Home Approfondimento Il dibattito sul verde di ‘Piazza Levante’ – A levante manca un’idea di sviluppo meditata e condivisa

Il dibattito sul verde di ‘Piazza Levante’ – A levante manca un’idea di sviluppo meditata e condivisa

da Alberto Bruzzone

di ALBERTO GIRANI *

L’ampio e ricco dibattito sul verde sviluppato da ‘Piazza Levante’ è partito dalla riflessione del valore degli alberi per la vita.

Molti articoli, nel trattare il ruolo della gestione forestale e del verde in tempi storici, anche recenti, hanno evidenziato l’importanza della conoscenza delle tecniche colturali e dell’equilibrio, dinamico, del rapporto tra uomo e ambiente in funzione di una nuova ruralità.

Nel condividere la finalità di costruire consapevolmente il nuovo, anche in questa direzione, rilevo come oggi il contesto sia completamente mutato per una serie di fattori, tra i quali il riscaldamento globale (e la conseguente necessità di abbattere nell’atmosfera l’eccessiva concentrazione di gas serra, tra i quali la CO2), la globalizzazione dei mercati e l’affermarsi apparentemente incontrastato di una scala di valori che hanno accresciuto l’alienazione delle persone nel rapporto con la natura, dalla quale in apparenza non pensiamo di dipendere più direttamente, tranne constatare la fragilità del nostro sistema di fronte alla pandemia dovuta al Covid 19, fino a negarne l’esistenza o a minimizzarne la dimensione.

Non è casuale l’approccio al problema del presente dibattito, quasi a esorcizzarlo: se amiamo la natura piantiamo un albero! Questa affermazione stupisce nella regione italiana con il consumo di suolo per abitante più alto d’Italia, concentrato sulla costa, nelle aree pianeggianti, vicino ai corsi d’acqua, in aree a pericolosità idraulica e di frana, a fronte del fatto di essere la regione più boscata, con una copertura forestale del suolo che si avvicina all’80%, caratterizzata da una gestione di questo patrimonio quasi inesistente, con formazioni molto distanti da un equilibrio naturale, quindi non in grado di sviluppare appieno le funzioni ecosistemiche ottimali.

Anche dal punto di vista della sostenibilità ci troviamo ad affrontare un assurdo, pensando a cosa comporta far crescere una pianta in vivaio, in termini di acqua, energia, uso di suolo, lavoro, rispetto al ‘curarla’ in loco: quindi, come altri hanno argomentato competentemente nella loro riflessione, evitiamo di piantare genericamente alberi.

Sicuramente sono numerosi i contesti nei quali la vivaistica e la piantumazione sono importanti nonché indispensabili le competenze necessarie, come acutamente osservato da Valia Galdi, le cui idee e proposte condivido appieno, esentandomi quindi da rielencarle, se non segnalando la necessità di attuare una gestione del rischio idraulico urbano mediante “soluzioni basate sulla natura” (nature based solutions), altrimenti dette nella letteratura tecnica “infrastrutture verdi” (green infrastructure) o “soluzioni di drenaggio urbano sostenibile” (Sustainable Urban Drainage Solutions – SUDS), in grado, tra l’altro, di ridurre il bilancio idrico nel mantenimento del verde urbano, e non solo.

Esistono parchi periurbani, il Parco Nord Milano ad esempio, che hanno recuperato interamente in decenni di paziente ricostruzione aree industriali dismesse e degradate, creando una piazza urbana verde a disposizione di milioni di abitanti di una delle città più inquinate d’Italia, ma questo non è il caso né dell’area sottostante il Ponte del Polcevera, per la quale si farà un investimento improduttivo e costoso nel tempo, a fronte di soluzioni più efficaci e resilienti, né tantomeno del Levante genovese, per il quale manca complessivamente un’idea di sviluppo meditata e condivisa, un progetto per la rigenerazione dei centri urbani che migliori la vivibilità e non veda le città come nuclei isolati, ma ne determini i rapporti con il comprensorio in maniera equilibrata e prospettica.

Un progetto che veda la questione non in sola chiave urbanistica o storica (assolutamente imprescindibili), ma che partendo da una pianificazione degli spazi e delle funzioni nel contesto economico attuale sappia contrastare la presente modalità di organizzare e governare il territorio per ‘colpi di mano’ che, grazie ad escamotage amministrativi, sono in grado di superare l’ingessamento normativo che caratterizza questa fase storica, e che sarebbe da ripensare.

Mi riferisco alle possibilità di utilizzo del patrimonio ambientale, architettonico, paesaggistico e naturale della collina delle Grazie, all’idea di cancellare gli habitat che costituiscono la Foce dell’Entella (mi ha colpito il lessico del vicepresidente della Regione, Alessandro Piana, peraltro assessore all’Agricoltura e ai Parchi, che ha dichiarato la sua contrarietà a chi difende ‘le papere’ che vivono lì), alla Diga Toti, preferisco chiamarla così in considerazione del fatto che la cosiddetta Diga Perfigli, che peraltro non ne ha avuto la diretta paternità, è stata messa in pista di lancio dal riconfermato Presidente della Regione, dopo le sue recenti dichiarazioni, antecedenti alle elezioni, recanti una promessa di verifica e approfondimento della questione.

Constato che il nostro territorio esprime amministratori inadeguati ad affrontare la complessità dei problemi, ad avere una prospettiva che superi il mandato amministrativo; constato, inoltre, che costoro sono lo specchio di molti dei loro elettori e non, cioè dei cittadini che dovrebbero condividere un progetto per il futuro. Persone formalmente rispettose del verde, solo se non si deve fare nulla di significativo e questo consenta il perdurare di consumi per tanti e il profitto per sempre meno. Rifletto che viviamo in una Regione che ha chiuso le Comunità Montane e ha depotenziato i parchi, ‘innocuizzandoli’ e traguardando una loro chiusura mediante accorpamento, processo che sta avvenendo nel silenzio generale.

Se parliamo di verde (al di là dei limiti di ciascuno, me per primo) io sto con la Cooperativa Agricola Lavagnina, con chi mantiene gli orti vicino a casa, con chi continua a gestire produttivamente i boschi, con chi alleva, con chi tiene l’oliveto, con chi pulisce i sentieri, magari volontariamente, con chi tira su i muri a secco, con chi cura il proprio paesaggio, con chi non preda la natura, ma la studia, la rispetta, la conosce e capisce, come scrisse nel 1971 il biologo Barry Commoner, che – La natura è l’unica a sapere il fatto suo -, chiosando poi: “Sono quasi sicuro che questo principio incontrerà notevole resistenza, poiché sembra contraddire la fede universale nella competenza assoluta del genere umano”. Questo indica esplicitamente l’uomo a non essere così pieno di se e a usare la natura come se potesse renderla a suo indiscriminato servizio. Se la natura si ribella l’uomo crolla.

Per addolcire questo pensiero per molti sgradevole, si potrebbe tornare indietro ancora di 350 anni e usare una frase di Sir Francis Bacon: La natura, per essere comandata, deve essere obbedita.

Quindi ciò che ‘inselvatichisce’ non è nemico, ma è l’evoluzione della vita, e fonte di vita stessa, da preservare con fecero i Liguri Ambrones con la foresta sacra del Monte Penna, il centro identitario della loro società e cultura.

Oggi ritengo necessario partire quindi dalla comprensione del contesto presente nel quale la popolazione del Levante è in maggioranza anziana, anche se non necessariamente improduttiva, come da più parti sostenuto, distribuita in prevalenza sulla costa, caratterizzata da un tasso di disoccupazione giovanile elevato per cui, fatta la debita eccezione dell’incubatore di imprese, i giovani, che siano ‘cervelli’ o meno, fuggono in assenza di centri di formazione superiore e a causa della carenza di posti di un lavoro più o meno qualificato, dove spendere le competenze acquisite.

È necessario renderci conto che se gli ultimi anni sono scanditi dalla rapida successione di alluvioni, tempeste di vento, mareggiate, pandemie, questo non è un caso e quindi non torneremo indietro al prima, ai ‘tempi d’oro’, ma dobbiamo cambiare agenda per il presente, anche localmente, focalizzandoci sul verde urbano, periurbano, sapendo che è da tutelare e potenziare, in quanto rinnovabile solo teoricamente e con grandi sforzi economici. La sua connessione con le aree vegetate, protette o meno, è fondamentale per il benessere nostro e del sistema, anche finanziariamente. Oggi le esperienze di economia verde integrata al turismo sono un segnale della possibilità di operare nel nuovo contesto, nel quale acquisire la consapevolezza che parte del patrimonio boschivo può essere fonte di nuova attività imprenditoriale, di utilizzo o di qualificazione, a patto di pianificarne un uso durevole, che l’agricoltura di qualità, anche domestica, aumenta il Pil di un territorio ed è un segno positivo nella bilancia dei pagamenti locale, che la protezione dell’ambiente mediante gli Enti Parco è un moltiplicatore economico di denaro e un fattore di occupazione qualificata.

Questi fattori scollegati da una idea comune forte sono oggetto di ripulsa ideologica e materiale dai sostenitori, oggi maggioritari, dello status quo, o meglio dire del ‘liberi tutti’, e quindi destinati a un fallimento e una scomparsa; per questo concludo con un plauso a questo dibattito, ancorché necessariamente in remoto, tra cultori locali, nella speranza che generi da una parte una progettualità in grado di intercettare segmenti del Recovery Fund e dall’altra avvii un dibattito e un confronto più ampi, ai quale aderirei con entusiasmo.

(* docente a contratto per l’Università di Genova di Applicazioni pratiche di organizzazione e gestione di politiche territoriali
Programmazione e progettazione turistica del territorio)

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