Home Aziende in vetrina Panificio Santo Stefano d’Aveto: quel forno sui monti che… parla spagnolo

Panificio Santo Stefano d’Aveto: quel forno sui monti che… parla spagnolo

da Alberto Bruzzone

di DANILO SANGUINETI

Il pan non ci manca, almeno se siete di Santo Stefano d’Aveto. In barba a questi tempi grami, dove il morbo purtroppo infuria, neppure la bandiera bianca sventola, a meno che non venga colorata dalle spruzzate di soffice farina che fuoriesce dal forno del Panificio Santo Stefano, un centro di diffusione apprezzato e approvato che nei mesi tumultuosi della prima serrata nazionale e in quelli seguenti ha continuato a marciare a passi da gigante.

La qualità della produzione ha fatto premio su ogni altra considerazione: non c’è zona, non c’è colore che tenga, quando il fornaio e proprietario del negozio si mette all’opera e crea i suoi panini all’olio, senza olio, integrali, oblunghi, bassi, farinate, piadine, dolci, torte salate, pizza e chi più ne ha ne metta – si diventa carboidrati-addicted quasi senza accorgersene.

Passi lungo il torrente, nel viottolo che è una specie di subway a cielo aperto, una derivata (al numero civico 14) del viale Emanuele Razzetti che è la principale arteria santostefanina, e vieni attirato dentro il locale come un topo di Hamelin.

La sorpresa è scoprire che il gentile ma schivo proprietario è il signor Josè William Jimenez-Jimenez, 41 anni nascosti sotto il berretto d’ordinanza. Niente Cella e niente Badinelli, meno che mai Campomenosi o Focacci, ma un surname che riporta direttamente alla lingua di Cervantes.

Spagnola è la lingua madre ma il loco natio è molto ma molto più distante, il Cantone di Calvas, Provincia di Loja, Ecuador. Da un continente a un altro, dal Sudamerica all’Europa, dalla provincia tropicale – l’ultima a Sud, a una manciata di chilometri inizia il Perù – del paese a cavallo del parallelo zero, al temperato (una volta almeno) Appennino Ligure.

Un grande viaggio, sul globo e nella mente. Culture diverse. Quasi pianeti che girano su orbite differenti. Pensate solo come sia arduo imparare una lingua molto meno simile di quanto si pensi a quella natia, per chi è abituato allo spagnolo venato di quechua, tipico della subcordigliera andina.

Il signor José non la fa troppo drammatica. “Se c’è la voglia di ambientarsi, di trovare un proprio spazio, di costruire qualcosa assieme alla propria famiglia non c’è niente di insuperabile. Sono arrivato in Italia all’alba del nuovo millennio, mia moglie Rosaria mi aveva preceduto nel 1998. I motivi? I soliti, qui c’era lavoro. Ho fatto qualche lavoro saltuario, ma quasi subito, ho trovato un posto fisso nel panificio Tossini di Recco. Io e mia moglie avevamo preso casa qui, ma di fronte a un’opportunità simile non ho esitato. I primi anni ho fatto avanti e indietro tra Recco e Santo Stefano. Nel 2001 è nato Stefano, così per non far stancare troppo mia moglie mi sono trasferito nella città costiera. Ma volevamo tornare qui, in valle”.

Un feeling immediato con la zona e con i suoi abitanti. “Io vengo da un posto che per certi versi somiglia a Santo. In montagna, sopra i mille metri, ma non distantissimi dal mare, l’Oceano Pacifico dista dalla mia contea un centinaio di chilometri”.

Insomma, Santo Stefano come una seconda patria. Josè con Tossini spopola. “Mi hanno insegnato molto, ho cercato di portare anche un po’ della cucina del mio paese. È stata una fusione fruttuosa”.

Arriva il momento di fare un altro passo. “Nel 2012 ho saputo che i proprietari del Panificio Val d’Aveto volevano cedere perché si trasferivano a Lavagna. Ho pensato che ci fosse la possibilità di un altro scambio. Loro andavano sulla costa e io tornavo in vallata. Il Panificio Santo Stefano in questi otto anni non mi ha deluso. Anzi, sono stato ripagato dalla fiducia dei clienti, che sono aumentati direi in maniera soddisfacente di anno in anno”.

Una professione di modestia perché è stato un successo senza discussione in tempi tutt’altro che facili. Tanto che nel 2015 Jimenez-Jimenez – i suoi genitori avevano lo stesso patronimico, nei paesi castigliani si usa portare il cognome della madre prima che quello del padre – rileva anche l’Alimentari Rezzoaglio. Ed è costretto a sdoppiarsi. “Rosaria mi dà una mano, a Rezzoaglio abbiamo anche una collaboratrice. Io sono ‘alle macchine’, ossia ai forni nei due paesi, Rosaria è al banco. Non ci si ferma mai, ma non starò certo a lamentarmi per questo”.

Le chiusure per la pandemia non lo spaventano. “Sarà franco: a marzo e aprile abbiamo lavorato come prima, anzi forse meglio, perché la gente badava all’essenziale e il pane e i suoi derivati sono i più essenziali di tutti i beni alimentari. In estate, la stagione forte di Santo Stefano, abbiamo visto molte più persone degli anni precedenti. Ora siamo nella stagione fiacca, possiamo tirare un po’ il fiato, il trend però resta positivo. Con l’aiuto del cielo tiriamo avanti”.

Sarebbe un quadro a colori brillanti, che regala allegria. Se non ci fosse un particolare, al quale il signor José neppure accenna, ma che il figlio Stefano, studente universitario a Milano, sottolinea: “Io da quando ho raggiunto la maggiore età sono italiano. Cosa che mi rende orgoglioso e triste allo stesso tempo. Perché i miei due genitori non lo sono, almeno non lo sono ancora, hanno fatto domanda tre anni fa. Ora c’è stato un rallentamento nell’iter a causa della pandemia, mi auguro che arrivi presto la certificazione di una cosa che sentono molto. Qui hanno creato una famiglia, un’impresa, e sentono come loro patria tanto l’Ecuador come l’Italia. Mio papà è avetano inside”.

Per il signore dal doppio cognome le due nazionalità sarebbero il minimo riconoscimento che la sua patria di elezione gli deve. Che aggiungere? Sperare che un po’ del sale che el senor José mette nei suoi preparati venga assorbito dalla zucca dei nostri politici?

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