Home editoriale Livorno 1921. Da celebrare ci sono solo il discorso di Turati e le ragioni dei socialisti riformisti

Livorno 1921. Da celebrare ci sono solo il discorso di Turati e le ragioni dei socialisti riformisti

da Alberto Bruzzone

di ANTONIO GOZZI

Ho una certa esperienza di centenari di partiti della sinistra italiana.

Sono stato segretario regionale del PSI ligure dal 1991 al 1994 ed ebbi l’incarico dalla direzione nazionale del Partito di organizzare a Genova, nell’estate/autunno del 1992, le manifestazioni del centenario del PSI, nato proprio a Genova 100 anni prima.

Le commemorazioni iniziarono nell’agosto con la presenza dell’allora Presidente del Consiglio, il socialista Giuliano Amato, all’inaugurazione in salita Pollaiuoli di una targa nell’osteria che ospitò Turati e la Kulishoff e i loro compagni nella notte precedente al Congresso alla sala dei Carabinieri Genovesi.

Le celebrazioni culminarono a novembre in una grande manifestazione al nuovo Carlo Felice, da poco inaugurato, cui parteciparono Bettino Craxi e il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, che volle intervenire per rispetto verso il vecchio e glorioso PSI e anche per sottolineare l’assenza del Presidente della Repubblica di allora, Oscar Luigi Scalfaro che, invitato, si era ben guardato dal venire a Genova alle celebrazioni della nascita del più vecchio partito italiano.

Fu naturalmente per me e per moltissimi compagni un’esperienza intensissima e altamente emozionale preceduta da un grande lavoro di riflessione storica sulla nascita del PSI e sui suoi valori fondanti, che avevano contribuito per cento anni alla storia d’Italia.

Con riferimento al Congresso del PSI di Livorno del gennaio 1921 e alla nascita del Partito Comunista, la storia  famigliare mi ha dato la fortuna di raccogliere un’importante testimonianza. Il nonno di mia moglie Sabina, Guido Baldini, aveva partecipato direttamente a quel congresso. Suo cognato, l’allora deputato socialista Fabrizio Maffi, appartenente alla corrente massimalista di Serrati, l’aveva invitato ad accompagnarlo. Nonno Guido ci parlò molte volte di quella vicenda, raccontandoci che in interminabili passeggiate con Maffi sul lungomare di Livorno aveva cercato di convincerlo a non lasciare il PSI e che, guardando le cose in retrospettiva, era colpito di come non ci fosse stata in quel congresso sufficiente consapevolezza della catastrofe che stava arrivando con l’avvento del fascismo.

In effetti Fabrizio Maffi non lasciò in quell’occasione il PSI. Se ne sarebbe andato tre anni dopo seguendo Serrati per entrare nel PCI con quella che fu chiamata la scissione dei ‘terzini’, nel senso degli aderenti alla Terza Internazionale, quella comunista appunto.

Ho dunque una certa familiarità con la storia della sinistra italiana ed è stato per me abbastanza naturale in questi giorni soffermarmi sui temi della scissione comunista, del centenario della nascita del PCI e su come questi avvenimenti sono stati ricordati da commentatori, politici e analisti.

Ho letto molti articoli e saggi e seguito programmi televisivi.

Due mi sembrano i contributi più rilevanti ai fini della tesi del presente articolo contenuta nel titolo.

‘Il PCI e l’eredità di Turati’ di Paolo Franchi (edito da La nave di Teseo) e ‘La dannazione. 1921, la sinistra divisa all’alba del fascismo’ di Ezio Mauro (Feltrinelli). Ezio Mauro ha anche tratto dalle idee del libro un programma televisivo, prodotto per RAI 3, ‘La dannazione della sinistra. Cronache di una scissione’.

Mauro va sul campo a Livorno per mostrare i luoghi del Congresso, a partire dal Teatro Goldoni, descrive le varie fasi dell’Assemblea, riesce a ricostruire attraverso un documento inedito la disposizione in sala dei delegati. In varie parti del Teatro sono presenti tutti: i socialisti riformisti Turati (nell’immagine in alto), Treves, Modigliani, Matteotti; i socialisti massimalisti Serrati, Baratono, Maffi e molti altri; i futuri scissionisti comunisti Gramsci, Bordiga, Terracini e Bombacci.

Mauro intervista su quella vicenda anche esponenti di rilievo di quello che fu il PCI (Massimo D’Alema, Achille Occhetto, il compianto Emanuele Macaluso che rilascia probabilmente la sua ultima intervista, Luciana Castellina, Pierluigi Bersani, Ugo Sposetti, Fausto Bertinotti, Niki Vendola) e di quello che fu il PSI (Claudio Martelli e Ugo Intini).

Entrambi i contributi spaziano su due interrogativi. Quali siano state le ragioni delle divisioni a sinistra e in particolare dell’odio e del disprezzo, lungo questa storia centenaria, dei comunisti nei confronti dei socialisti riformisti e quali siano i valori di questa storia ancora utili alla definizione del profilo di una sinistra del nuovo millennio.

Anche alla luce di queste riflessioni, e delle opinioni manifestate e raccolte da esponenti di parte ex-comunista, è stato per me inevitabile fare confronti tra l’atmosfera e i contenuti del centenario del PSI e ciò che si è sentito in questi giorni.

Allora, sia pure in una situazione di estrema difficoltà (siamo all’inizio di Tangentopoli e il PSI è colpito da una campagna mediatica e giudiziaria durissima sul finanziamento del Partito che sfocerà nella fine della Prima Repubblica, nell’esilio di Craxi ad Hammamet e nell’avvento di Berlusconi) noi parlammo moltissimo della nostra storia e dei nostri valori, in particolare della tradizione del socialismo riformista (Turati, Matteotti, Nenni e Craxi) e liberale (Carlo e Nello Rosselli) e della sua straordinaria modernità.

Rivendicammo con orgoglio quella tradizione e quei valori convinti di essere stati e di essere dalla parte giusta della storia. L’intervento di Filippo Turati al Congresso di Livorno è un monumento a quella storia e a quei valori, ma su questo tornerò più avanti.

Se si fa eccezione per la Lectio Magistralis che Massimo D’Alema ha fatto alla Sapienza sul Centenario del PCI, una rivendicazione orgogliosa della storia di un partito che per lui non nasce nel 1921 ma al Congresso di Lione del 1926 dove viene fatto fuori Bordiga con i suoi estremismi, (ricostruzione sulla quale mi piacerebbe ritornare ma non ho spazio in questo articolo) ciò che colpisce degli interventi odierni degli esponenti del fu Partito Comunista è invece l’atteggiamento molto spesso evasivo, difensivo, talvolta imbarazzato di chi dopo cento anni non riesce ad avere l’onestà intellettuale di ammettere apertamente che a Livorno Turati aveva ragione e che comunisti e socialisti massimalisti avevano torto.

Sono più indietro del vecchio Terracini, protagonista della pattuglia comunista a Livorno che già trenta anni fa, nel 1982, scatenando un vero putiferio nel PCI, era stato l’unico tra i dirigenti storici del partito a riconoscere che a Livorno aveva ragione Turati.

Oggi gli esponenti del fu Partito Comunista fanno fatica a rivendicare o celebrare un gran che delle posizioni dei comunisti a Livorno. Fanno fatica, al di là della tradizionale sottolineatura del contributo dato dai comunisti alla Liberazione e alla democrazia, a valorizzare la storia di un partito influenzato e finanziato per quasi 70 anni da Mosca.

Anche i valori di quell’idea iniziale sono indifendibili giacché il comunismo, con la caduta del Muro di Berlino, è stato sconfitto dalla storia e dai popoli che lo avevano praticato/subito.

Di quella storia e di quei contenuti in effetti gli ex comunisti parlano poco, se non per ricordare il grande consenso raggiunto in Italia negli anni Settanta del secolo scorso, e l’importanza di una comunità di uomini e di donne, i militanti, che si sentono come dice Paolo Franchi “…una comunità di destino…” convinta dell’ideale romantico di una rivoluzione vagheggiata ma mai attuata, se non dai sovietici con mezzi dispotici. Molti di questi uomini e di queste donne versarono lacrime sincere quando, dopo la caduta del Muro di Berlino e il crollo dell’Unione Sovietica, finalmente i comunisti italiani con la svolta della Bolognina decisero di cambiare nome.

Ma l’eredità di Turati è lì come un macigno.

Quando Mauro intervistando D’Alema gli chiede “…ma in fondo Turati quando diceva che la sua concezione del socialismo era creare una cooperativa oggi, un sindacato di resistenza domani, posdomani occuparsi di cultura o conquistare un Comune o seggi in Parlamento, giorno dopo giorno… non aveva ragione?”, la risposta di D’Alema è: “Ma il PCI nella sua storia ha fatto esattamente questo…”, una giravolta retorica elegante per non dover dare formalmente ragione a Turati, dandogliela però nella sostanza. Terracini era stato più coraggioso.

È certamente vero che la comunità degli uomini e delle donne comuniste, degli amministratori locali del partito, di parte dei sindacalisti, agirono nel dopoguerra della Repubblica nella loro attività quotidiana secondo questa impostazione ‘riformista’.

Ma non si può dire la stessa cosa per le scelte di politica nazionale e internazionale del partito: sempre in ritardo, spesso dalla parte sbagliata, come nel 1956 con i fatti di Ungheria, oppure titubanti come nel 1968 sui fatti di Praga. Si pensi che Berlinguer, dopo aver condannato in patria l’invasione dei carri armati sovietici, nel 1969 alla Conferenza Internazionale dei partiti comunisti evitò ogni riferimento alla Cecoslovacchia, tanto che al suo ritorno a Roma ‘il Manifesto’ titolò: ‘Praga è sola’, e questa retromarcia portò nella settimana successiva alla rottura e radiazione di Rossana Rossanda, Luigi Pintor, Lucio Magri e Massimo Caprara.

O ancora si pensi alla durissima battaglia condotta dal PCI contro i socialisti nel centro sinistra (sempre rappresentati come succubi alla DC), contro la programmazione, contro la politica dei redditi, contro la revisione della scala mobile, contro il dispiegamento in Italia, a metà degli anni Ottanta del secolo scorso, dei missili Pershing in risposta agli SS20 sovietici. Solo molto tempo dopo si scoprì che molte di quelle manifestazioni della pace con le bandiere arcobaleno e tanti giovani partecipanti erano state finanziate dai servizi segreti sovietici.

Nella politica italiana il PCI ebbe sempre con i socialisti autonomisti e riformisti, e cioè con quelli non disponibili ad allinearsi alla politica di Botteghe Oscure, l’atteggiamento di odio e di disprezzo di cui si diceva prima. Fu così con Nenni quando dopo i fatti di Ungheria restituì ai russi il premio Stalin ricevuto qualche anno prima, fu così sempre con Nenni ai tempi del primo governo di Centro-Sinistra, fu così soprattutto con Bettino Craxi, primo Presidente del Consiglio socialista della storia italiana, definito da Berlinguer “un pericolo per la democrazia” quando contestò apertamente l’egemonia del PCI sulla sinistra. Quell’odio senza quartiere sparso anche verso la base (ricorderete le ‘trippe alla Bettino’ nelle feste dell’Unità) sfociò nell’orrore delle monetine al Rafael che non furono una manifestazione spontanea.

Quale sia il motivo per cui gli ex-comunisti non abbiano il coraggio di dare solennemente ragione a Turati, nonostante l’autorevole precedente di Terracini, mi sfugge. È forse lo stesso motivo per il quale, caduto il muro di Berlino e caduto il comunismo, cominciò da parte loro una narrazione che diceva che ‘sì il comunismo era morto, ma che anche la socialdemocrazia in Europa non se la passava tanto bene’. Cosa anche parzialmente vera sul piano elettorale, ma falsa sul piano dei contenuti e dei valori.

Nessuno degli ex-comunisti ha mai chiesto scusa ai socialisti per averli a più riprese, in questi cento anni, definiti ‘social-traditori’ o ‘social-fascisti’. Nessuno di loro, a mia conoscenza, ha criticato Togliatti che a proposito del libro di Carlo Rosselli ‘Socialismo liberale’ diceva che quel libro “…si collega in modo diretto alla letteratura politica fascista…”; nessuno ha preso le distanze dalle affermazioni di Gramsci, che dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti da parte di sicari fascisti lo definì “…il pellegrino del nulla” , e che tuonava contro “…il semifascismo di Amendola, Sturzo e Turati”, così rompendo il fronte democratico e antifascista dell’Aventino.

Il centenario della nascita del PCI poteva e potrebbe ancora essere l’occasione per una seria revisione storica, per una vera autocoscienza sulle tragiche illusioni e sugli errori della storia comunista in Italia.

Come si è detto il punto dolente, il nodo mai sciolto neanche con il cambiamento di nome, è il legame inscindibile, permanente, drammatico, talvolta tragico, del PCI con Mosca e con i sovietici per la stragrande maggioranza della sua storia.

A ben vedere la nascita e la morte del PCI dipendono da Mosca.

A Livorno, l’atto di nascita è segnato dall’arrivo dell’inviato di Mosca, il bulgaro Christo Stefanov Kabakciev (i sovietici spesso hanno affidato ai bulgari il lavoro sporco) che chiede la scomunica e l’espulsione di Turati e dei riformisti e l’adesione del PSI all’Internazionale Comunista. Rifiutando i socialisti di aderire al diktat di Mosca, i comunisti lasciano il congresso e fondano in un altro teatro livornese il PC d’I, poi PCI. Ma anche la morte del PCI è sotto il segno moscovita: i comunisti italiani infatti cambiano il nome del partito un giorno dopo la caduta dell’impero sovietico, non un giorno prima.

Ernesto Galli della Loggia proprio ad un convegno dell’Istituto Gramsci precisa: “Non c’è nessuno storico italiano degno di questo nome che abbia sostenuto che il PCI fosse un partito eterodiretto, cioè un burattino. Il punto non è l’eterodirezione ma il legame di ferro, il fatto che, pur in un complesso intreccio, il decisore di ultima istanza fu sempre, fino al 1989, l’Unione Sovietica”.

I dirigenti comunisti italiani si sono sempre sentiti parte di un movimento anti-capitalista e anti-imperialista. Hanno sempre praticato un duro centralismo democratico e soprattutto si sono sentiti parte del movimento comunista internazionale in contrapposizione sistematica al socialismo europeo e occidentale.

Nella loro storia, e in qualche modo ancora oggi, tutto viene giustificato sempre con un deterministico stato di necessità, con un’impossibilità di fare altrimenti nel contesto dato, con un rifiuto della possibilità di scegliere diversamente .

E qui torniamo all’intervento di Turati a Livorno. Un intervento gigantesco, profetico, in cui il fondatore del PSI richiama tutti i punti essenziali di un socialismo “dal volto umano” e non di un comunismo imposto con il filo delle baionette e i cingoli dei carri armati. Un intervento sui contenuti del quale varrebbe davvero la pena di aprire onestamente il confronto a sinistra celebrando l’unica cosa davvero importante del Congresso di Livorno per il futuro nostro.

Riporto ampi stralci di quell’ intervento che consiglio a tutti di leggere nella totalità.

Il primo tema toccato dal padre del socialismo italiano è proprio quello della violenza e della dittatura del proletariato.

“…la violenza per noi non è, e non può essere un programma che alcuni accettano pienamente e vogliono organizzare, e altri accettano soltanto a metà…”, il riferimento è ai comunisti e ai socialisti massimalisti.

“…la dittatura del proletariato è per noi o dittatura di minoranza, e allora non è che dispotismo il quale genererà inevitabilmente la controrivoluzione, o è dittatura della maggioranza ed è un evidente non senso, una contraddizione in termini poiché la maggioranza è la sovranità legittima, non può essere dittatura…”.

Altra questione fondamentale è la libertà di pensiero.

“…altro punto di dissenso da voi [comunisti, ndr] è la coercizione del pensiero, la persecuzione, all’interno del Partito, dell’eresia, che fu l’origine ed è la vita stessa del Partito, la sua grande forza salvatrice e rinnovatrice, la garanzia che esso possa lottare contro le forze materiali e morali che gli si parano contro… Perché nessuna formula – neanche quella di Mosca – sostituirà mai il possesso di un cervello, che, in contatto con i fatti e con le esperienze, ha il dovere di funzionare…”.

Altro tema cruciale è la spiegazione di cosa sia e di cosa debba essere l’azione socialista.

“…Ora questi tre concetti [violenza, dittatura del proletariato, negazione della libertà di pensiero e del diritto al dissenso, ndr] si risolvono poi sempre in uno solo: nel culto della violenza, sia esterna che interna, e hanno tutti e tre un presupposto, nel quale è il vero punto di divergenza tra di noi: l’illusione che la rivoluzione sia il fatto volontario di un giorno o di un mese, sia l’improvviso calare di uno scenario o l’alzarsi di un sipario, sia il fatto di domani e di un posdomani del calendario. La rivoluzione sociale non è il fatto di un giorno o di un mese, è il fatto di oggi, di ieri, di domani, è il fatto di sempre, che esce dalle viscere stesse della società, del quale noi creiamo soltanto la consapevolezza…”.

“…il ‘marcio riformismo’ secondo alcuni, il socialismo secondo noi… tesse la sua tela ogni giorno, non fa sperare in miracoli, crea coscienze, sindacati, cooperative, conquista leggi sociali utili ai lavoratori, sviluppa la cultura popolare, si impossessa dei Comuni, del Parlamento… crea lentamente la maturità degli animi e delle cose, prepara lo Stato di domani e gli uomini capaci di manovrarne il timone…”.

C’è in Turati anche la piena consapevolezza che il culto e la pratica della violenza genereranno tragedie. C’è l’acuto sentore dell’avvento del fascismo, pericolo che non viene colto né dai comunisti né dai socialisti massimalisti.

“…Voi temete oggi di ricostruire per la borghesia, preferite di lasciar crollare la casa comune e fate vostro il tanto peggio, tanto meglio degli anarchici, senza pensare che il tanto peggio non dà incremento che alla guardia regia e al fascismo…”.

Turati è lucidissimo e profetico anche sul dispotismo orientale sovietico. Sempre rivolgendosi ai comunisti: “Fra qualche anno il mito russo, che avete il torto di confondere con la rivoluzione (…) sarà evaporato, e il bolscevismo attuale o sarà caduto o si sarà trasformato. Sotto le lezioni dell’esperienza (…) le vostre affermazioni di oggi saranno da voi stessi abbandonate (…). Avrete capito allora, intelligenti come siete, che la forza del bolscevismo russo è nel peculiare nazionalismo che vi sta sotto, nazionalismo che avrà una grande influenza nella storia del mondo (…) ma che è pur sempre una forma di imperialismo… Noi non possiamo seguire ciecamente il bolscevismo perché diventeremmo per l’appunto lo strumento di un imperialismo eminentemente orientale”.

E infine il messaggio più importante e impegnativo: “…Se volete fare qualcosa che sia rivoluzionaria davvero, che rimanga come elemento di civiltà nuova, sarete forzati a vostro dispetto, ma dopo ci verrete, perché siete onesti, con convinzione, a percorrere la nostra via, a percorrere la via dei socialtraditori”.

Come si fa a non rimanere colpiti dalla visione preveggente, lucida e profetica di questo gigante del pensiero politico moderno? Come si fa a non avere il coraggio di dargli ragione e di ripartire dalla sua visione gentile, non violenta, gradualistica, culturale, oltre che politica e sociale, dell’emancipazione dei più deboli?

Livorno ci lascia in eredità soprattutto questo. L’illusione di una rivoluzione sanguinaria e fallita a quanto pare non ha eredi.

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