Home Approfondimento Il recupero della sentieristica locale sia inserito nelle risorse del Recovery Fund

Il recupero della sentieristica locale sia inserito nelle risorse del Recovery Fund

da Alberto Bruzzone

La sentieristica locale può diventare un’enorme risorsa per tutto il nostro territorio. Ma va avviato un piano di recupero complessivo degli antichi percorsi, attraverso una sinergia tra amministrazioni locali ed enti sovraordinati.

‘Piazza Levante’ ospita in questo numero la proposta di Luca Imberti, architetto nato a Milano, città dove lavora, ma con radici profonde nella Riviera di Levante e attualmente residente a Leivi. Sposiamo in toto la sua idea e gli daremo seguito con altri interventi nelle prossime settimane.

di LUCA IMBERTI *

‘Piazza Levante’ ha ospitato numerosi interventi e animato un dibattito sul tema dei sentieri e delle creuze della Liguria, dando rilievo a iniziative dal basso come ‘Pietre Parlanti’ e spazio ad approfondimenti di ordine culturale, che mostrano una consapevolezza dello straordinario valore di questo patrimonio di cui le istituzioni non si fanno sufficientemente carico.

Non è un puntare il dito. È evidente che mantenere una rete così fitta ponga dei problemi di ordine gestionale di fronte ai quali i Comuni hanno difficoltà. D’altra parte non si può non rilevare la logica minimale che Comune per Comune, ciascuno per sé, ha visto nei sentieri prevalentemente oneri manutentivi senza ritorno, chiudendo un occhio sull’accaparramento di interi tratti, riservati ormai ai pochi ‘conoscitori’, che percorrendo quelle che sono pur sempre pubbliche si sentono quasi intrusi.

E d’altra parte non è vero che nulla accade, dal recente ripristino del percorso di Sant’Anna tra Sestri e Cavi, al volontariato come quello di ‘Pietre Parlanti’ e per salire più in alto alla Rete escursionistica regionale e il Sentiero Liguria, i quali hanno il pregio di allargare l’orizzonte e però il difetto, orientati come sono a una prospettiva di itinerario, di creare catene piuttosto che considerare la rete minuta e pervasiva che nella sua interezza è la vera risorsa di cui disponiamo.

Del nostro sistema dei percorsi sottolineo due aspetti. Il primo è che non si tratta di una sentieristica nata per l’escursionismo o il pellegrinaggio, ma per la vita. È stata per secoli il sistema infrastrutturale portante del territorio. È andato in crisi con la motorizzazione, calibrata sull’auto e non più sulla soma, con pendenze incompatibili. Ne è risultato il progressivo passaggio dalle vie dorsali ai fondovalle, ma, ed è il secondo punto, è proprio questa caratteristica, fondovalle alle strade, crinali ai sentieri, due pettini alternati sebbene con sovrapposizioni, a permettere oggi di prospettare un recupero della rete storica, spesso di intrinseca qualità, come prova la sua stessa sussistenza a mezzo secolo e più dalla marginalizzazione, praticamente senza manutenzione.

Due fatti nuovi rendono attuale un progetto di riappropriazione della rete dimenticata. Il primo di ordine culturale ‘esperienziale’ è che cresce moltissimo l’interesse per gli itinerari lenti, dalle vie Francigene a Cammina Italia, alle iniziative sopra citate, all’ormai consolidata Alta via. E su questo, la pandemia ha impresso un’ulteriore accelerazione, perché mai come in questi tempi i sentieri si sono frequentati e ne abbiamo riscoperto il valore, permettendoci socialità itineranti certamente più sicure di piazze e lungomare.

Il secondo è il PNRR (Piano Nazionale di ripresa e resilienza), che prevede finanziamenti per interventi di sviluppo sostenibile e riequilibrio ecosistemico e territoriale. È possibile far rientrare un progetto di rete come quello a cui ho accennato nei finanziamenti europei? Credo di sì, e se vogliamo le Cinque Terre ne fanno intravvedere i potenziali di ospitalità, di produzioni locali, di tutela dei territori, di recupero di terreni, borghi e casolari, di iniziative turistiche. Non che il modello sia ovunque replicabile, ma la condizione perché qualcosa possa accadere è ricostituire la rete che collega i punti salienti del territorio, che sono quelli per cui è nata. Qualunque rete infatti funziona se connette più nodi, crea circuiti liberi, fa appunto complessivamente rete. E poi deve essere accessibile e nota, con segnaletica e informazione.

A chi l’onere di proporre una simile iniziativa?

Next Generation EU chiede la capacità (di cui siamo in difetto) di coagulare progetti a più voci con sinergie di attori e saperi e con visioni lunghe. Lo sta capendo rapidamente il mondo d’impresa, il Pubblico e il terzo settore fanno più fatica a innovarsi, a coalizzarsi, a farsi parte proattiva nel mondo che è cambiato. Per questo un progetto che vede ampio consenso, possibilità di coinvolgimento di diversi soggetti, è un’opportunità da cogliere soprattutto per i Comuni che ne sono i ‘naturali’ promotori e possono attivare trasversalmente le coalizioni e le capacità necessarie, in gran parte esistenti.

 (* architetto e urbanista)

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