di ALBERTO BRUZZONE
L’economia del mare, trasversale a industria, servizi, logistica, turismo e attività pubbliche di regolazione e tutela ambientale vale oltre 216 miliardi di euro, pari all’11,3% del Pil dell’Italia e occupa 1,1 milioni di persone in modo diretto (che salgono a 2,5 milioni considerando anche gli indiretti).
La ricchezza prodotta dalla filiera è cresciuta di quasi il 16% nel biennio 2022-23, contro il 6,6% del totale dell’economia, una velocità di crescita pari a circa 2,5 volte la media nazionale. Sono alcuni dei dati del rapporto Confindustria-Bcg (Boston consulting group) presentato nei giorni scorsi da Mario Zanetti, delegato Confindustria per l’economia del mare, durante l’evento organizzato dalla stessa Confindustria a Genova.
“Dal Mediterraneo passa il 27% delle rotte strategiche globali, il 65% degli approvvigionamenti energetici europei e il 35% del traffico mondiale di greggio. A livello globale il 90% del traffico merci viaggia via mare e il 99% del traffico dati transita nelle dorsali sottomarine. L’Italia – ha sottolineato Zanetti – con i suoi 7.900 km di costa, 350 porti, circa 2 mila km di oleodotti e gasdotti sottomarini e 26 mila km di cavi subacquei, gioca un ruolo centrale in questo sistema e in una fase segnata da tensioni geopolitiche, riconfigurazione delle rotte commerciali e crescente attenzione alla sicurezza delle infrastrutture critiche, controllare rotte, produrre tecnologia navale e proteggere le infrastrutture sottomarine è un fattore di autonomia e resilienza nazionale”.
Ma se è vero che l’economia del mare rappresenta, come dice Zanetti “una delle spine dorsali dell’economia del nostro Paese”, oltre l’11% del Pil per un settore che impiega direttamente oltre un milione di addetti, “e se apriamo a tutte le catene collegate arriviamo a due milioni e mezzo”, ora serve lavorare sulla capacità di attrarre occupazione qualificata. Nel prossimo quinquennio ci sarà infatti bisogno di 175 mila posti di lavoro “qualificati, posti di lavoro che seguono l’innovazione che pervade tutti i settori, che anticipano le tendenze”.
Quei 175 mila posti di lavoro mancano e a ‘remare contro’, ovvero a rendere difficile il reperimento delle risorse richieste “c’è la dinamica demografica – ha ricordato Zanetti – La popolazione italiana in età lavorativa scenderà da 37,5 milioni del 2025 a 29,7 milioni nel 2050 con una contrazione di dieci punti percentuali. Circa 6,1 milioni di occupati fra i 50 e i 59 anni si affacceranno alla pensione nel prossimo decennio a fronte di soli 5,92 milioni di giovani fra i 20 e i 29 anni”.
E se a questo si aggiunge un “problema qualitativo”, ovvero che il sistema formativo italiano “non produce abbastanza profili con le competenze specifiche richieste dall’economia del mare” è evidente che il problema c’è. Problema che secondo Antonio Gozzi (Federacciai) e secondo la stessa Confindustria, sarebbe risolvibile formando capitale umano. Quindi “formazione, formazione, formazione”.
La formazione, tra l’altro, è una delle tre direttrici, assieme a semplificazione e innovazione, indicate dal gruppo tecnico economia del mare di Confindustria per sviluppare l’occupazione nella blue economy: potenziamento delle Its Academy con percorsi su innovazione, sostenibilità e discipline Stem, una piattaforma digitale nazionale per l’incontro domanda-offerta nel settore marittimo, incentivi fiscali per imprese che assumono giovani formati in percorsi Its e universitari EdM, l’inserimento dell’economia del mare nel Piano Mattei per formazione e reclutamento da Paesi africani (inclusi programmi Stcw) e l’allineamento atlanti delle professioni regionali per uniformare job title e profilazione competenze.
La premier Giorgia Meloni ha aperto l’evento con un videomessaggio, definendo il mare come “il motore della nostra crescita, della nostra occupazione, del nostro benessere”. L’interconnessione marittima sostiene l’industria manifatturiera e garantisce l’approvvigionamento di energia. Con oltre 200mila imprese e un milione di occupati, la Blue Economy genera in Italia 76 miliardi di valore aggiunto. Per la presidente del Consiglio siamo primi in Europa per merci movimentate nel trasporto a corto raggio, nonostante il nostro Paese sia stato spesso vittima di un paradosso, quello di “essere una penisola, ma non sentirsi e non agire come tale”. Contraddizione che ha soffocato le potenzialità del Paese. Il governo vuole dunque invertire la rotta e guarda con attenzione alla dimensione subacquea, definita dalla premier come “un dominio sempre più centrale per la nostra economia ma anche per la nostra sicurezza”. Per questo, la logistica portuale “è un fronte decisivo” e serve capacità di fare squadra, perché “quando il sistema Italia supera le divisioni e rema compatto nella stessa direzione, la nostra nazione non ha rivali”.
I dati di Confindustria confermano che la Liguria è la prima regione per concentrazione di attività legate al mare, con un’incidenza del 13,8% sul valore aggiunto locale. Qui si movimentano 60 milioni di tonnellate di merci l’anno. Tuttavia il ministro Nello Musumeci avverte: “Purtroppo all’economia blu mancano tante abilità professionali”, e bisogna lavorare nelle università con nuovi corsi di laurea. La sfida internazionale si vince con l’innovazione e la semplificazione burocratica. Anche Raffaele Fitto spiega che il mare è “una fonte di crescita economica, di occupazione, di innovazione industriale”. Il vicepresidente della Commissione europea assicura che il suo obiettivo è sostenere una crescita che sia competitiva, sostenibile e radicata nei territori. Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, ricorda invece che per un Paese con 8.000 chilometri di costa “è impensabile non parlare di mare”, una filiera dal valore di 216 miliardi di fatturato che, per gli industriali, “è fondamentale”.