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Il Natale che ci aspetta

da Alberto Bruzzone

(r.p.l.) L’anno scorso, su queste stesse pagine e più o meno in questo stesso periodo, raccontammo, nell’editoriale intitolato ‘La notte del Mary-Jo’, dell’ormai consolidata abitudine dei giovani chiavaresi di ritrovarsi, la notte della vigilia di Natale, nei pressi di un noto locale del lungomare, a raccontarsi le proprie esperienze e i vari traguardi professionali conseguiti in giro per il mondo.

Quest’anno, considerando la ben nota e infausta emergenza sanitaria, tutto questo non potrà avvenire e i ragazzi che torneranno dai propri parenti in Riviera non potranno né incontrarsi né confrontarsi ‘in presenza’. È una delle dinamiche, una delle brutte sorprese di questo strano Natale che ci aspetta. Il primo (ma si spera anche l’unico) in tempo di Covid-19.

Un Natale diverso: lo si sente dire ormai un po’ da tutte le parti, da qualche settimana a questa parte. In attesa che esca il nuovo Dpcm, previsto per venerdì 4 dicembre, ieri il ministro Boccia ha riferito alle Camere quali sono gli ultimi orientamenti tra Governo e Regioni.

La battaglia è molto aspra tra chi vorrebbe aprire di più e chi invece vuole adottare una linea di maggiore prudenza. Lo scontro, in particolare, è sull’apertura dei ristoranti il 25 e 26 dicembre, su una loro eventuale apertura serale e sulla messa in funzione degli impianti sciistici.

Il comune denominatore, invece, è l’ennesimo appello al buon senso da parte degli italiani perché, comunque saranno definite le regole, non si può derogare neppure di un millimetro sulle pratiche minime di sicurezza: mascherina, igiene delle mani e distanziamento sociale. Le abbiamo imparate come un mantra ormai, ma non sempre declinate con la stessa efficacia.

Il rischio, infatti, è che con il calo dei contagi e dell’indice Rt di questi ultimi giorni si faccia come in estate, quando comportamenti un po’ troppo irresponsabili sono stati (anche) alla base della seconda ondata autunnale.

Scrivere queste cose soltanto dieci mesi fa sarebbe stato pura fantascienza. Ora, invece, è tutto reale. Il Governo, in particolare il premier Giuseppe Conte, si trova nella sempre più difficile e delicata posizione di dover far quadrare gli aspetti sanitari con quelli economici, considerando che gran parte dei consumi degli italiani sono tradizionalmente legati alle feste di Natale e che proprio questo periodo viene atteso dai commercianti a ogni latitudine e in ogni contesto, figuriamoci in un quadro in cui i bilanci delle imprese – grandi, medie o piccole che siano – sono già stati ampiamente fiaccati dalla pandemia.

Che fare allora? Che Natale ci aspetta? Che Natale sarà? Secondo il ministro Speranza, entro metà dicembre tutta l’Italia sarà in zona gialla: il che significa negozi aperti, bar e ristoranti aperti sino alle 18 anche per la consumazione ai tavoli, nessuna autocertificazione, liberi spostamenti su tutto il territorio nazionale almeno sino al 21 dicembre, coprifuoco alle 22 ancora in essere.

Si vuole far sì, insomma, che le persone escano di casa, che vadano a fare acquisti, che facciano girare l’economia, come chiesto un po’ da tutte le categorie. Ma i pranzi e le cene delle feste saranno quasi esclusivamente dentro le rispettive abitazioni.

E qui si apre il tema più delicato, anche perché sarà il più difficile da gestire. È ormai ampiamente dimostrato che la maggior parte dei contagi da Covid-19 sono riconducibili alle case private, dove ci si toglie la mascherina e dove le misure di autoprotezione vengono meno anche perché queste sono rimaste l’unico luogo in cui non solo si può non incorrere nei controlli, ma dove neppure può arrivare alcun Dpcm, se non in parte, se non a normare il numero delle persone presenti contemporaneamente allo stesso tavolo (cosa però assai ardua da tenere sott’occhio).

Ed è proprio qui, però, nel momento più intimo, nel momento più tradizionale del Natale, che si gioca la partita. Paradossalmente, non si gioca nei ristoranti, non si gioca nei negozi, non si gioca al supermercato, non si gioca al bar e neppure sui mezzi pubblici o nelle chiese. Non si gioca, cioè, in tutti i luoghi dove arriva una normativa, dove può essere garantito un presidio.

Si gioca entro le mura di casa nostra. Se e come sarà il nostro futuro dopo il Natale, dipende solo ed esclusivamente da noi e dal nostro senso di responsabilità.

Si è già sentito da troppe parti ventilare la pensata di tamponi preventivi per poi, in caso di negatività, sentirsi liberi di fare ciò che si vuole. È un discorso ampiamente da irresponsabili, oltre che da incoscienti.

Se davvero teniamo ai nostri anziani, se davvero teniamo alla famiglia, se davvero teniamo non solo a questo Natale, ma anche a tutti quelli che verranno negli anni successivi (e si spera molto ma molto più sereni di questo), bisogna che questi nostri anziani siano protetti il più possibile. Il che non significa lasciarli a casa da soli, non significa tenerli lontani dai nipoti, ma significa ricordarsi che c’è una pandemia in atto, che una cura non esiste e che il vaccino, per quanto sarà efficace, non sarà, almeno nei primissimi mesi del 2021, la panacea di tutti i mali.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nei giorni scorsi, ha parlato di almeno ancora diciotto mesi di emergenza, il che significa un anno e mezzo. Parlare di vaccino come regalo sotto l’albero di Natale è profondamente sbagliato.

Qualche sera fa, su Rai 3, una delle posizioni migliori, e che ci sentiamo di condividere, è stata quella del giornalista Corrado Augias, che sui temi della liceità o meno di certi comportamenti ha contrappuntato posizione su posizione il leader della Lega, Matteo Salvini, ricordandogli non soltanto l’enorme responsabilità che ha un politico nei confronti degli italiani, ma soprattutto l’enorme responsabilità che ha un politico con un vasto seguito e con un’imponente forza comunicativa. Il senso del discorso è: visto che lei parla sempre degli italiani, visto che dice di lavorare per l’Italia, allora dica agli italiani di essere prudenti. La si smetta di parlare di vacanze e di sci, la si smetta di parlare di seconde case, di ricongiungimenti un po’ troppo azzardati, di feste in piazza e di botti di Capodanno.

L’intero Paese è chiamato alla più grande prova di responsabilità e consapevolezza proprio nel momento tradizionalmente più importante per la sua vita sociale.

Saprà esserne all’altezza?

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