Home Approfondimento Il dibattito sul verde di ‘Piazza Levante’ – Paesaggi nascosti. Le zone umide, un patrimonio da scoprire

Il dibattito sul verde di ‘Piazza Levante’ – Paesaggi nascosti. Le zone umide, un patrimonio da scoprire

da Alberto Bruzzone

di ANDREA DE PASCALE *

Simon Schama, saggista e storico dell’arte britannico professore all’Università Columbia, nell’introduzione al suo ‘Paesaggio e Memoria’, afferma che “siamo abituati a pensare natura e percezione umana appartenenti a due regni distinti; in realtà sono inscindibili. Prima di essere riposo dei sensi, il paesaggio è opera della mente. Un panorama è formato da stratificazioni della memoria almeno quanto da sedimentazioni di rocce”.

Le “stratificazioni della memoria” di Schama possono identificarsi in quelle tracce che il “paesaggio” visibile e quello “nascosto” hanno conservato dell’azione umana. Il sovrapporsi di tali “modificazioni”, attraverso diverse “attività” e “pratiche” nei secoli e nei millenni, ha infatti modellato quasi tutti i sistemi ambientali del pianeta, andando a creare dei “paesaggi” che sono vera e propria eredità della storia dei luoghi e in cui il patrimonio vegetale è di fatto un “bene culturale” in quanto specchio di tali azioni.

Il paesaggio italiano offre una grande varietà di ambienti che, oltre a quanto possiamo percepire percorrendoli e osservandoli, spesso nascondono storie e curiosità inaspettate. Alcuni di questi per la loro importanza naturalistica sono da tempo oggetto di ricerche, come le zone umide.

Esse comprendono paludi, torbiere e altre aree con una elevata presenza di acqua, che ospitano numerose specie vegetali e animali.

Le zone umide hanno un importante lato nascosto. Infatti, essendo il loro sottosuolo impregnato d’acqua e quindi quasi privo di ossigeno, possono conservare inalterati per lungo tempo legno, fibre vegetali, tessuti, alghe, carboni e altri “oggetti” invisibili a occhio nudo, come i granuli pollinici.

Grazie ad approfondite conoscenze scientifiche questi resti, apparentemente insignificanti, possono raccontarci la storia degli ambienti che li hanno prodotti e custoditi per millenni: come si sono formate le zone umide? In quale antico paesaggio? Come hanno influito le attività e le pratiche delle comunità umane del passato?

L’archeologia ambientale raccoglie, documenta e analizza le tracce materiali delle culture antiche e le loro relazioni con l’ambiente, cercando di scoprire in che modo le comunità umane abbiano modellato e “costruito” il paesaggio, ad esempio modificando la copertura vegetale in seguito a pratiche agricole o pastorali.

L’archeologo ambientale, “interrogando” i sedimenti conservati nel sottosuolo e analizzando il loro contenuto, fatto di resti vegetali e animali e a volte di manufatti, riesce a fare “parlare” tali tracce, arrivando così a ricostruire la storia dei nostri paesaggi: può così scrivere una storia delle risorse ambientali e delle pratiche d’uso delle stesse.

Nel 1854 nel Lago di Zurigo affiorarono numerosi pali con evidenti segni di lavorazione, circondati da frammenti di vasi in ceramica, oggetti in metallo, in legno, in fibre vegetali e resti animali: si trattava delle cosiddette “palafitte”, abitazioni in legno costruite sopra una selva di pali tra ottomila e tremila anni fa circa, oggi riconosciute Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Da allora le palafitte vennero scoperte in molte zone umide europee. Pure in Italia, nell’arco alpino e nella pianura Padana, resti simili tornarono alla luce in seguito a scavi effettuati in torbiere, ambienti dove si accumula la torba, che veniva estratta e sfruttata come combustibile.

La torba è un materiale organico, di colore bruno, ricco di carbonio, che si forma in ambienti lacustri o paludosi in seguito ad una lenta trasformazione di muschi, piante acquatiche o legni che, data la scarsa presenza di ossigeno, batteri, funghi e altri organismi, non si degradano del tutto come abitualmente avviene.

Le torbiere hanno in alcuni casi conservato eccezionali tracce del passato: corpi umani perfettamente conservati, mummificati, datati dalla Preistoria al Medioevo, che offrono importanti testimonianze su abitudini di vita, malattie e alimentazione. Gli “uomini delle torbiere” recano spesso segni di morte violenta per strangolamento, colpi alla testa, ferite di armi da taglio: è possibile che si tratti di individui giustiziati, ma anche di sacrifici rituali…

Anche in Liguria si trovano molte torbiere, ma queste ultime per le loro ridotte dimensioni non sono mai state sfruttate in maniera industriale per estrarre la torba e, finora, non hanno “restituito” né palafitte, né tessuti antichi, né “uomini delle torbiere”. Esse, però, se studiate attentamente possono considerarsi un vero e proprio archivio per la storia e l’archeologia ambientale.

La Liguria, infatti, per le sue elevate pendenze anche in assenza di altitudini elevate è un’area oggetto di importanti processi erosivi. Il verificarsi di questi fenomeni impedisce, frequentemente, di rinvenire le tracce della presenza umana antica poiché, se poste sulle cime dei monti è probabile siano state erose, se presenti nei fondovalle possono risultare sepolte a diversi metri di profondità.

Proprio per questo sono molto interessanti le torbiere dell’Appennino ligure che, essendosi formate in avvallamenti, hanno potuto “catturare” e conservare spesso per millenni tracce degli ambienti passati e delle attività svolte dall’uomo.

Molte di esse ebbero origine alla fine dell’ultima era glaciale, circa diecimila anni fa, quando alcune depressioni vennero liberate dal ritiro dei ghiacciai. Ma alcune, invece, hanno avuto storie assai diverse. Per oltre tre anni un’equipe formata da numerosi esperti di varie discipline (archeologia, archeobotanica, geografia ed ecologia storica, geologia, geoarcheologia, legislazione), ha rivolto la propria attenzione alle zone umide della Liguria studiando le loro caratteristiche storico-ambientali, naturalistiche e archeologiche, grazie ad un progetto promosso e coordinato dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Liguria (MiBACT) e il CIR-LASA (Laboratorio di Archeologia e Storia Ambientale) dell’Università degli Studi di Genova.

Sono state così censite 414 zone umide indicate localmente con diversi nomi (“sprugola”, “moggia”, “pramollo”, “piani”, “lago” e altri), distribuite in particolare nell’area appenninica tra Genova e La Spezia. Le ricerche si sono svolte presso archivi e biblioteche, sul terreno con attività di rilevamento naturalistico e di scavo archeologico, in laboratorio per l’analisi dei numerosi campioni raccolti. È così emerso come le zone umide debbano essere riconosciute non solo per il loro valore naturalistico, ma quali “archivi” del paesaggio culturale e, proprio per questo, necessitino di opportuni criteri di gestione e tutela da inserire nel Codice dei Beni Culturali (D.Lgs. 42/2004).

Alcuni esempi di quanto scoperto in questi siti sono eclatanti.

Ad esempio, cinquemila anni fa circa un gruppo di cacciatori dell’Età del Rame perse alcune punte di freccia in diaspro rosso sulle pendici del Monte Aiona. Quale era il paesaggio dell’epoca? Cosa ne rimane in ciò che oggi si vede percorrendo l’Alta Via dei Monti Liguri, tra pascoli montani e boschi di faggio? La zona umida di Prato Mollo, ampio pianoro acquitrinoso che si estende poco al di sotto della vetta del Monte Aiona, aiuta a rispondere a queste domande: vari strati di torba, formatisi al di sopra di sabbie, tra loro separati da sottili e ripetuti livelli di carbone datati tra 3000 e 2400 a.C. circa, hanno “registrato” come i cacciatori e i pastori preistorici della zona modificarono con l’uso controllato del fuoco un’estesa foresta di abete bianco, per “costruire” pascoli estivi utili al bestiame domestico e ad attrarre animali selvatici da cacciare.

Un altro esempio arriva dalle Mogge di Ertola, presso Rezzoaglio, un prato umido in cui è facile incontrare il bestiame al pascolo o gli abitanti della zona che ancora utilizzano carovane di muli per trasportare la legna tagliata nella vasta faggeta a sud dello spartiacque che divide la val Trebbia dalla val d’Aveto.

I sedimenti qui prelevati con alcuni carotaggi a 7 metri di profondità hanno svelato come novemila anni fa un bosco di abeti circondava un piccolo lago, probabile meta di abbeverata per animali selvatici. Lo scavo archeologico di un’ampia porzione del prato, ha inoltre rivelato in livelli di torba, a 2 metri di profondità, decine di tronchi di abete bianco, faggio e ontano perfettamente conservati, con la loro corteccia e i rami, oltre a polline, foglie, pigne, nocciole e altri frutti. Questo livello, datato al IV millennio a.C., dimostra come nel bacino, impaludatosi, caddero numerosi alberi, alcuni attaccati da malattie, altri forse oggetto di pratiche di disboscamento tramite l’uso del fuoco attuate dai pastori dell’Età del Rame. Le Mogge di Ertola custodiscono “una serie di fotografie” dei processi storico ambientali che hanno modellato il paesaggio di queste montagne dalla preistoria ad oggi.

Alle pendici del Monte Roccagrande, montagna di diaspro rosso nell’entroterra di Sestri Levante, una torbiera a monte di Bargone “racconta” un’altra lunga storia: Pian del Lago, così come oggi appare, è il risultato di una serie di cambiamenti del paesaggio rimasti “scritti” nel sottosuolo a partire da diecimila anni fa. Un lago, ora scomparso, tra il Neolitico e l’Età dei Metalli venne utilizzato come abbeveratoio per le greggi che venivano qui portate al pascolo. Ne sono traccia i diversi manufatti in pietra e le ceramiche ritrovate sulle antiche sponde e, attraverso lo studio del polline, la diminuzione nella copertura forestale dell’abete bianco e dei tigli. A partire dal 500-400 a.C. e durante l’Età romana e i secoli successivi, quasi fino ai giorni nostri, l’area di Pian del Lago è stata oggetto di pratiche agro-silvo-pastorali con un intenso uso del fuoco. L’incremento della vegetazione a brughiera/prateria sembra essere ancora associato con il pascolo delle greggi intorno al lago, ormai sempre più impaludato. L’aspetto attuale della torbiera è anche il risultato di una serie di fenomeni franosi ed erosivi, avvenuti alcuni secoli dopo il 1000, che modificarono i versanti circostanti a conclusione di oltre diecimila anni di storia.

La storia ambientale può, inoltre, essere scritta anche nelle “zone umide fossili”, ossia in aree paludose in corrispondenza delle foci dei corsi d’acqua, oggi scomparse alla vista, sepolte in prossimità dell’attuale linea di costa. In occasione di scavi o trivellazioni per opere edilizie capita spesso di imbattersi in sedimenti di origine palustre o di mare poco profondo, la cui analisi può fornire utili informazioni per la conoscenza paleoambientale delle aree litoranee.

Indagini svolte a Rapallo hanno svelato come questa zona costiera, nel V-IV secolo a.C., fosse coperta da un bosco paludoso dominato da ontani, nel quale si trovavano diverse specie erbacee tipiche delle zone umide come Ciperacee, Giuncacee, Ninfeacee, tifa e mestolaccia.

A Chiavari, invece, da un’area adiacente a quella dove nel 1959 venne scoperta una zona sepolcrale ad incinerazione risalente al VII secolo a.C., lo studio dei resti organici conservati nel sottosuolo sabbioso e argilloso, tra 11 e 7,5 metri di profondità, ha svelato come tra seimila e tremilacinquecento anni fa vi fossero ambienti asciutti, coperti da arbusti di Erica, inframmezzati da depressioni paludose. Per quanto le nostre conoscenze siano limitate, questa vegetazione risulta insolita rispetto alla copertura forestale che ci aspetterebbe di trovare per tale epoca: resta ancora da chiarire se la forte presenza di Erica si possa considerare un effetto di pratiche svolte dalle comunità umane qui insediate, connesse all’uso del fuoco o ad attività metallurgiche, oppure sia un particolare aspetto di foresta mediterranea.

Le zone umide, in conclusione, ancora attive o “fossili”, sono veri e propri archivi biostratigrafici, patrimonio naturalistico e culturale da tutelare e studiare poiché ci raccontano storie di paesaggi antichi, anche molto remoti. In un territorio fragile come quello ligure, sottoposto ad un uso indiscriminato e a una pressione antropica eccessivamente accresciuta negli anni, la conoscenza e la tutela sono elementi sostanziali per preservare il patrimonio culturale di cui il paesaggio – anche nei suoi lati più nascosti come nel caso delle zone umide – è parte fondamentale. Conoscenza e tutela che per essere realmente efficaci non possono essere lasciati in capo solo agli enti preposti, ma devono coinvolgere, secondo un modello di tutela partecipata, le associazioni locali e ogni singolo cittadino, ciascuno per la sua parte e con un preciso ruolo. Infatti, solo la consapevolezza del valore del patrimonio culturale da parte di tutti, attraverso il senso civico inteso come disponibilità a cooperare per il miglioramento della società in cui si vive, accresce il senso di appartenenza territoriale da parte degli abitanti e la curiosità, l’interesse e il maggiore rispetto da parte dei turisti, con l’obiettivo comune di preservare la ricchezza del nostro passato per le generazioni future.

Bibliografia
Per approfondire il tema dell’articolo, si suggeriscono alcune letture:

  • Balzaretti R., Pearce M., Watkins C. (a cura di), Ligurian Landscapes, Accordia Research Institute, London, 2004 
  • Cevasco R., Memoria Verde, Diabasis, Reggio Emilia, 2007
  • Cevasco R. (a cura di), La natura della montagna. Scritti in ricordo di Giuseppina Poggi, Oltre Edizioni, Sestri Levante, 2013
  • Gabellieri N., Pescini V., Tinterri D. (a cura di), Sulle tracce dei pastori in Liguria. Eredità storiche e ambientali della transumanza, Sagep, Genova, 2020
  • Maggi R., I monti sono vecchi, De Ferrari, Genova, 2015
  • Moreno D., Dal documento al terreno, nuova edizione, a cura di C. Montanari e M.A. Guido, Genova University Press, Genova, 2018
  • Schama S., Paesaggio e Memoria, Mondadori, Milano, 1997.

(* Archeologo, Conservatore del Museo Archeologico del Finale – Istituto Internazionale di Studi Liguri, Sezione Finalese – e membro del CIR-LASA – Laboratorio di Archeologia e Storia Ambientale, DAFIST-DISTAV – Università di Genova)

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