Home editoriale La storia dei vaccini dimostra la forza del sistema capitalista e di mercato basato sulle imprese, sulle conoscenze e sulla fiducia. Il pensiero di Carlo Stagnaro

La storia dei vaccini dimostra la forza del sistema capitalista e di mercato basato sulle imprese, sulle conoscenze e sulla fiducia. Il pensiero di Carlo Stagnaro

da Alberto Bruzzone

di ANTONIO GOZZI

In un magistrale, lungo articolo comparso su ‘Il Foglio’, lunedi 4 gennaio scorso, dal titolo ‘Imparare dal vaccino’, Carlo Stagnaro ci spiega che il vaccino non è soltanto l’arma decisiva per sconfiggere il virus, ma che la sua storia è anche una grande epopea di ingegno umano e dinamismo imprenditoriale che ci dà indicazioni preziose per la ripartenza (https://www.ilfoglio.it/economia/2021/01/04/news/imparare-dal-vaccino-1624717/).

Chi è Carlo Stagnaro? Gli addetti ai lavori lo conoscono tutti, ma per il grande pubblico è opportuno ricordare che si tratta di un brillante economista di scuola liberale, direttore dell’Osservatorio sull’economia digitale dell’Istituto Bruno Leoni, autore di numerosi studi e pubblicazioni, l’ultima delle quali, insieme ad Alberto Serravalle, ‘Contro il sovranismo economico. Storia e guasti di statalismo, nazionalismo, dirigismo, protezionismo, unilateralismo, antiglobalismo (e qualche rimedio)’ (Rizzoli Editore).

Il cognome di Carlo denota le sue origini rivane. Effettivamente abita a Riva Trigoso con la sua famiglia ed è quindi una delle tante personalità di questa terra che questa terra poco onora.

La tesi di fondo di Carlo Stagnaro è che la vicenda del vaccino con la sua straordinaria importanza per il ritorno del mondo in condizioni di normalità dimostra come, ad onta di ideologie anticapitalistiche, antiscientifiche, anti-impresa, decliniste ecc., il risultato raggiunto sia il frutto delle competenze, delle conoscenze e della ricerca scientifica fertilizzate e valorizzate dalle aziende più innovative e più dinamiche, che hanno messo al lavoro i cervelli più brillanti, in un contesto in cui i risultati vengono premiati e celebrati secondo la logica del profitto. È proprio grazie “…alla legittimità e all’accettazione sociale del profitto che negli anni conoscenze scientifiche si sono aggiunte a conoscenze scientifiche, migliorie organizzative a migliorie organizzative, capitale umano a capitale umano”. In tal modo è stato possibile che un esercito di laboratori, studiosi, risorse che sono state mobilitate dalle imprese siano arrivate al risultato più rapidamente di quanto molti pensassero.

Certo c’è stato anche il ruolo dello Stato, degli Stati, e dell’Unione Europea in particolare, abile organizzatrice degli acquisti di vaccini per tutti gli Stati membri, ma nella visione di Stagnaro gli stanziamenti sia pure importanti o le garanzie di acquisto non sono stati determinanti e se mai hanno confermato che il ruolo degli Stati e dell’Unione si deve limitare all’accollo di rischi finanziari che sono strumentali all’esercizio delle loro stesse prerogative (la salute pubblica) e all’introduzione di elementi di semplificazione normativa e regolatoria indispensabili in un momento di emergenza. Certamente non all’esercizio delle funzioni di Stato imprenditore che sembra tanto tornato di moda, anche nel nostro Paese, ma che ha sempre o quasi sempre mostrato le sue lacune e distorsioni.

Secondo Stagnaro è difficile trovare un case study più schiacciante sui benefici del sistema capitalistico di quello rappresentato dalla storia dei vaccini. In quello che una volta si chiamava ‘il mondo libero’ una pluralità di soggetti privati si è messa al lavoro ed è pervenuta a tempo di record alla scoperta di specialità alternative. In giro per il mondo ci sono almeno cinquanta vaccini in fase di test o quasi, e gli esperti ritengono che in un paio di anni una ventina o più saranno sul mercato.

La cosa molto interessante è che in molti casi alla base di questo successo ci stanno start-up. È il caso di BioNTech, l’azienda tedesca di biotecnologia e biofarmaceutica che dal gennaio del 2020 insieme all’azienda statunitense Pfizer ha iniziato lo sviluppo di un vaccino contro il Covid che è il primo ad essere stato disponibile ed è quello che viene usato in questi giorni in tutto il mondo.

La storia di BioNTech è straordinaria. Fondata nel 2008 da due emigrati turchi, Ugur Sahin e la moglie Ozlem Tureci, scienziati formatisi nelle facoltà di medicina e biologia tedesche e negli ospedali universitari di quel Paese, ha avviato da tempo studi e ricerche per sviluppare la tecnologia del RNA messaggero che è il cuore del suo vaccino.

L’RNA messaggero (mRNA) è una molecola che produciamo per trasferire dal DNA (la centrale informativa delle cellule) a tutte le cellule dei nostri tessuti le informazioni di produzione delle proteine preposte al funzionamento del nostro organismo. Tra queste gli anticorpi, che ci difendono anche dai virus. Una volta trasmesso il messaggio la stringa di mRNA si autodistrugge.

Il principio delle vaccinazioni è quello di inoculare nell’organismo una parte del patogeno (virus ad es.), privata della capacità di nuocere ma capace di indurvi una risposta immunitaria.

Nel caso del Covid-19 si è scelta la proteina Spike, che è anche la chiave di ingresso del virus nelle nostre cellule.

La straordinaria invenzione anche di BioNTech è stata che anziché fabbricare in laboratorio proteine Spike si è pensato di inoculare la stringa informativa di RNA che induce l’organismo a fabbricare da sé le proteine Spike (ovviamente separate dal virus) le quali a loro volta indurranno la risposta immunitaria pronta ad entrare in funzione in caso di infezione virale.

In realtà la ricerca di BioNTech e di altre imprese, iniziata molti anni fa, non era finalizzata a combattere il Covid-19 allora sconosciuto, ma per cercare di produrre una risposta immune da parte di malati di cancro contro proteine delle loro stesse cellule tumorali, in modo da ridurne significativamente la crescita. Ciò spiega il perché questa biotecnologia era già disponibile all’inizio della pandemia.

In Germania per lungo tempo Sahin è stato professore universitario e imprenditore al tempo stesso avendo fondato nel tempo, prima della nascita di BioNTech, molte aziende biotecnologiche. In Italia ciò non sarebbe stato possibile, perché in base alle leggi vigenti un professore universitario non può contemporaneamente essere imprenditore. Se fa così l’Università lo espelle e la Corte dei Conti lo condanna facendogli restituire una parte dello stipendio.

BioNTech ha ottenuto a partire dal 2013 importanti finanziamenti dallo stato tedesco, ma tali finanziamenti riguardavano appunto le cure anticancro, certo non un vaccino per una malattia allora sconosciuta. L’ingegno dei singoli, non la pianificazione dello stato, ha intuito le potenzialità di quelle tecniche e delle loro possibili applicazioni nella lotta contro il virus. Inoltre come è a tutti noto soprattutto i finanziamenti originari (nel momento in cui l’investimento è più incerto e rischioso) delle start-up tecnologiche (in questo caso biotecnologiche) viene da capitali privati. E così è stato anche nel caso di BioNTech.

In buona sostanza il tempo di immissione in commercio delle nuove specialità è stato cosi breve perché le imprese erano già pronte. “L’enorme ammontare di risorse (anche pubbliche) è stato utile: ma i soldi hanno prodotto valore, anziché sperpero, proprio perché le aziende competevano in un mercato libero, dinamico e innovativo”.

Pensate un po’ che in Italia c’è stato chi a marzo 2020 ha proposto la nazionalizzazione dell’industria farmaceutica per i vaccini (in particolare la consigliera economica del Presidente del Consiglio Conte e Consigliere di Amministrazione dell’Enel professoressa Mazzuccato).

L’articolo di Stagnaro è particolarmente importante proprio per questo, perché sottolinea con forza i rischi nel nostro Paese di un approccio alla crisi tutto statalista, concentrato su sussidi e assistenza e poco concentrato sulla vera ricchezza dell’Italia, l’unico asset da giocare per la ripartenza, che sono le imprese.

È difficile far capire a chi ci governa, condizionato in vasti settori della maggioranza dell’attuale Governo della Repubblica da un’ideologia declinista e assistenzialista e fondamentalmente anti-impresa, che per tornare a crescere è indispensabile liberare le forze e l’ingegno degli imprenditori. Occorre fare leva sui valori che hanno consentito allo sviluppo umano di esplodere dalla Rivoluzione industriale in poi. Questi valori e cioè l’individualismo, la predisposizione a raccogliere le sfide, la voglia di combattere sempre, la ricerca della libera espressione di sé “sono stati determinanti, nella storia, a trasformare le mere invenzioni nell’innesco del progresso economico, individuale e sociale”.

È stato giustamente rilevato che nelle bozze di Next Generation plan che sono circolate la vera assente è la considerazione delle imprese o meglio l’individuazione di esse come le vere protagoniste del rilancio del Paese e della costruzione di un futuro per le giovani generazioni. Anche con riferimento alla transizione green, essa non sarà possibile se ad attuarla non saranno le imprese, e non solo i colossi di Stato (Eni, Enel, Snam, Terna, Leonardo, Fincantieri ecc.) certamente fondamentali per l’economia del nostro Paese, ma anche la moltitudine di imprese private, grandi, medie e piccole che già si stanno cimentando con le molte sfide/opportunità della transizione energetica.

Sono poi assenti dalle bozze circolate finora, e che rischiano di causare una crisi di governo, l’anima e la fiducia.

Alla fine del 2020 il vecchio George P. Shultz, già segretario di Stato del Presidente degli Stati Uniti Reagan e per moltissimo tempo testa pensante dell’establishment americano, nel giorno dei suoi 100 anni ha pubblicato un bellissimo articolo sul ‘Washington Post’ dal titolo “The 10 most important things I’ve learned about trust over my 100 years”.

Shultz dice che la fiducia è la ricchezza più grande del reame (‘Trust is the coin of the realm’) e che quando c’è fiducia in ogni situazione e in ogni luogo, in famiglia, a scuola, nelle aziende, negli uffici di Governo, allora buone cose accadono. Quando non c’è fiducia le cose non accadono. Tutto il resto è secondario.

A ben vedere la fiducia è stato, è e sarà il propellente del genere umano. Altro che pessimismo, complottismo, catastrofismo, teoria dell’apocalisse che riempiono i social e il pensiero debole che circola soprattutto in Occidente.

La fiducia è l’unico ingrediente che consente di procedere con prove ed errori, che fa rinascere dai fallimenti, che dà la forza di crederci e combattere sempre. Essa può esprimersi solo all’interno di un framework aperto, decentralizzato, evolutivo, di scambio spontaneo di informazioni e di segnali la cui combinazione genera l’humus e l’ambiente ideale in cui inventori e imprenditori, scienziati e pionieri, mercanti e soldati, hanno potuto operare garantendo per secoli un avanzamento collettivo al mondo, trasportando le economie e le società in una condizione migliore rispetto a prima.

Ha ragione Carlo Stagnaro: la vicenda dei vaccini è un’iniezione importante di fiducia e ci insegna la strada da seguire. Il capitalismo e il mercato sono meccanismi insostituibili e vanno protetti e coltivati come meglio possibile.

L’anima socialdemocratica di un vecchio liberal-socialista come me ricorda sempre la metafora di Olof Palme, indimenticato premier socialdemocratico svedese, il quale ricordava agli estremisti, che pure albergavano anche nel suo partito, che il capitalismo è come una bellissima pecora che va accudita con cura e fatta crescere nel modo migliore per avere modo di tosarla tutti gli anni e poter utilizzare la sua bellissima lana.

La mia anima liberale mi ricorda che non solo la pecora va fatta vivere bene ma anche che la sua lana va bene utilizzata, senza sprechi e con efficienza per premiare il merito, dare a tutti le medesime opportunità e rendere il capitalismo sempre più gentile e inclusivo e capace di proteggere e aiutare anche i meno fortunati.

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