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Perché Renzi ha ragione

da Alberto Bruzzone

di ANTONIO GOZZI

L’esperienza del governo giallorosso sta vivendo uno dei suoi momenti più difficili per il confronto, anche duro, in corso tra le forze di maggioranza sul futuro dell’alleanza. Mi sembra che tale confronto riguardi questioni fondamentali ed è ingiusto rappresentarlo come il solito gioco della ‘politica politicante’ volto soltanto a trovare nuovi assetti di potere, qualche spostamento di poltrone ecc.

Il tema centrale della discussione è stabilire cosa sarà l’Italia dei prossimi trent’anni e come verranno spesi i 209 miliardi del Recovery Fund. È chiaro infatti che la ripartenza dopo la pandemia dipenderà dalla capacità del Paese a utilizzare presto e bene le ingentissime risorse europee.

Per dare un’idea di cosa significano i 209 miliardi di euro che l’Italia avrà a disposizione, si consideri che le risorse che annualmente il bilancio dello Stato ha messo a disposizione degli investimenti negli ultimi cinque esercizi non hanno superato i 12/14 miliardi di euro per anno. Ciò significa che l’Italia avrà a disposizione, per i prossimi 4/5 anni, un volume di risorse per gli investimenti quattro o cinque volte superiore al normale. Una mole di denaro straordinaria che davvero può cambiare i destini del Paese, rendendolo più competitivo e moderno, e delle future generazioni (non a caso il nome giusto del provvedimento è Next Generation Plan).

Il tema centrale e tutt’altro che ‘surreale’ è chi deve decidere cosa si farà con questi soldi e chi li dovrà gestire. Rispetto ad una prima proposta del premier Conte, che prevedeva una gestione assolutamente accentrata e messa in mano a sei esperti nominati da lui con una pletora di consulenti sotto (si è parlato di 300 persone totalmente al di fuori dalle istituzioni e dalla governativa!) che ha provocato molti mugugni generalizzati, ma a mezza voce, anche nei partiti di maggioranza, l’unico che ha avuto il coraggio di esprimere pubblicamente e con forza tutta la contrarietà sua e della sua forza politica Italia Viva è stato Matteo Renzi.

Non è possibile decidere su una materia di questa rilevanza senza un confronto serio in Parlamento e nel Paese e senza coinvolgere le forze economiche, sociali, le Regioni e i Comuni. Renzi ha richiamato il Presidente del Consiglio a rispettare le prerogative delle Camere e del Governo e gli ha chiaramente detto che non può decidere da solo un piano di tanta portata.

Tutte le altre forze politiche di maggioranza e di opposizione la pensano come Renzi, ma nell’italica ipocrisia dilagante, non hanno il coraggio di dirlo.

Qualcuno dice: ma come? Renzi che voleva commissari dappertutto e adesso li rifiuta. Qui l’ignoranza e/o la malafede sono evidenti: un conto è la decisione politica di come spendere le risorse del Recovery Fund, un altro è velocizzare la realizzazione delle opere e della spesa una volta presa la decisione. Certo che sui cantieri, specie quelli più importanti come il nuovo ponte di Genova, i commissari sono utili, ma le decisioni strategiche in una democrazia spettano alla politica e solo a quella.

È l’abc del patto democratico, ma molti di quelli che si opposero strenuamente a Renzi e al suo referendum accusandolo di attentato alla democrazia oggi sembrano dimenticarlo o ignorarlo.

In realtà è stato giustamente notato che le idee renziane stanno riscuotendo un silenzioso ma generalizzato consenso nel Paese, e che si sta riflettendo e ritornando anche sull’importanza di molte idee e realizzazioni del suo periodo da premier.

In particolare, in tema di modernizzazione del sistema economico e industriale persino il M5S ha riconosciuto che le misure di Industria 4.0 con i loro incentivi fiscali e super ammortamenti, dopo essere state a lungo osteggiate, andavano confermate perché erano le più efficaci allo scopo.

Molti degli avversari storici di Renzi si sono resi conto che aveva ragione anche quando, con il Jobs Act, cercò di creare nuovi posti di lavoro nel più breve tempo possibile puntando sullo schema della flessibilità decrescente dei contratti e della contribuzione. Il Ministro Provenzano, per tentare di risollevare rapidamente l’occupazione al Sud, oggi sta facendo la stessa cosa.

Il clima di fiducia creato con quelle misure (Industria 4.0, Jobs Act ecc.) fu fondamentale per la crescita dell’Italia in quegli anni e gli operatori economici e il mondo delle imprese sentirono una vicinanza culturale con il Governo molto diversa dal clima attuale.

Renzi è stato l’unico ad avere avuto il coraggio di denunciare l’estremismo di  alcune Procure e gli orrori del circo mediatico-giudiziario, anche se al riguardo non riuscì da Palazzo Chigi a fare granché. Anche recentemente, a proposito del caso Bonafede-Di Matteo, ha mantenuto un’impostazione garantista e non forcaiola.

Ancora, ai tempi del referendum del 2016, Renzi sostenne l’importanza di introdurre una clausola di supremazia tale da consentire allo Stato di intervenire in casi eccezionali anche su materie sulle quali non ha competenze esclusive, come ad esempio sarebbe stato il caso della pandemia odierna. E Dio sa se nella confusione attuale tra Stato e Regioni in materia sanitaria e di provvedimenti anti Covid di ciò ci sarebbe bisogno!

Ma la questione per me più rilevante, data la mia cultura e la mia origine, resta l’impronta riformista di Renzi e la sua visione della sinistra e dell’approccio al governo della complessità. Una visione nella quale le radici cristiane e liberalsocialiste si fondono nella declinazione dei meriti e dei bisogni, come si sarebbe detto ai miei tempi.

C’è stato un momento di sbandamento, uno dei tanti della sinistra europea e americana, nel quale a fronte delle sconfitte dovute all’aggressività e pervasività delle tendenze demagogiche e populiste, si disse che Blair, Clinton, Obama, Macron avevano fatto il loro tempo e portato alla sconfitta i democratici e progressisti e che la strada da seguire era quella di Corbyn e di Sanders.

Anche in questo caso Matteo Renzi non ha concesso nulla all’estremismo proprio di una sinistra a vocazione perdente e minoritaria, ma ha continuato a coltivare una visione riformista e liberale del mondo e della modernità insofferente alle prediche ideologiche sulla crisi del capitalismo e della globalizzazione ma invece attenta a come contenerne gli eccessi e a come renderli più gentili ed inclusivi.

Ha continuato anche a coltivare in silenzio e senza esibirle le sue relazioni e le sue amicizie internazionali, in particolare quella con Barack Obama, il che fa sì che oggi Matteo Renzi sia l’unico uomo politico italiano ad avere una relazione forte con il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden.

Oggi Matteo Renzi e la sua forza politica Italia Viva sembrano non raccogliere molti consensi ma non si deve scoraggiare: lo spazio per una politica riformista, non demagogica, fiduciosa nel futuro dell’Italia e delle sue imprese, delle sue intelligenze e competenze e del suo ruolo internazionale soprattutto nel bacino del Mediterraneo esiste e va colto. Ci sarà un ruolo nel prossimo futuro per una forza liberale e riformista di ispirazione europea, capace di sconfiggere populismi e sovranismi, incompetenza e culto della decrescita felice, incertezze e confusione della sinistra. Una forza capace di prendere per mano l’Italia e farla tornare a crescere.

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