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Faccio outing. Potevo essere io

da Alberto Bruzzone

di VITTORIA GOZZI

Il 25 Novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

In questa settimana preparatoria il dibattito pubblico si è concentrato in particolare su due fatti di cronaca: lo stupro operato da parte dell’imprenditore digitale Alberto Genovese in occasione di una festa organizzata sulla sua Terrazza Sentimento e la vicenda della maestra di Torino licenziata perché alcune sue fotografie sono finite su una chat del calcetto.

Sui due episodi sono intervenuti in molti, in primis la seguitissima fashion blogger Chiara Ferragni che naturalmente dall’alto dei suoi 22 milioni di followers su Instagram, quando parla, fa salire il ‘buzz’.

Riassumo brevemente i due episodi per chi non ne fosse a conoscenza.

Alberto Genovese è accusato di aver sequestrato, drogato e seviziato per oltre ventiquattr’ore una ragazza di 18 anni che nella notte tra il 10 e l’11 ottobre era presente a una delle sue feste a Terrazza Sentimento.

I fatti di Torino accadono nel 2018 e riguardano una maestra di asilo che ha inviato delle immagini sexy di sé stessa al suo compagno. Una volta conclusasi la relazione, l’ex ha diffuso (per ripicca? per vanto?) le immagini sulla chat del calcetto, commettendo il reato di divulgazione di materiale senza consenso, detto anche ‘revenge porn’. Nella chat del calcetto era presente il papà di un alunno della maestra, che insieme alla moglie hanno fatto pressioni prima sulla ragazza e poi sulla dirigente scolastica, che l’ha indotta a dare le dimissioni. La ragazza ha denunciato tutti, e questa storia  torna agli onori della cronaca oggi perché si dibatte il caso in tribunale.

I due episodi, diversi anche per le implicazioni sia fisiche che psicologiche che incidono sulle protagoniste, sono stati tuttavia oggetto di dibattito pubblico acceso. Un dibattito morale, che va a giudicare il comportamento di entrambe come concorsuale agli avvenimenti che si sono poi verificati. Ricordo che in entrambi i casi si configurano dei presunti reati nei confronti delle vittime (nel caso di Torino l’ex compagno ha già ammesso e ha patteggiato), e pertanto lo spazio per il dibattito morale (qualora i fatti dovessero essere confermati dalle sentenze) è quantomeno schiacciato.

In questi giorni ho tuttavia sentito/letto sui giornali molte cose che mi hanno lasciato perplessa e sorpresa. “Chi va al mulino si infarina”, “Ingenua la ragazza ad andare ad una festa del genere”, “Beh ma se mandi quelle foto non puoi non aspettarti che vengano diffuse”, “Una maestra d’asilo che ha in consegna i miei figli non dovrebbe fare certe cose”.

Lascio allora perdere le considerazioni giuridiche (le lascio ai processi) e vorrei concentrare la mia riflessione sugli usi e i costumi contemporanei e su come francamente ritengo che i commenti fatti dagli utenti della rete come da giornali e televisioni siano lunari. Nel senso letterale di “non di questa terra”, non in grado di comprendere e dare una lettura corretta delle dinamiche di comunicazione e di espressione, soprattutto delle giovanissime.

Dopo averci pesato un po’, ho deciso che il modo più efficace di parlare di loro, è prima parlare di me.

Faccio outing. Chi mi conosce sa che ho 30 anni e che dalla vita ho avuto tutto quello che si poteva desiderare. Sono figlia di una famiglia benestante, che mi ha permesso di studiare, di vedere il mondo, di scegliere di fare nella vita il percorso professionale che volevo fare, di inseguire i miei sogni e le mie passioni, di non dovermi mai preoccupare di niente se non di essere felice. Sono anche una che ha avuto sempre relazioni stabili (direi che i miei fidanzati si contano sulle dita di una mano) e prima di congelare Instagram perché mi portava via troppo tempo prezioso, postavo per lo più foto di tramonti e paesaggi.

Ritengo doverosa questa premessa perché sono consapevole che appartengo all’ultimo percentile della gaussiana, pochissime persone condividono con me le sovrastrutture culturali e sociali che una situazione così agiata ti dà e che ti permettono, quando sei poco più che adolescente, di fare scelte sensate e senzienti. Cosa che comunque anche io non ho sempre fatto, ovviamente.

Avrei potuto essere io in quella situazione? Assolutamente sì.

Ho fatto l’Università a Milano, e quando avevo 18/19anni vivevo appunto in città e andavo alle feste. Per dirla tutta mai a feste particolarmente esclusive, perché io e i miei amici non eravamo molto ‘cool’, ma sicuramente mi è capitato di frequentare feste in cui girasse la droga.

Non mi drogavo allora e non mi drogo ora, ma so benissimo cosa vuol dire avere 18 anni e frequentare un ambiente così, dove tutti sembrano più grandi, più giusti, più, più più… di te. E tu ti senti fuori luogo e ti domandi se ti sei vestita nel modo giusto e ti senti in obbligo di fare una buona impressione (chissà poi perché? Ma hai 18 anni, si pensano anche delle cavolate a 18 anni) e di mostrarti più grande e più sicura e più matura di quello che sei.

Ho mai mandato foto osé al mio compagno? (Mamma e papà so che mi state leggendo: tappatevi gli occhi). Assolutamente sì! È il mio compagno, non è che ci sia niente che non abbia già visto.

Le azioni che hanno compiuto Michela e la maestra di Torino, pertanto, le ho compiute anche io. Se non mi è successo quello che è successo a loro è fortuna, non bravura o intelligenza. Sono andata anche io al mulino ad infarinarmi?

Basta farsi un giro su Instagram del resto, per capire che è molto diffuso tra le giovanissime un nuovo modo di percepirsi e di mostrarsi sulle piattaforme digitali. Scegliete una località a caso (provate con Chiavari) e i primi 9 post che vengono fuori sono i post più popolari geolocalizzati in quella località: vi accorgerete abbastanza presto che le ragazze oggi non solo non si vergognano a mandare certe immagini di sé stesse in privato, ma le condividono senza inibizioni anche su piattaforme pubbliche. Un giorno forse penseranno che hanno fatto una cavolata, o forse continueranno a piacersi così, ma sta di fatto che oggi questo è il loro modo di comunicare, con tutto quello che implica. (È peraltro un meccanismo malato e perverso perché un’adolescente a caccia di like sa benissimo che cosa finisce in queste nove foto e cosa deve fare per arrivarci, quindi è un processo che si autoalimenta).

Allora tutte noi che siamo andate al mulino a infarinarci, ci meritiamo poi di subire atti vergognosi come quelli in questione?

Michela è stata legata, picchiata e stuprata con un dildo ricoperto di cocaina per 12 ore e poi fotografata in posizioni oscene, ricoperta di sangue e in stato incosciente. Perché questo è quello che le è successo, e a me pare che non lo meriti nessuno. Né io, né Michela, né una ragazza a cui piace fare festa e frequentare certi ambienti.

La maestra di Torino è stata tradita, postata su una chat con sconosciuti e resa oggetto sessuale da chi quelle fotografie avrebbe dovuto tenerle private perché parte di un rapporto intimo e di fiducia, di una relazione amorosa. E anche questo mi pare non lo meriti nessuno.

Come queste ragazze da vittime diventano strane creature misteriose, delle fate morgana in parte complici della violenza subìta, in parte meritevoli di subìre ulteriore violenza, quella verbale delle comunità che le circondano che le insultano, minacciano, giudicano, commentano?

Le violentiamo due volte.

Inoltre, la diffusione di una mentalità che chi si comporta in maniera disinibita ‘attrae’ su di sé violenza è pericolosissima, perché apre e giustifica nuovi comportamenti predatori.

Ai tassi di tette presenti sui social media oggi, secondo questa logica dobbiamo prepararci a un incremento di stupri e violenze francamente inaccettabile.

Avviso ai naviganti: i due casi in questione non mi paiono affatto rientrare in terribili e pericolosissime situazioni dalle quali le ragazze ‘per bene’ devono stare alla larga, quanto più due momenti abbastanza comuni della vita degli adolescenti di oggi: andare alle feste, postare sulle chat. Appunto, io ci sono passata e non ritengo di aver fatto nulla di male, altrimenti non lo starei candidamente raccontando.

E come me, sono abbastanza sicura che lo abbiamo fatto in tante. Per tante si intende le nostre figlie, sorelle, nipoti, compagne. Siamo andate tutte al mulino ad infarinarci? Perché poi quando succede a nostra figlia, non è affatto piacevole. E per come stanno mutando i comportamenti tra gli adolescenti, secondo questo nesso causa/effetto “se la sono andata a cercare-è successo”, le probabilità che questi fatti colpiscano qualcuno a noi caro sono molto più alte di un tempo.

Sono convinta che ogni genitore deve impegnarsi a fare il meglio che può per insegnare ai propri figli a individuare certe azioni come superficiali, non necessarie, potenzialmente dannose, a come distinguere il giusto dallo sbagliato e la differenza tra un’azione passeggera e una con conseguenze permanenti.

Ma penso anche che la prima cosa che si possa insegnare ai nostri figli è a riconoscere un’ingiustizia e ad avere il coraggio di non ignorarla, di combatterla per eliminarla dalla nostra società. Prendersela con la vittima è un’enorme ingiustizia da combattere.

Penso che il compito di una comunità sia quello di sostenere e supportare gli indifesi, in particolar modo chi subisce violenza. Concentriamo le nostre forze sul condannare senza indugio il predatore e non la preda. E di mettere un punto dopo la condanna (non una virgola, non un ma, non un se).

La cultura dello stupro si nutre di attenuanti. Implicare che ci sia un certo grado di responsabilità della vittima scarica il carnefice e alimenta un senso comune di ammissibilità di certe azioni, perpetuandole nel tempo e non risolvendo il problema che persiste crudo e ingombrante.

I predatori dovrebbero invece sapere che compiere un reato di violenza li sottopone all’onta, alla vergogna, al disonore da parte della propria comunità, quella stessa onta che oggi paradossalmente vivono le vittime. E invece oggi chi posta sulla chat del calcetto “fa una goliardata” e chi si comporta in maniera disinibita “è una zoccola”. È così e chi dice il contrario mente a se stesso.

La cultura dello stupro va sempre condannata e non esistono attenuanti (infatti la legge non le prevede).

Empatia, è lei la grande assente di tutto questo dibattito.

P.S. Ho scritto questo articolo e l’ho fatto leggere prima di pubblicarlo ai maschi della mia vita.
Il mio compagno si è inizialmente infastidito per la condivisione di cose mie (nostre) private, ha detto che mi espongo troppo e che i fatti che racconto possono essere strumentalizzati. Perché dico io? Strumentalizzare ciò che ho scritto definisce più chi strumentalizza di me. Io non ho fatto nulla di immorale né di illegale. Si è convinto, con una certa ritrosia.
La veemente reazione di mio padre al mio pezzo potrete leggerla sul prossimo numero. Stay tuned. Ringrazio mio fratello, che mi ha pienamente sostenuto.
1 su 3: c’è ancora del lavoro da fare. Ma noi non ci fermiamo.

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