Home SportCalcio Il calcio femminile rimane nella ‘bolla’ e riesce a resistere ai contagi: quando i comportamenti giusti pagano

Il calcio femminile rimane nella ‘bolla’ e riesce a resistere ai contagi: quando i comportamenti giusti pagano

da Alberto Bruzzone

di DANILO SANGUINETI

Viva la differenza, è d’uopo ribadirlo. Tra uomini e donne che inseguono un pallone al più alto livello di competitività, nel massimo campionato della loro Lega, c’è un divario, quasi un abisso, nella battaglia per restare immuni. Serie A maschile, 600 atleti tesserati, 100 positività, in aumento. Serie A femminile 268 atlete tesserate, 1 contagio, dati a martedì 27 ottobre.

Nella A maschile sia la prima che la seconda ondata del Covid-19 hanno trovato settore fertile, nonostante i controlli a tappeto. Il Genoa ha dovuto chiedere il rinvio della partita con il Torino, il Napoli ci ha provato con la Juventus, non gli è andata bene, ma la querelle è ancora aperta. Nella A femminile sono state portate a termine sei giornate senza alcun rinvio. Ora il campionato è fermo, tre settimane di stop per dare spazio alla Nazionale impegnata nelle qualificazioni agli Europei e alla Champions League. La Juventus femminile, è in quarantena fiduciaria per la positività di due membri dello staff (contagiati dal mini focolaio che ha interessato la prima maschile e l’Under 23 di Lega Pro).

In queste ultime ore ci sono state due positività, una nel Napoli Femminile, una nell’Empoli ma riguardante un componente dello staff tecnico. Non riguarda invece il campionato italiano ma quello spagnolo la positività al coronavirus di Alia Guagni, una delle veterane della Nazionale. Il difensore gioca nell’Atletico Madrid. La classe ’87, ex Fiorentina, lo ha rivelato con un lungo post sui propri profili social, la Figc si era limitata a parlare di una calciatrice in ritiro a Coverciano in vista del match di qualificazione all’Europeo del 2022 di martedì 27 ottobre con la Danimarca. La Guagni, totalmente asintomatica, era risultata negativa ai primi due tamponi effettuati il 19 e 22 ottobre ed era stata ammessa al gruppo squadra come da protocolli Uefa e Figc. Tutta la delegazione, calciatrici e staff, negativi all’ultimo tampone effettuato sabato 24, hanno ripetuto gli esami molecolari, in un primo tempo erano sembrate esserci due positività a bassa carica virale, il ricontrollo ha invece certificato la negatività dell’intero gruppo.

Con l’infuriare dell’epidemia restano episodi notevolmente circoscritti. I numeri hanno l’antipatica caratteristica di non poter essere smentiti. La situazione dell’incidenza del Covid-19 nel calcio italiano è schizofrenica perché ai continui peggioramenti della sezione maschile si contrappone la linea piatta o quasi della sezione femminile. Le possibili spiegazioni sono poche e poco lusinghiere per i maschietti. Il protocollo da seguire è identico: test sierologici ogni settimana, esami approfonditi (test molecolare) entro 48 ore da ogni partita ufficiale, iter da seguire prima e dopo gli allenamenti e le partite, tutto eguale.

E allora? È possibile che le calciatrici abbiano comportamenti extra-campo molto ma molto più coscienziosi dei colleghi? Metti che le donne sembrano più resistenti al morbo, aggiungiamoci che anche fuori dal campo formano una ‘bolla involontaria’ perché spesso condividono case, pranzi e ritrovi; fatto sta che le ragazze le mascherine le usano nel modo, nei tempi e negli ambienti suggeriti dalle disposizioni sanitarie. Verrebbe da dire che la coscienza sociale delle ragazze funziona meglio di quella dei loro coetanei.

È vero che il calcio in rosa ha compiuto dei progressi spettacolosi nell’ultimo lustro, nella tattica, nella tecnica, nella spettacolarità e soprattutto nel seguito e nella considerazione del grande pubblico. Nonostante questi indubbi progressi il gap rimane evidente. Molte delle ‘dilettanti’ – così le etichetta un regolamento della Figc che è maschilista e antistorico come pochi tra quelli dei paesi calcisticamente evoluti – sono studentesse (sul serio visto che le laureate e le diplomate in studi ‘pesanti’ sono la maggioranza), molte di loro vivono insieme in appartamenti da 4-5 persone per poter sostenere le spese di vitto e alloggio, altrimenti proibitive per chi guadagna (non sono veri ingaggi, non sono stipendi) da 10mila a 28mila euro annui. La media è sui 18mila euro lordi. Con simili introiti essere prudenti e rispettosi delle norme non è un’opzione, è istinto di sopravvivenza.

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