Home Attualità Le città del Levante genovese tra passato, presente e prospettive per il futuro: Chiavari secondo Giorgio ‘Getto’ Viarengo

Le città del Levante genovese tra passato, presente e prospettive per il futuro: Chiavari secondo Giorgio ‘Getto’ Viarengo

da Alberto Bruzzone

Prosegue in questo numero di ‘Piazza Levante’ una serie di contributi che ci arrivano da diverse personalità del territorio e dedicati alle loro rispettive città. Come sono, com’erano un tempo, come possono cambiare e migliorare, come possono essere investite le risorse. Il quarto intervento è da Chiavari ed è a firma di Giorgio ‘Getto’ Viarengo, studioso di tradizioni locali e storico, nonché autore di numerosissime pubblicazioni.

di GIORGIO ‘GETTO’ VIARENGO *

La rilettura storica del nostro territorio, come proposto nell’articolo di Sandro Antonini, è senza dubbio pratica indispensabile per comprendere errori e calibrare al meglio il futuro possibile. La città di Chiavari non ha mai potuto vantare un’esperienza industriale come i grandi stabilimenti di Sestri Levante, la condizione della sua crescita storica deriva, soprattutto, dal ruolo istituzionale che gli eventi le hanno affidato.

Con l’esperienza napoleonica del primissimo Ottocento si trova a essere un vero capoluogo di provincia con un governo del territorio che spaziava nell’intero levante ligure. Le istituzioni che avevano sede in Chiavari si articoleranno creando una nuova classe dirigente che seppe affermare queste nuove esperienze creando e rinnovando la crescita economica.

La borghesia chiavarese avviò per prima i servizi bancari e fece di Chiavari un notevole centro finanziario, la città si rinnovò attivando nuovi commerci e utilizzando la neonata rete ferroviaria, vero segno della rivoluzione industriale per il Tigullio, per allargare i propri confini economici. Gli errori erano già leggibili, in particolare nel non comprendere che il posizionamento della ferrovia sulla costa poteva sfavorire le possibili economie del turismo.

Il nostro litorale fu sempre assolutamente abbandonato e non si considerò minimamente il danno che avrebbe creato la linea ferroviaria, solo dopo pochissimi anni si ricorreva a nuove soluzioni per rimediare agli evidenti errori di progettualità.

Un solo tecnico, l’architetto Gaetano Moretti, negli anni Trenta richiamò la necessità di portare a monte la ferrovia e avere la possibilità di riprogettare l’intero litorale. Lo stesso drammatico errore lo si fece nell’asfittico dibattito sul dove collocare la nuova rete autostradale: erano presenti diverse voci che richiamavano l’errore del percorso a ridosso delle città che avrebbe reso difficile la circolazione in centri storici inadeguati.

Non furono minimamente ascoltate e il percorso passò nell’immediato delle colline sul mare, il risultato dell’offesa al paesaggio è ben visibile ai nostri giorni. Negli stessi tempi, siamo nel decennio degli anni Sessanta, ci fu l’incontrollata espansione urbanistica delle nostre città, e Chiavari cancellò in un solo colpo i grandi spazi ortivi che circondavano il suo prezioso Centro Storico.

L’esempio di questa scellerata operazione è ben visibile sul nostro lungomare, dove non è riscontrabile una minima composizione urbanistica capace di dialogare con un paesaggio ambientale di grande pregio. Queste scelte politiche non avviarono un’economia del turismo, ma indicarono nella ‘seconda casa’ un succedaneo incapace di portare ricchezza al territorio, premiando nell’immediato la sola speculazione edilizia.

Oggi Chiavari potrebbe ospitare ben più di cinquantamila residenti, ma stiamo costantemente sotto i trentamila, con interi caseggiati inutilizzati. Eppure gli alberghi erano presenti, ma sono stati dequalificati, cambiandone destinazione d’uso, talvolta demoliti: come non ricordare il Grand Hotel Negrino che ospitò Marinetti. Prima dell’abbandono della Fara si tentarono interessanti esperienze turistiche in quel complesso: nel 1965 venne avviato il Soggiorno Internazionale Faro, nell’archivio storico della Regione Liguria possiamo rilevare 8.481 presenze in quella prima stagione. Nell’anno della chiusura, il 1972, si registrarono 11.644 presenze; il decreto di liquidazione della GIL, proprietaria dell’immobile, passò l’edificio dapprima alla Regione poi al Comune, il resto è cronaca dei nostri giorni.

Tornando alla storia e alle sue eredità, non possiamo trascurare la straordinaria esperienza dell’avvio dell’istruzione scolastica in Chiavari, un percorso capace di garantire l’intero ciclo per accedere all’università sin dalla metà Ottocento. Qui il grande lavoro lo fornì la Società Economica, dove diversi soci ben conoscevano le esperienze delle altre regioni e delle maggiori capitali europee, l’apertura di nuovi corsi e servizi per l’istruzione era sempre favorita, i capitali per finanziare giungevano dai tanti facoltosi che comprendevano che il sapere era la nuova ricchezza.

Oggi questa valenza è in grande sofferenza, si fatica non poco a trovare gli spazi che necessitano per assicurare la continuità della domanda: l’emergenza permanente sembra la sola soluzione. Il futuro dovrà vedere la capacità di non commettere più errori, di utilizzare al meglio le risorse che ancora si presentano.

La città dei prossimi anni dovrà saper rivalutare l’ambiente i cui viviamo: il mare e l’entroterra ne rappresentano il naturale paesaggio da cui ripartire. Il nuovo sviluppo ci chiederà luoghi di qualità, dove le attività di svago si rispecchieranno nelle pratiche dello sport e della cultura. Credo che questa riprogettazione ci obblighi a comprendere le dimensioni delle nostre città, troppo piccole per questa grande sfida, quando il nuovo orizzonte deve prevedere l’intero Tigullio che la storia indicava nel circondario.

Il territorio tra Portofino e Moneglia, con l’apice nel nostro Appennino che raggiunge Santo Stefano, ne deve divenire il naturale laboratorio: qui è il nostro futuro. Quando usciremo dalla drammatica esperienza della pandemia, le nuove economie dovranno sapersi misurare con quanto è ancora compatibile con questo territorio e rimediare alle fragilità rilevate in questi ultimi anni.

Chiavari ha alcune risorse che devono seguire questa linea, creando condizioni che sappiano ridare fiato allo storico commercio e artigianato, progettando una rinnovata accoglienza e nuovi indispensabili servizi.

Mi auguro che il palazzo dell’ex Tribunale, la Cittadella, sia utilizzato in modo unitario e non smembrato, possa così diventare un polo internazionale di cultura come merita, una fondazione per creare eventi d’alto livello capaci di portare nuovi e consistenti flussi in città e nell’intero Tigullio.

L’Area di Colmata deve essere utilizzata partendo dalla considerazione che si tratta di un grande terrazzo davanti al mare, posizione che merita un progetto all’altezza di tale rilievo e non il depuratore o altre soluzioni affrettate.

L’Area Ex Tirrenia Gas, qui non possiamo riaffermare i già visti condominii, ma riqualificare i capannoni per costruire un centro congressi che manca nell’intero Tigullio: questa dev’essere la favorevole e importante soluzione da discutere con l’attuale proprietà.

Non ultimo, qui il ritorno all’esame storico è indispensabile, la soluzione tanto attesa per il Teatro Cantero, una struttura indispensabile per il rilancio della città, affermando una struttura culturale per l’intero Tigullio.

Chiavari deve trovare la costruzione del suo futuro nelle migliori pagine della sua storia, rileggendo le cronache del passato troviamo spunti importanti, fondamentali, per non ripetere errori. Mi risuona nelle orecchie una recente affermazione, di chi richiamava negli edifici dell’ex Cantiere una nuova Montecarlo in Chiavari. Ecco, questo è l’errore da non fare! Come dev’essere Chiavari è scritto nella sua storia, da qui dobbiamo ripartire.

(* studioso di storia e di tradizioni locali)

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