Home Approfondimento Il dibattito sul verde di ‘Piazza Levante’ – Sessanta milioni di alberi

Il dibattito sul verde di ‘Piazza Levante’ – Sessanta milioni di alberi

da Alberto Bruzzone

di DON SANDRO LAGOMARSINI *

Cinquant’anni fa potevo vedere, dalla finestra di casa mia, la grande conca del Verruga, una delle emergenze montuose che fanno corona all’alta valle del Vara. La conca era un antico pascolo, ricco di acqua, coperto a primavera da un manto di narcisi e di asfodeli, attivati dal pascolamento del bestiame.

Il pascolo era servito da una via di transumanza protetta da muri a secco, testimonianza della gestione intelligente del territorio attuata nel primo decennio dell’Ottocento dal Dipartimento degli Appennini. Finito l’uso del pascolo, la conca è stata invasa da una fitta vegetazione, che risparmia solo la sommità del monte e un costone roccioso. Quasi spariti i narcisi, ridotti a una piccola stazione gli asfodeli.

Questo allargamento della superficie boscata è comune a tutto l’Appennino. In alcune aree sono nati nuovi vigneti e noccioleti, ma le vecchie superfici alberate non sono state intaccate dal taglio dei boschi maturi: faggi e cerri ma anche castagni.

Resto dunque perplesso davanti all’invito, fatto con le migliori intenzioni, a piantare in Italia “60 milioni di alberi”.

Proviamo a distinguere le questioni. La prima riguarda proprio l’aumento  delle superfici boscate in seguito all’abbandono delle attività tradizionali. Alcuni studiosi parlano di “rewilding”, un termine che la cultura ambientalista ufficiale intende come “rinaturalizzazione”, mentre si deve parlare di “inselvatichimento”.

Le piante giovani che crescono in modo disordinato sono un elemento che infragilisce l’ambiente: impediscono la regimazione delle piogge, favoriscono gli incendi nei periodi di siccità. Né c’è da sperare che in tempi brevi queste nuove formazioni giungano da sole ad un equilibrio (il mitico “climax”), dal momento che si inseriscono in una realtà frutto di interventi millenari.

La risposta a questa situazione (è il secondo tema) sta nella modifica alla legge che favorisce l’ampliamento del bosco: poche piante cresciute su pascoli e coltivi abbandonati impediscono di ritornare al vecchio uso. Così si ostacolano proprio quelle fasce e quei cunei di interposizione che salverebbero il bosco dal fuoco.

La terza questione è fatta di due parole: cura e gestione. Tanti Comuni, vent’anni fa, iniziarono a piantare un albero per ogni nuovo nato: oggi i sindaci non hanno fondi per gestire il verde. Nelle scuole circola “L’uomo che piantava gli alberi”, da un racconto di Jean Giono; il segretario dell’Onu Antonio Guterres dichiara che un certo numero di Paesi desertificati pianteranno “11 miliardi di alberi”.

Per una rivoluzione ecologica, può essere un primo passo. Ma non basta. Si devono conoscere le dinamiche legate a piante, boschi e foreste. Bisogna valorizzare, in accordo con le popolazioni, le forme di sfruttamento soffice che rendono remunerativa la protezione del patrimonio forestale. L’opinione pubblica aveva compreso quest’ultima esigenza quando Chico Mendes, prima del suo assassinio nel 1988, aveva fatto conoscere i problemi dei raccoglitori di caucciù. Ringraziamo dunque i giovani che hanno accolto l’appello di Greta Thunberg, ma invitiamoli a studiare la complessità dei problemi.

(* Parroco di Scurtabò – Frazione di Varese Ligure)

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