Home Approfondimento Il dibattito sul verde di ‘Piazza Levante’ – Verde urbano, arte e paesaggio

Il dibattito sul verde di ‘Piazza Levante’ – Verde urbano, arte e paesaggio

da Alberto Bruzzone

di MADDALENA FERRARA *

“Noi piantiamo gli alberi e gli alberi piantano noi” (Joseph Beuys)

Nel 1982 Joseph Beuys diede inizio a una delle sue azioni più celebri e significative: ‘7000 querce’ (1). Chiamato a partecipare a ‘documenta 7’, una delle principali manifestazioni internazionali d’arte contemporanea europee, l’artista tedesco dispose davanti al Museo Federiciano di Kassel un grande cumulo formato da 7000 pietre di basalto. Ogni pietra poteva essere ‘adottata’ da chiunque lo desiderasse: il ricavato sarebbe servito a piantare una quercia.

Nel 1987, per l’inaugurazione di ‘documenta 8’, il figlio di Beuys, Wenzel, piantò l’ultimo albero, diciotto mesi dopo la morte del padre. Ufficialmente l’opera era terminata: il cumulo si era esaurito, tutte le pietre erano state adottate e le querce messe a dimora, ognuna segnalata dalla pietra dalla cui adozione aveva avuto origine. Ma in realtà l’opera non è ancora finita e non finirà mai: le piante stanno crescendo e continueranno a farlo per secoli: per diventare come le aveva immaginate l’artista impiegheranno 300 anni.

‘7000 querce’ ci parla del significato che porta con sé la creazione e la gestione di ciò che, nel linguaggio un po’ grigio delle normative urbanistiche, si chiama ‘verde urbano’. Non si tratta solo di migliorare la qualità dell’aria e il decoro cittadino, per quanto entrambi siano aspetti che incidono enormemente sul nostro benessere. “L’azione in apparenza più semplice, ma in realtà la più potente: piantare alberi” (2) ci mette di fronte al senso del nostro rapporto con il tempo e la natura. È un’espressione della comunità, un atto necessario.

Per affrontare il tema di questo dibattito, che prende l’avvio da un editoriale che non a caso si intitola ‘Alberi per la vita’, credo siano utili questo tipo di sguardo e la sensibilità che deriva da una prospettiva nuova e più ampia.

E infatti i contributi che mi hanno preceduta non hanno esitato a uscire dalle strade e dalle piazze della Città dell’Entella (3) per guardare alla storia, alle coltivazioni agricole della piana, fino ad arrivare ai pascoli e ai boschi dell’Appennino. Al di là del grande interesse che ogni articolo suscita nel merito del tema specifico che affronta, trovo significativo il rovesciamento della prospettiva che gli interventi hanno proposto: per ragionare del verde urbano si deve iniziare dal territorio e dalla sua storia. Che è come dire: per capire come agire sulla città occorre “girare il cannocchiale” e guardarla “da fuori”, dal punto di vista del paesaggio (4).

In uno degli interventi si dice che “a Chiavari si dovrebbe cominciare a ragionare soprattutto dalla zona del lungomare, che è stata la più trascurata in termini di piantumazione”. In effetti, sul lungomare il verde è piuttosto disomogeneo e poco significativo, di sicuro non è il tratto distintivo della zona, dove invece sembra prevalere l’edilizia disordinata e la mancanza di un disegno unitario degli spazi aperti. Ma se si prova a guardare il fronte mare da un po’ più lontano – ad esempio, dalla diga foranea – ci si accorge che la sua configurazione paesaggistica è in stretta relazione con le colline retrostanti e si percepisce che, se ben progettato, il verde potrebbe avere il ruolo di tessuto connettivo tra il lungomare, con i suoi vari episodi, e il resto della città, mitigando il disordine degli edifici e degli spazi. Se le piantumazioni fossero delle specie e della scala adeguate sarebbero un elemento strutturale e caratterizzante (5), in grado di fare entrare il lungomare a far parte del paesaggio in modo coerente. La stessa cosa si potrebbe dire per il tratto dell’Aurelia tra Lavagna e Cavi, in questo caso immaginando interventi compatibili con la presenza della linea ferroviaria, ma sempre partendo da un’idea complessiva di paesaggio.

Vorrei proporre una lettura del ‘verde urbano’ che parta, appunto, dal paesaggio, che lo coinvolga e se ne faccia coinvolgere, che ne allarghi la portata. Una delle ragioni è la configurazione del nostro territorio e, in particolare, dalla Città dell’Entella: una zona urbanizzata di estensione abbastanza limitata e dalle connotazioni paesistiche – il mare, le colline – molto forti.

Se guardiamo alle colline, è facile percepire come il paesaggio naturale e agricolo faccia parte ancora della città: la circonda, è il suo sfondo, storicamente è stato la sua ragione di esistere. Se vogliamo affrontare il tema del verde urbano (anche) nei termini di questa relazione – la relazione tra città e paesaggio – ci rendiamo conto di avere a disposizione un elemento molto diffuso che potrebbe facilmente diventare uno strumento di grande efficacia: i nostri percorsi rurali storici, i sentieri. Quando li percorriamo, ci rendiamo conto che territorio e tessuto urbano sono in realtà un solo ambito, in cui paesaggi diversi si mettono in relazione e in questa relazione nascono e trovano senso. I nostri “panorami” non sono altro che questo e la rete dei sentieri, legata e coerente con il tessuto connettivo del verde urbano, può diventare il grande parco della Città dell’Entella.

Nel caso di Chiavari, i percorsi rurali più importanti – che poi non sono altro che quello che resta delle sue strade più antiche – sembra quasi ne abbiano determinato la forma urbana: basta guardare le mappe o fare una passeggiata provando a leggere la città partendo dal territorio – e non viceversa, come si fa sempre.

Cambiare prospettiva, “girare il cannocchiale”, ci fa capire che queste strade arrivano in città come parte del tessuto del centro storico. Ad esempio, se scendiamo dalle colline passando da salita San Nicola ci troviamo in via Mongiardini, se passiamo dalle Gianelline arriviamo in piazza Verdi, e così via. In questi percorsi il legame tra città storica e territorio è scritto chiaramente.

Pensiamo ai sentieri rurali come a strade perché sono una vera e propria infrastruttura, una rete che ci può portare ovunque, a Portofino oppure in montagna. Senza allontanarci troppo, ci fanno raggiungere i paesaggi ancora di grande qualità che costituiscono la ‘cornice’ di Chiavari: Ri Alto, Leivi, Sant’Andrea di Rovereto.

Se poi vogliamo provare a fare i turisti a casa nostra, è facile immaginare l’interesse che potrebbe avere una rete di percorsi del genere. Abbiamo gli esempi del monte di Portofino e delle Cinque Terre – a cui paragonerei per qualità e importanza, ad esempio, l’antico percorso devozionale che dal centro di Chiavari arriva al Santuario di Montallegro: tra panorami bellissimi, si attraversano piccoli nuclei rurali, boschi, terrazze e uliveti – un paesaggio costruito centimetro per centimetro.

Ma torniamo alla Città dell’Entella. Il ‘parco’ che, grazie alla rete dei sentieri, mette in relazione tessuto urbano e paesaggio, si può considerare come un sistema da rimettere in moto, da far rientrare nei nostri circuiti soprattutto mentali e culturali. Le azioni da intraprendere per dare sostanza a questo progetto non sono complicate. Si potrebbe partire da un’analisi ragionata, una sorta di censimento delle strade antiche per scegliere le più significative e dare il via a operazioni di recupero e valorizzazione, al disegno sensibile di quanto necessario a renderne possibile e ampia la fruizione (non sto parlando di panchine, cestini per le cartacce e segnaletica (6). Soprattutto a farle ritornare ad abitare nella percezione e nella vita dei ‘cittadini’.

In questi giorni si parla molto di ‘Recovery Fund’. Da quello che sappiamo (7), nei piani del governo c’è l’idea di usare parte dei finanziamenti per la valorizzazione dei parchi e dei percorsi naturalistici: per il nostro territorio sarebbe un’occasione da non perdere.

Note

1 Su 7000 querce (7000 Eichen) vedi, ad esempio, J. Kastner, B. Wallis, Land and Environmental Art, Phaidon Press Limited, 1998, pagg.164, 165, 226, 227, 228.

2 Beuys in un’intervista riportata in Land and Environmental Art.

3 Mi riferisco alla Città dell’Entella (comuni di Chiavari, Lavagna, Leivi e Cogorno) come zona omogenea così definita dal Piano Strategico della Città metropolitana di Genova e come ambito a cui si richiama l’editoriale che ha dato l’avvio a questi approfondimenti.

4 Preferisco usare questo termine invece di ‘ambiente’ o ‘territorio’ perché la sua definizione è imprescindibile dall’osservatore e dal modo in cui viene percepito e vissuto. Secondo la Convenzione Europea del Paesaggio, ‘paesaggio’ significa: ‘Zona o territorio, quale viene percepito dagli abitanti del luogo o dai visitatori, il cui aspetto o carattere derivano dalle azioni di fattori naturali e/o culturali (antropici)’. In altre parole, il paesaggio è il posto dove stiamo e insieme il modo in cui lo vediamo.

5 E sostenibile. In altre parole, le piante sarebbero più resistenti e richiederebbero meno manutenzione (visto che non siamo in Irlanda, mi è sempre sembrato un po’ strano ostinarsi a coltivare prati verdissimi in riva al mare). A proposito di interventi paesistici che usano specie autoctone e resistenti, vedi, ad esempio, i lavori di Gilles Clément e Piet Oudolf e le interviste raccolte da Artribune:

https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/who-is-who/2017/10/intervista-gilles-clement- paesaggio-giardini/

https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/who-is-who/2020/07/gilles-clement-piet-oudolf- giardini-ecologia/

6 Mi riferisco piuttosto a progetti come quello (del 1991) del paesaggista svizzero, George Descombes, per un tratto della Voie Suisse, non lontano da Lucerna: un sentiero, ‘inventato’ con interventi minimi ma di grande sensibilità. Il lavoro ha previsto l’intervento di artisti come Richard Long, di storici del territorio, di geografi e botanici.

7 Vedi, ad esempio, il ‘Secolo XIX’ del 28 settembre 2020.

(* Architetto specializzata in recupero di edifici storici, ristrutturazione e architettura di interni ed edilizia scolastica)

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