Home editoriale Basta all’odio sessista e razzista contro le donne propalato via social

Basta all’odio sessista e razzista contro le donne propalato via social

da Alberto Bruzzone

di ANTONIO GOZZI

Due donne le cui esperienze di vita e culturali non potrebbero essere le più distanti eppure accomunate questa settimana da terribili episodi di odio propalato via media.

Minacce, insulti, commenti irripetibili sono stati indirizzati via social, ancora una volta, a Liliana Segre, superstite e testimone dell’Olocausto, che si è vaccinata al Fatebenefratelli di Milano. Proprio la somministrazione del vaccino – nel primo giorno della campagna lombarda per gli over 80 – ha nuovamente scatenato l’odio antiebraico contro l’ultranovantenne milanese sopravvissuta ad Auschwitz.

Nelle stesse ore, in una trasmissione radiofonica, Giovanni Gozzini, figlio del fu Senatore Gozzini della Sinistra Indipendente, storico e docente dell’Università di Siena, ha definito Giorgia Meloni (segretaria di Fratelli d’Italia e presidente dei Conservatori Europei) “vacca, scrofa” e altro ancora, attaccandola perché in Parlamento nel suo intervento sulla fiducia al nuovo Governo, dichiarando il voto contrario del suo partito, si era permessa di trattare da pari a pari il Presidente del Consiglio Mario Draghi.

Gozzini, come pure uno degli haters che hanno insultato la Segre, si è poi prodotto in scuse postume. Scuse inutili, perché il male ormai è fatto; sia quello compiuto dai cosiddetti ‘leoni da tastiera’, che credendosi protetti dallo schermo del computer insultano senza alcun freno, sia quello compiuto pubblicamente da un professore universitario che dovrebbe insegnare agli altri come stare al mondo.

Perché si insultano le donne? Perché si alimentano queste campagne di odio che verosimilmente non sono completamente sganciate dalla recrudescenza di femminicidi alla quale assistiamo sgomenti tutti i giorni?

Le cause sono molte e le due storie come detto non potrebbero essere le più diverse.

Liliana Segre è vittima di una campagna antisemita sui social che conta decine di migliaia di messaggi annuali. Solo Twitter ne conta oltre quindicimila l’anno e non esistono al momento rilevazioni analoghe su Facebook, Google, Instagram dove la propaganda antiebraica è frequentissima. Gli analisti concordano nel considerare il fenomeno in crescita negli ultimi anni nel nostro Paese. In Italia sono stati censiti oltre 300 siti e 200 profili Facebook antisemiti prevalentemente gestiti da gruppi neofascisti e neonazisti.

Questa cosa non può essere considerata normale ma ancora una volta sottolinea le contraddizioni e i vizi dei social. Come giustamente ha ricordato Stefano Feltri su ‘Domani’, gli insulti a Liliana Segre sono un ottimo affare per i gestori delle piattaforme. Generano altri clic, producono traffico, dati, profilazioni quando scatta l’indignazione per gli insulti. E ciò è la prova che questi fenomeni sono parte del modello di business e non incidenti di percorso. Un modello di business che ha bisogno di contenuti gratuiti che generino azioni e reazioni. È giunta l’ora di prendere atto che l’odio social non è soltanto il prodotto di menti malate, ma è il carburante di quel capitalismo digitale fatto di oligopoli incontrollati che sta corrodendo le nostre democrazie.

Ma è anche giunta l’ora che le democrazie si difendano da questa perversione.

La vicenda di Giorgia Meloni è più tradizionale almeno dal punto di vista del mezzo usato per gli insulti (una trasmissione in streaming). Ciò che colpisce è la provenienza degli stessi: un professore universitario che per ironia della sorte (o tragica decadenza dei costumi) è titolare di un corso denominato ‘Diplomazia Politica’.

Come spesso avviene con le donne, anche gli insulti rivolti dall’esimio professore sono a sfondo sessista. Sia nel caso di Liliana Segre che in quello di Giorgia Meloni l’odio ha in partenza una matrice politica. Ma il fatto che le protagoniste siano donne in qualche modo costituisce una sorta di drappo rosso davanti al toro. L’autorevole testimonial della Shoah, colpevole tanto di essere sopravvissuta quanto di costituire un documento vivente della barbarie, e la giovane carismatica leader di un partito in costante crescita vengono attaccate per quanto rappresentano, ma in quanto donne sono fatte oggetto di una dose doppia di odio, di disprezzo carica di riferimenti sessuali.

In un regime parlamentare l’opposizione, oggi rappresentata quasi solo dal partito di Giorgia Meloni, va protetta, perché è un elemento sostanziale della democrazia. Non è un caso che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Presidente del Consiglio Mario Draghi siano stati i primi a porgerle messaggi di solidarietà.

Pur non condividendo affatto le opinioni politiche di Giorgia Meloni, la quale guida un partito che ha ancora nel suo simbolo la fiamma, a richiamo di una tradizione politica che nel dopo guerra organizzò i nostalgici del fascismo, tragico regime padre tra le altre cose anche delle leggi razziali (Giorgia, ma quando la levi la fiamma dal simbolo di FdI?), ospitiamo volentieri un intervento di Michele Scandroglio, ex parlamentare, che motiva le ragioni per le quali tutti devono dare solidarietà a Giorgia Meloni.

E ci piacerebbe ricevere da esponenti di Fratelli d’Italia, e naturalmente le pubblicheremo, anche inequivoche condanne all’antisemitismo e all’antiebraismo propri di frange neofasciste e neonaziste che pullulano nel mondo della destra estrema.

“Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo”: frase bellissima attribuita normalmente a Voltaire ma in realtà scritta proprio da una donna, una scrittrice britannica dell’inizio ’900, Evelyn Beatrice Hall, che la scrisse nel 1906 inserendola nella biografia di Voltaire.

Una frase bellissima che rispecchia completamente lo spirito di ‘Piazza Levante’ e della sua redazione e che come tale consegniamo ai nostri lettori e a tutti quelli, speriamo pochi, che storceranno il naso perché nello stesso articolo abbiamo parlato di Liliana Segre e Giorgia Meloni.

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