di GIUSEPPE VALLE
Per ritrovare un po’ dell’attrezzatura e dell’atmosfera che si respirava nella Legatoria di Giuseppe Aldo Valle in piazza San Giovanni, ai tempi che vanno dal dopoguerra agli anni Ottanta, bisogna visitare la bottega di Maria Clelia Vaglio: è lei che ha rilevato l’attività e tutti gli strumenti che Aldo ha utilizzato per tutto il tempo in cui ha rilegato libri, fascicoli settimanali, tesi di laurea e ogni genere di pubblicazione. L’amore per i libri era pari a quello per il sapere.
Intendiamoci: la parola ‘sapere’ aveva molte accezioni: non solo la Conoscenza con la c maiuscola, ma anche le abilità pratiche, la memoria, il venire a conoscere i fatti altrui, sconfinando agevolmente nel ‘ceto’. Anzi, il pettegolezzo era il cibo quotidiano di tutti coloro – ed erano tanti – che frequentavano la bottega di Valle.
Sedute sulla panchetta – come in una vetrina – si vedevano delle persone; talvolta ascoltavano, talaltra rispondevano gesticolando animatamente. Aldo era il moderatore oppure colui che aizzava gli animi, ma sempre con un grande rispetto per le persone e senza perdere di vista l’autoironia. Questo ‘cenacolo’ trattava soprattutto di politica ma anche di argomenti straordinari, mirabolanti, progetti fantasmagorici che venivano definiti ‘falampi’ (A-a léttia fâ di lampi, fâ ciaeo, comme a dî fâ imprescion contando ‘na cösa feua do normale).
La lingua? Spesso il genovese, ma anche l’italiano, secondo le circostanze. Tutto era motivo di confronto: lo sport, la politica, il futuro, il passato, don Lelio parroco di San Giovanni, Franco Casoni, il sindaco, il partito, le invenzioni, l’America, la letteratura…
Ricorda Franco Casoni: “Nel 1966 sono venuto in via Bighetti ed era giocoforza venire in contatto con la bottega di Aldo”.
Aldo, da buon comunista di quelli convinti, ascoltava Radio Praga alla mattina molto presto e quando i frequentatori della legatoria passavano a dargli le notizie, lui le conosceva già. Probabilmente durante la guerra manteneva i contatti con i partigiani.
La bottega era frequentata non solo da sfaccendati, ma anche da persone di notevole livello come Marzo Canepa, corrispondente de ‘L’Unità’, Muratori, sinologo, Pandolfi, Console del Perù, il senatore Dallorso.
Aveva un bel rapporto con don Lelio Podestà, parroco di San Giovanni. Il sacerdote diceva spesso che ascoltava più confessioni in banca che in confessionale.
I faldoni di notai, del Comune e altri enti venivano rilegati da Aldo Valle e naturalmente una sbirciatina era d’obbligo.
La Virginia – di cognome Zini, ex carbonina – diceva che piazza San Giovanni era l’ombelico del mondo perché c’erano la chiesa, la farmacia, il banco Ghio, il banco del lotto, Pompeo, i manifesti da morto e la legatoria Valle. In quest’isola straordinaria la gente non si lamentava facilmente ma tutto era ordinaria amministrazione. La chiesa era aperta tutto il giorno e svolgeva un’azione terapeutica, grazie alla presenza assidua del parroco che si occupava di faccende spirituali ma anche sociali, lavorative e assistenziali.
Spesso ci si riuniva, il lunedì pomeriggio, nel locale ‘E Taggeine’ e si facevano ‘merende’ intitolate a qualche avvenimento particolare. Lorenzo Fogola, Terracini, Bordiga, Ugolini, Casoni, Cafferata, Biancalani, Olindo Bandini facevano parte di questa umanità che si proclamava felice.
