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Uno sguardo lungo 230 anni: il compleanno della Società Economica

da Alberto Bruzzone

di ANTONIO GOZZI

Il 230esimo compleanno della Società Economica è l’occasione per riflettere sulla storia e sul significato del sodalizio ma anche sul suo legame inscindibile con la città di Chiavari e il suo ‘circondario’, come viene definito il Tigullio negli atti della società.

È anche l’occasione per riflettere sul ruolo delle classi dirigenti nello sviluppo e nell’emancipazione del territorio, ruolo la cui insostituibilità è ben dimostrata proprio dalla storia della Società Economica.

Nei miei anni giovanili ho discusso a lungo proprio di questo tema con l’allora Presidente della Società, avvocato Evasio Boggiano che, nel lontano 1984, propose la mia iscrizione al sodalizio chiavarese.

Il dibattito era tra un giovane socialista, ingenuamente diffidente nei confronti di tutto ciò che sapeva di élite, e un anziano e autorevole liberale che cercava di spiegarmi e convincermi dell’indispensabilità delle azioni dei singoli e delle classi dirigenti e del loro ruolo sociale e modernizzante.

Ma andiamo con ordine. Il termine modernità è inscindibilmente legato alla nascita e al Dna della Società Economica.

230 anni di modernità sono un tempo lunghissimo per qualunque istituzione umana; eppure tra alti e bassi, tra momenti di riduzione o addirittura cancellazione dell’attività, come durante il fascismo, la Società ce l’ha fatta, è ancora qui viva e vegeta e capace di trasmettere la sua straordinaria esperienza alle giovani generazioni.

In piena stagione illuministica nel 1791, due anni dopo la Rivoluzione francese, un gruppo di cinquantaquattro persone, quasi tutte chiavaresi, nobili, borghesi, sacerdoti, molti dei quali scolopi delle Scuole Pie, si riunirono allo scopo di dare vita a un’associazione che, ispirandosi ad analoghe iniziative sorte in altre città italiane ed europee, avesse come finalità “…migliorare l’agricoltura, le arti e il commercio….”.

Durante la prima riunione, si decise di dare un nome a questa associazione, e precisamente ‘La Società Economica del Territorio di Chiavari’. Nel termine scelto ‘Economica’ c’è certamente il senso di sostegno e promozione dello sviluppo locale, ma anche un riferimento culturale e illuministico al razionale impiego dei mezzi disponibili per conseguire buoni risultati nelle attività svolte.

Ciò che impressiona dell’atto fondativo e del pensiero e delle aspirazioni di quei cinquantaquattro pionieri è lo spirito e la visione straordinariamente innovativi specie se relazionati alle dimensioni, alla povertà e al relativo isolamento di Chiavari e del suo circondario a quell’epoca.

Se si osserva la carta topografica della città di Matteo Vinzoni, che data 1773, appena vent’anni prima della fondazione della Società Economica, impressionerà la modesta dimensione dell’abitato chiavarese, tutto concentrato all’interno della mura civiche e circondato da campagne e da orti, con la quasi totale assenza di strutture viarie. Il mare è lontano e minaccioso senza alcun approdo o porto.

Un piccolo e relativamente povero borgo della Riviera di Levante, eppure capace di dare vita a un’iniziativa così importante e avanzata.

E qui il profilo delle persone, dei singoli, incomincia a contare. Fondatore e primo presidente della Società Economica fu il marchese Stefano Rivarola, Governatore di Chiavari per la Repubblica di Genova che, qualche anno prima, dal 1783 al 1785, aveva guidato una missione a San Pietroburgo presso la corte di Caterina di Russia, e che nel periodo napoleonico sarà anche ambasciatore a Parigi.

Un tipo glocal, come quelli che piacciono tantissimo a noi di ‘Piazza Levante’, legato a Chiavari ma anche intriso di cultura internazionale. Essere glocal oggi, con la facilità di trasporti e comunicazioni di cui disponiamo, è un conto, esserlo allora è tutta un’altra storia e testimonia dell’eccezionalità del personaggio.

La cultura internazionale appartiene alla nostra città, e figure di questo tipo appariranno numerose più tardi nel corso dell’800, anche a seguito delle grandi ondate migratorie verso le Americhe. Il misurarsi sulle strade del mondo arricchirà la città e le sue classi dirigenti caratterizzandole per una cultura dell’intrapresa e dell’apertura tipiche della tradizione mercantile e finanziaria liguri.

Innumerevoli le iniziative e le realizzazioni della Società Economica dal 1791 a oggi. Non c’è spazio in questo articolo se non per farne una fugace menzione: promozione dell’agricoltura, del commercio e dell’artigianato, lancio di esposizioni e di premi, promozione e sostegno dell’istruzione e della cultura, istituzione della biblioteca che diventerà luogo ‘sacro’ e fondamentale per generazioni e generazioni di chiavaresi.

Iniziative tutte ispirate agli ideali dei fondatori: non astratti ragionamenti culturali ma una continua attività per migliorare le condizioni economiche e di vita della gente.

E qui ritorniamo al tema delle classi dirigenti e delle élite. Nel momento della massima affermazione della città (all’inizio dell’800 Chiavari per volere dei francesi diventa capoluogo del Dipartimento degli Appennini) le sue classi dirigenti pensano al benessere della comunità, e lo fanno impegnandosi per la promozione delle due leve fondamentali per l’emancipazione dei cittadini: istruzione ed economia/lavoro.

Grazie anche all’influenza francese la città cambia volto, si apre ancora di più all’internazionalità, vede nascere una borghesia degli affari e delle professioni e una borghesia amministrativa.

Si afferma, grazie alla Società Economica, la visione di una crescita e di uno sviluppo inclusivi, nella convinzione che lo sviluppo o è generalizzato o non è. Si affermano i principi di libertà e uguaglianza che faranno di Chiavari una delle capitali del Risorgimento italiano. Un bellissimo museo del Risorgimento è visitabile presso le antiche sale della Società.

Questa visione e questo spirito sono quanto mai necessari anche oggi.

Chiavari, in una Liguria in grave declino demografico, economico e culturale, soffre come il resto della regione, ma in più ha subito negli ultimi trent’anni duri colpi al suo prestigio e ruolo: la battaglia persa per la quinta Provincia ligure ma soprattutto la chiusura del Tribunale, che ha dato un gravissimo danno alle attività commerciali e professionali.

Sono messe in discussione l’immagine e il ruolo della città, tradizionalmente capoluogo del circondario, e solo il permanere della Curia Vescovile confermata dalla recente nomina del nuovo Vescovo monsignor Devasini sta a testimoniare il rango storico di Chiavari.

Le città come le comunità, gli stati, le imprese crescono e declinano e il loro destino non è mai scontato ma è sempre e solo nelle mani dei protagonisti della vita economica, politica e civile; nelle mani di quelle classi dirigenti di cui Evasio Boggiano mi parlava quasi quarant’anni fa e che oggi devono dimostrare capacità di immaginare e progettare il futuro.

Molti sono i temi che si affollano e che non hanno risposta.

Qual è il ruolo di Chiavari e del Tigullio oggi e nel futuro? Un’anonima periferia di pendolari dell’area metropolitana o un luogo con una sua identità e autonomia completamente diverse da quelle della città capoluogo?

Come costruire e rafforzare un’unità di visione di intenti con gli altri comuni della costa e dell’entroterra recentemente manifestatasi sull’incresciosa vicenda della ‘rumenta’?

Come pensare ai comuni dell’entroterra e ai loro collegamenti stradali e digitali con la costa, che sembrano ancora una volta assenti anche nelle previsioni del Recovery Plan?

Quale il modello economico per la città del futuro, tramontato ormai il modello della ‘città delle professioni’ che girava intorno al Tribunale? Come inserirlo in un più generale modello di sviluppo del Tigullio?

Come mantenere e sostenere a Chiavari la funzione di istruzione superiore, che è l’ultima funzione nobile della città, senza un piano dell’edilizia scolastica degno di questo nome e con una situazione surreale dei licei che cercano e non trovano spazi e l’assurdità del glorioso Delpino-Marconi ormai articolato in 5 o 6 plessi?

Come non far scappare le giovani generazioni formate con grandi sacrifici della comunità e delle famiglie e che appena diplomate e/o laureate se ne vanno alla ricerca di un lavoro che qui non c’è?

Domande tutte senza risposta, a fronte di un’estrema fatica della città nel suo insieme non tanto a dare delle risposte ma financo a porsi le domande.

La politica tace, gli imprenditori scarseggiano.

Ancora una volta Chiavari ha bisogno della Società Economica, delle sue donne e uomini di buona volontà per riuscire ad avere una visione e una direzione di marcia.

Ancora una volta bisogna promuovere la cultura e lo spirito di intrapresa che sono alla base della crescita umana. Essere ambiziosi e visionari, investire nel futuro, non darsi mai per vinti è il messaggio che va lanciato alle giovani generazioni.

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