Home Aziende in vetrina Andrea Biancalani e Federica Bianchi: “Così riportiamo in vita le sedie”

Andrea Biancalani e Federica Bianchi: “Così riportiamo in vita le sedie”

da Alberto Bruzzone

di DANILO SANGUINETI

Chi sottostima l’importanza della seggiola – il retropensiero è che sostiene la parte meno nobile del corpo – ha capito ben poco delle priorità della vita. Pensate a quante ore della nostra giornata passiamo seduti. L’uomo contemporaneo ha il busto ad angolo retto rispetto agli arti inferiori e posteriori per almeno il 50% della giornata, dicono gli studi sull’homo interneticus.

Ne dovrebbe conseguire che chi investe sulle sedute punta sul cavallo (pure dei pantaloni) alla lunga vincente, compie un gesto proficuo, una scelta lungimirante. In più la fetta di mercato in questione è stata modificata profondamente dall’irrompere sulla scena dei big player intercontinentali, a cominciare dalle catene di mobilifici e la progressiva messa nell’angolo dei solisti, i mobilieri, veri stilisti del truciolo e del ricciolo. Meno pezzi unici, meno bellezza.

La serialità sarà comoda e democratica ma fa a pugni con i canoni estetici. E sospinge verso l’oblio le categorie del bello, quelle del giudizio e quelle umane, di persone che questo fanno per vivere e non solo, per tramandare un retaggio di storia, gusto, sentimenti.

Senza la cura dei nostri mobili rischiamo di smarrire un’altra dinastia di nobili artigiani, anzi di artisti, i restauratori. Un altro errore perché questi custodiscono e garantiscono la qualità senza paragone dei loro padri, dei loro avi, degli antichi mobilieri liguri, un’eccellenza comprovata tra le eccellenze italiche.

A Chiavari per fortuna c’è una sacca di resistenza al moderno, o meglio al modernariato, quella moda scellerata che equipara i mobili Moplen degli anni Cinquanta del passato secolo a un trumeau del secolo XVIII o, eresia delle eresie, una Frau a una Campanino serie deluxe.

È la bottega di Andrea Biancalani, situata in via Bancalari 10 A. Basta incrociare da quelle parti per rimanerne affascinati. Se vi sfugge alla vista, l’odore inconfondibile del legno pregiato mischiato al sentore di colle animali e vernici rare vi farà voltare la testa. E come nel giardino del mago sarà complicato sfuggire alla voglia di fare due chiacchiere con il titolare, magari accompagnandole, appena entrati in confidenza, con la richiesta di una prova tattile. Basta sfiorare una parigina a schienale alto, una strizzatina a una poltrona impero o una credenza Luigi… qualche numero e rimarrete lì per un bel pezzo. Anche perché mastro Biancalani è la smentita vivente al topos dell’artigiano solitario e silenzioso, che preferisce esprimersi con le mani. Fatelo parlare del suo mestiere e calerà la sera prima che si stanchi.

“Perché io vivo la mia professione come una missione. Un testimone che mi è stato affidato quasi 30 anni fa (ne ha 45, ndr). Sono venuto su guardando mio padre Bruno al lavoro. Passavo le giornate nella prima sede della bottega, in via Bighetti, accanto all’atelier di Franco Casoni, fraterno amico di papà. Nel 1968 aprì lui, l’anno seguente tocco a Bruno”.

Dal produttore al restauratore, l’intera filiera dell’arte di lavorare il legno. “In un certo senso è vero. Oggi la chiamerebbero una sinergia, io preferisco parlare di una grande amicizia e soprattutto una comunione di intenti e idee. Volevano dare una patina nobile all’antica arte dell’intaglio in legno. Mio padre non ci mise molto a farsi una fama. Sono onesto, il suo modo di lavorare spiccava in un momento nel quale i restauratori, anche autoproclamatisi tali, erano numerosi. La gente veniva da lui per i casi più difficili, molti dei quali sembravano insolubili, e lui li risolveva, non si arrendeva davanti a nessun tipo di recupero, anche il più complicato”.

Nel 1990 Andrea comincia a farsi le ossa. “Ho dovuto studiare tanto, con un maestro per niente accondiscendente come mio padre. In bottega non c’erano favoritismi o agevolazioni, l’apprendistato è stato lungo e faticoso”. Passo dopo passo, opere sempre più impegnative, affidate alle dita e all’occhio, sempre più esperto, di Andrea. E gli affari vanno a gonfie vele.

“Sì, tra il 1990 e il 2000, in concomitanza con il mio percorso di formazione, c’era lavoro ovunque, era scoppiata la mania dei mobili storici e ogni giorno ci veniva sottoposto qualche pezzo antico, antichissimo, sino a manufatti che non esiterei a definire preziosi. Poi una contrazione improvvisa, nei primi dieci anni del nuovo millennio, di pari passo con il montare della crisi economica mondiale”.

Intanto Bruno, oggi 78enne, decide di lasciare lo spazio all’erede. Che sposta il luogo di lavoro in via Bancalari. “La vecchia bottega era bellissima, ma lo spazio era troppo limitato, le esigenze di poter agire nelle giuste condizioni di luce e con la dovuta libertà di movimento ci ha portato al trasloco. Solo quello penso sia cambiato. Il modo di lavorare, di scegliere le opere, come intervenire per salvare, non è mutato di una virgola”.

Oggi il recupero e la messa a nuovo delle sedie sono il piatto forte del menu che il restauratore Biancalani propone alla sua clientela. Anche perché ha allargato il campo di intervento al salvataggio delle sedute di Campanino, Podestà, Parigine ed altre seggiole di pregio. Grazie all’entrata in scena della sua signora, Federica Bianchi, che è andata a lezione da un’antica maestra impagliatrice per oltre un anno ed ora è in grado di ricreare la texture incredibilmente complessa di una Ligurina o di un altro tipo di sedie di Chiavari impiegando i materiali e le tecniche dell’epoca della costruzione.

“A volte mia moglie per una singola sedia può impiegare oltre otto ore. Procede con infinita pazienza, attenta a non sbagliare il minimo passaggio”. Il duo discute per ore del materiale da scegliere, dell’interpretazione da dare a questo o quel restauro. Questo fanno gli artisti, per questo Biancalani è ricercatissimo. “Per fortuna, perché la crisi del nostro settore si era un po’ attenuata negli anni scorsi, quanto accaduto in questo anno ci ha riportato indietro di parecchi passi. Basti pensare che, quando iniziai, di restauratori nel Tigullio c’era una folla, solo a Chiavari diverse decine, oggi siamo in due, a quanto mi risulta, in tutta la città”.

L’onesto Andrea si dimentica di dire che, soprattutto negli ultimi tempi, ha risanato mobili e sedie reduci da restauri rivelatisi peggiori del male al quale avrebbero dovuto offrire rimedio. “Sono tra i casi più complicati. Si cerca di togliere gli errori e recuperare il salvabile, non sempre è possibile. Io dico sempre che nella professione di restauratore l’abilità manuale è importante ma non è tutto, anzi spesso non è decisiva. Bisogna studiare, informarsi, girare, osservare e confrontarsi. Io che mi sento soprattutto curatore di mobili più che salvatore di sedie ho visionato centinaia di mostre, esibizioni, mercati, e continuo a farlo perché c’è sempre un legno, un incastro, una finitura, una colla, una lacca, una vernice che non conosci a fondo e che studiandoli progredisci. È inevitabile: se pensi di fermarti sei rovinato, l’errore è dietro l’angolo”.

Una specie di Diogene della pialla, non cessa di scavare sotto i trucioli per trovare l’essenza del mobile. Pronto alla maieutica mobiliera in sinergia con la compagna Federica, usano metodi antichi con mentalità moderna. Va a farsi benedire la tesi del tenebroso restauratore che opera in una specie di antro dove rende immutabili le forme di mobili polverosi. Saltano le suggestioni filmiche su un tizio capace di impagliare pure i clienti oltre che le loro cose preziose. No, qui siamo più in zona Pulp Fiction. Andrea Biancalani è come mr. Wolf, è un fixer, lui i problemi non li crea, li risolve.

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