Home editoriale Due cattolici hanno portato un socialista liberale cattolico a guidare l’Italia: come Mattarella e Renzi hanno cambiato (in meglio) questa pazza legislatura

Due cattolici hanno portato un socialista liberale cattolico a guidare l’Italia: come Mattarella e Renzi hanno cambiato (in meglio) questa pazza legislatura

da Alberto Bruzzone

di ANTONIO GOZZI

Per chi non l’avesse ancora capito, l’orientamento politico-culturale di fondo di questa testata affonda le sue radici nelle correnti di pensiero liberal-socialista e di socialismo riformista non marxista che hanno visto nel secolo scorso una pluralità di apporti, spesso minoritari ma sempre di straordinaria modernità, tanto da costituire un importante punto di riferimento anche per l’oggi.

In questi tre anni di storia di ‘Piazza Levante’ abbiamo più volte ricordato e approfondito questi filoni: dal socialismo riformista di Filippo Turati, al pensiero di Carlo Rosselli in ‘Socialismo liberale’, al socialismo fabiano inglese di Bernard Shaw, Sidney Webb e John Maynard Keynes, al pensiero dell’americano John Rawls e alla sua teoria della giustizia e dei meriti e dei bisogni. Abbiamo approfondito i temi olivettiani della responsabilità sociale dell’impresa e dell’inclusione nelle società di mercato che in particolare il cattolicesimo sociale e il sindacalismo della Cisl ci hanno insegnato.

Abbiamo già espresso la nostra posizione e il nostro sostegno al tentativo di Mario Draghi di formare, secondo le indicazioni del Presidente della Repubblica, “un governo di alto profilo aperto a tutte le forze politiche”. La nostra convinzione deriva dal fatto che, come già detto nel numero passato, Draghi rappresenta per l’Italia il meglio che si poteva mettere in campo. La sua credibilità e reputazione internazionale e le sue capacità rappresentano un asset formidabile per il Paese, che ne ha subito beneficiato. In meno di una settimana dal suo incarico abbiamo risparmiato quasi un miliardo di interessi sul debito pubblico per la caduta dello spread.

Ma oltre al riconoscimento dell’indubbio valore di Draghi, ci sentiamo anche culturalmente vicini al Presidente incaricato, che nel 2015, intervistato dal giornale tedesco ‘Die Zeit’ sul suo orientamento politico aveva risposto: “Le mie convinzioni rientrano in quelle idee che oggi verrebbero definite del socialismo liberale, quindi non proprio collocabili in raggruppamenti estremi”.

Ma come si è arrivati alla sua designazione?

Forse vale la pena di ripercorrere la storia di questa pazza legislatura.

In meno di tre anni si è passati da un Governo iniziale (M5SLega) che anche sull’onda di una vittoria elettorale populista esprimeva il massimo della distanza dall’Europa e dai suoi valori e sbandava vistosamente sia sul piano della politica interna che su quello della politica internazionale (quota cento, reddito di cittadinanza, decreti sicurezza, simpatie per il Venezuela di Maduro, per la Russia di Putin e per la nuova egemonia cinese), all’auspicato Governo Draghi che, al di là della maggioranza che lo sosterrà, speriamo la più ampia possibile secondo le indicazioni del Presidente Mattarella, sarà un governo saldamente europeista e saldamente atlantico, concentrato sulle emergenze nazionali (campagna vaccinale e Recovery Plan) e che cercherà di ricollocare l’Italia e i suoi interessi al centro della scena europea.

Nel mezzo c’è stato il governo Conte-bis (appoggiato da M5S e da PD, IV e Leu) che al di là delle giravolte spregiudicate del premier (uomo di tutte le stagioni, vedremo cosa farà in questa) ha avuto il merito di avviare un percorso di riavvicinamento all’Europa, iniziato con la cosiddetta maggioranza Ursula (una parte dei deputati del M5S furono determinanti per l’elezione della tedesca Ursula Von der Leyen alla presidenza della Commissione Europea) e culminato con il riconoscimento all’Italia degli oltre 200 miliardi del Next Generation Fund.

Piaccia o non piaccia, protagonisti assoluti e artefici di questo straordinario cambiamento, basato anche sulla progressiva de-estremizzazione di Lega e M5S, sono stati il Capo dello Stato Sergio Mattarella e il Presidente di Italia Viva Matteo Renzi.

Partiamo da Matteo Renzi. Pur sconfitto alle elezioni politiche del 2018 (allora era segretario del Pd) e per questo messo sotto accusa all’interno del partito fino alla sua uscita con la creazione di Italia Viva, è riuscito nell’estate del 2019, dopo la crisi del Papeete, a evitare le elezioni anticipate che avrebbero certamente consegnato l’Italia a una destra a maggioranza sovranista e antieuropea. Elezioni anticipate che, almeno inizialmente, il segretario del Pd Zingaretti sembrava ben felice di affrontare, quasi sicuro di perderle ma altrettanto sicuro di poter finalmente ripulire i gruppi parlamentari del Pd dalla presenza renziana.

L’intuizione di Renzi, la ‘mossa del cavallo’ come si disse allora, fu di proporre e favorire un accordo tra Pd e M5S. Il movimento di Grillo e Casaleggio iniziò da quel momento, a contatto con la dura responsabilità del potere, un processo di revisione caratterizzato dall’abbandono dei temi e degli slogan più propagandistici (mai con il partito di Bibbiano, faremo dell’Ilva un parco giochi, no Tav, no Tap, no Vax ecc.) processo culminato negli ultimi giorni con l’affermazione di Grillo: “Draghi sembra uno di noi”.

Questo cambiamento ha portato progressivamente la maggioranza del movimento ad atteggiamenti più pragmatici e realisti, e ha visto crescere la leadership di Di Maio. Dopo essere stato a inizio legislatura l’estremista della richiesta di impeachment nei confronti di Mattarella, si presenta oggi come leader prudente e moderato anche nella vicenda della formazione del Governo Draghi.

Ma la seconda mossa fondamentale di Renzi, come abbiamo già scritto su queste pagine, è stata quella di denunciare in Parlamento l’immobilismo e l’inefficienza degli ultimi mesi del governo Conte-bis e l’inadeguatezza del premier che sembrava chiedere lui i pieni poteri nella gestione del Recovery Plan. Renzi ha aperto la crisi di Governo che, nonostante le resistenze di Pd e del M5S, alla fine ci ha portato al governo Draghi, indicato fin dall’inizio della crisi dallo stesso Renzi come una valida alternativa a Conte.

Italia Viva in questi mesi ha sollevato e formulato critiche al Governo largamente condivise all’interno della maggioranza, soprattutto nel Pd; ma l’ipocrisia, i tatticismi e la linea sbagliata del gruppo dirigente del Pd, tutta appiattita su Conte ritenuto l’unico punto di equilibrio possibile (boh?), hanno lasciato solo il senatore di Rignano a gestire gli sbocchi di questa crisi e a fronteggiare una durissima campagna propagandistica, more solito, piena di odio e di fango.

Il coraggio di Matteo Renzi, la sua tenacia, la sua indisponibilità a farsi comprare con una poltrona in più hanno fatto sì che l’Italia oggi possa mettere in campo il meglio per gestire questa difficile crisi, che è sanitaria ed economica al tempo stesso.

Fate un sondaggio con famigliari e amici e provate a chiedere ai vostri interlocutori se preferivano un governo Conte-ter o il Governo Draghi, e vedrete cosa vi risponderanno. Otto persone su dieci preferiscono Draghi, dando ragione all’azione di Renzi; e questo è tutto.

Qualche scienziato della politica dice che Renzi si è messo il cappio al collo da solo e che all’interno della larga (speriamo) maggioranza che sosterrà Draghi, Renzi e IV saranno irrilevanti.

È singolare che questa osservazione spesso provenga dagli stessi ambienti che hanno criminalizzato Renzi come irresponsabile per l’apertura di una crisi al buio e lo hanno rappresentato come uno spregiudicato individuo alla ricerca di più posti e potere.

È certamente vero che in una maggioranza più ampia Renzi non avrà più la condizione di arbitraggio che aveva in precedenza: ma questo semmai è un titolo di merito, perché dimostra che ha agito più nell’interesse del Paese che del proprio.

Ma c’è un’altra conseguenza dell’azione di Renzi e della decisione del Presidente della Repubblica di affidare a Draghi l’incarico di formare “un governo di alto profilo aperto a tutte le forze politiche”.

La Lega di Salvini, cogliendo l’appello del Capo dello Stato, ascoltando le voci provenienti dal suo elettorato del Nord fatto di ceti produttivi e seguendo i consigli di Giorgetti e Zaia ha scelto una linea di responsabilità e ha deciso di appoggiare con convinzione il Governo Draghi.

Ciò appare molto importante per il futuro. Se infatti la Lega, che oggi nei sondaggi è il primo partito, sceglie una linea responsabile ed europeista si creano le condizioni che consentiranno, alla fine della fase emergenziale del Governo Draghi e quando finalmente si tornerà a votare, di poter mettere in campo una vera democrazia dell’alternanza.

Una situazione nella quale i due schieramenti del centro-sinistra e del centro-destra, entrambi legittimati a livello europeo, potranno contendersi la guida del Paese senza furori ideologici e demonizzazioni reciproche.

Ciò che abbiamo detto finora sottolinea ancora una volta l’intelligenza e il ruolo svolto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che passerà alla storia come uno dei più grandi Presidenti che l’Italia abbia avuto, e ciò per il suo straordinario equilibrio e capacità nella gestione di una difficilissima fase politica del Paese.

Il Presidente della Repubblica ha dovuto fare i conti a partire dal 2018 con un Parlamento eletto sull’onda populista, fatto in gran parte da deputati e senatori alla prima esperienza; un’assemblea, come si è visto, tendenzialmente ingovernabile dove i numeri non hanno mai consentito maggioranze stabili.

Un Parlamento in cui a inizio legislatura, come ricordato, il leader della forza politica più votata, il M5S appunto, ha gridato all’impeachment solo perché il Presidente della Repubblica voleva esercitare appieno le sue prerogative costituzionali.

Un Parlamento in cui il trasformismo non è stato solo quello solito di singoli parlamentari in perenne transumanza da un gruppo all’altro, fenomeno questo già visto in altre legislature e almeno in parte fisiologico. In questo caso il Parlamento ha visto il trasformismo della forza più votata, il M5S appunto, che prima ha fatto un governo con la destra sovranista di Salvini e poi senza problemi, solo perché Salvini aveva aperto la crisi, con la sinistra del Pd e di Leu.

Mattarella non ha mai perso la calma, ha provato a gestire la situazione nella sua congenita difficoltà, è stato arbitro vero, ma non ha mancato di richiamare la politica ricordando i doveri interni ed esterni che l’Italia ha nei confronti dei suoi cittadini e del consesso internazionale.

L’intelligente gestione di questa fase politica così difficile da parte del Capo dello Stato ha visto un progressivo ridimensionamento del consenso alle forze populiste e una loro attitudine più moderata che fa ben sperare per il futuro.

Alla fine Mattarella ha vinto scegliendo l’uomo migliore per portare l’Italia fuori dalla crisi.

Ancora una volta grazie Presidente e, come abbiamo avuto modo di scrivere un po’ di tempo fa su queste pagine, noi stiamo con te.

Due cattolici per un socialista liberale: che sogno per chi come noi crede che dalla combinazione di queste tre culture venga il meglio per l’Italia!

Ti potrebbe interessare anche