree destinate a sfruttamento ci permette d’individuare diverse destinazioni: in alto, alla sommità, il bosco ceduo; poco più in basso, il castagneto, con il tipico impianto a ciglioni, realizzato per poter coltivare razionalmente l’intero sottobosco. Scendendo più in basso, da nord a sud, troviamo un ampio terreno a coltivo con possibilità di un’integrazione a pascolo. Questa zona è caratterizzata, nel limite a nord, da una paleofrana che ha permesso un utilizzo nel tempo, uno spazio assolutamente ben leggibile e delimitato. A est e più sotto ampi ed estesi terrazzamenti scendono verso il sottostante Torrente Sturla. Tra la paleofrana e i terrazzi è stata tracciata un’apposita strada di servizio formata da gradini che attraversano l’intera proprietà. Questi terrazzi presentano un’interruzione verso sud: si tratta di una sistemazione volta a convogliare le acque meteoriche verso il torrente, e a garantire una buona sicurezza idraulica all’intero impianto. Proseguendo ulteriormente verso sud è individuabile un coltivo ad uliveto. 

Questo ambito che abbiamo esplorato si presenta attivo, molto ben curato, uno scorcio assolutamente rappresentativo tipico di un più vasto mondo rurale oggi non più facilmente leggibile altrove. 

Proviamo a riassumere, partendo dalle nostre osservazioni sul paesaggio ed appoggiandoci ai dati storici, quanto il territorio di Mezzanego, uno dei comuni del Circondario di Chiavari, era in grado di produrre in un’epoca in cui l’economia agricola era assolutamente determinante e completamente rappresentata dalla tipologia paesaggistica qui esplorata.

I dati sono desunti dal Bollettino del Comizio Agrario del Circondario di Chiavari per l’anno 1872. Il Comune di Mezzanego contava una popolazione totale di 1.257 abitanti, gli addetti all’agricoltura erano 999, di cui 517 maschi e 482 femmine; le produzioni rilevabili indicano questa comunità al primo posto per la produzione delle nocciole con 800 quintali raccolti, l’olio d’oliva veniva prodotto in una quantità di 170 quintali, contava 1600 ettolitri la produzione del vino, 650 quintali il frumento, il mais 800; 620 erano i quintali di patate raccolti e 3.500 i quintali di castagne. Tutti questi prodotti avevano la caratteristica di essere trasformati e conservati. L’elenco ci fornisce uno spettro di cosa poteva essere coltivato nel paesaggio che abbiamo indagato.

A titolo di conferma sappiamo che erano presenti sul territorio di Mezzanego 18 mugnai, con impianti per trasformare in farine i raccolti sopra elencati. Abbiamo accennato al possibile utilizzo a pascolo, e mi risulta confermata la presenza di pecore al pascolo nella zona. I dati disponibili per Mezzanego ci riferiscono di 16 cavalli, 300 bovini, 1789 caprini e ovini, 250 suini. 

Questi numeri ci permettono di comprendere come il paesaggio sia un’opera dell’uomo, contadino e pastore, una figura che modifica il territorio secondo le sue esigenze, lo rende funzionale con scelte progettuali originali e derivanti dalla cultura di millenni di presidio territoriale.

La nostra esplorazione ci ha permesso di conoscere meglio un ambito che percorriamo spesso e osserviamo poco o nulla; il suo abbandono crea un danno non calcolabile, gravissimo per le casse della collettività, che deve rimediare al degrado ambientale che ne deriva.

Un ultimo dettaglio: un attento osservatore mi ha riferito d’avere visto l’applicazione, proprio su quel terreno, del metodo del debbio: una pratica antichissima, un lavoro che diventava moltiplicatore di fertilità, una sorta di magia che ha costruito il paesaggio nel quale viviamo la nostra quotidianità.

Il fuoco bonificatore era citato anche in una liturgia popolare non lontana da qui, in località Perlezzi sul Monte Agugiaia: le popolazioni dedite alla pastorizia raccoglievano “u dragnun”, un arbusto spinoso e coriaceo, e lo incendiavano sulla vetta del monte, per chiedere alle divinità il mantenimento del pascolo, che per queste comunità era ragione di vita.

(* storico e studioso delle tradizioni locali)

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