Home Approfondimento Il dibattito sul verde di ‘Piazza Levante’ – La dimensione sociale del paesaggio, tra passato, presente e futuro

Il dibattito sul verde di ‘Piazza Levante’ – La dimensione sociale del paesaggio, tra passato, presente e futuro

da Alberto Bruzzone

di ANNA MARIA STAGNO *

Ho messo all’inizio di queste note la foto di un’imponente ceppaia di castagno, una delle tante che si possono ancora incontrare nei boschi della Liguria e non solo. Spesso, infatti, i vecchi esemplari non sono più presenti, ma la loro traccia rimane in ceppaie con i polloni che crescono intorno ad essi in larghi cerchi. In alcuni casi, i resti dei vecchi tronchi tagliati alla base sono ancora visibili, in altri è riconoscibile solo il cosiddetto ‘anello’ di polloni cresciuti intorno alla ceppaia morente.

Questa foto l’ho scattata non lontano dal Monte Tugio (Uscio) il marzo scorso. È un oggetto interessante perché a partire da un solo oggetto (vivente) si possono raccontare almeno tre storie diverse.

Nel caso dei castagni, si tratta sempre di ceppaie ricavate dal taglio di esemplari da frutto, quando furono avviati alla ceduazione (cioè tagliati alla base). Nei castagneti da frutto, prima che fossero convertiti in cedui, gli alberi erano solo potati o capitozzati. Lo stesso avveniva nei pascoli alberati (sistema ancora conservato in alcune zone oggi, ad es. nelle dehesas spagnole). Le cicatrici che i ripetuti tagli della capitozzatura e della scalvatura lasciano sui vecchi tronchi (spesso di diametro notevole) sono ancora visibili negli esemplari che non furono sottoposti a ceduazione e sono indicatori della presenza di antichi pascoli alberati.

Gli spazi alberati così gestiti permettevano di ricavare legna e legname dagli alberi, foglia da foraggio, erba e fieno e quindi di conciliare l’allevamento e la silvicoltura. La distanza tra le piante permette al sole di filtrare, e le periodiche potature consentono la crescita dell’erba, e quindi il pascolo e lo sfalcio. Fino alla fine del XIX secolo, i pascoli alberati e i boschi pascolati erano le forme di gestione delle superfici arborate più diffuse nella montagna europea. Si tratta di un tipo di gestione molto studiato, le cui tracce sono visibili nella vegetazione attuale, nei sedimenti, grazie alle analisi polliniche, e negli anelli di accrescimento degli alberi.

I pascoli alberati, e più in generale gli usi multipli delle risorse, erano la prevalente forma di gestione delle risorse agro-silvo-pastorali della montagna. Sono andati poi scomparendo per le successive limitazioni imposte, in tutta Europa, dalla legislazione forestale, e, nel caso dei castagni, anche a causa del diffondersi di malattie (come il mal di inchiostro). Le ceppaie come le vediamo oggi poi sono il risultato di decenni di abbandono: i nuovi polloni, non più selezionati e tagliati in turni periodici, crescono tutti intorno al vecchio tronco. Si tratta di quell’abbandono di cui parlavano Roberto Maggi e Italo Franceschini nelle settimane scorse. Se oggi, finalmente, tutti sono concordi nel rilevarne i disastrosi effetti, non è ancora chiaro come uscirne. Le pagine che seguono provano a suggerire la possibilità di affrontare il tema allargando lo sguardo e approfondendo la prospettiva e il livello dell’analisi, secondo un approccio (e su linee tematiche) sviluppate in un percorso di oltre quarant’anni nell’Università di Genova e che ha portato alla costruzione (ormai quasi 30 anni fa) del Laboratorio di Archeologia e Storia Ambientale, oggi centro interdipartimentale di ricerca DAFIST-DISTAV.

Le tre storie che racconta quella ceppaia riguardano quindi il pascolo alberato di castagni di almeno un paio di secoli fa, la fase a ceduo, e il presente abbandono. Tre momenti molto diversi che rimandano a contesti molto diversi. Questa è una delle tante tracce riconoscibili nei boschi e nel paesaggio che ci rimandano a momenti del passato che non riusciamo più a immaginare. Tenerle però presenti ci aiuta a cogliere nel periodo più lungo dell’orizzonte corto a cui siamo abituati, i processi di cui viviamo costantemente gli effetti; e ci porta anche a domandarci se gli strumenti attuali della tutela e della pianificazione sono adeguati per gestire e preservare un patrimonio naturale e culturale (per quanto sia difficile scindere le due dimensioni) che è oggi sempre più a rischio di scomparsa.

Riflettere su queste trasformazioni è quello che vorrei provare a fare in queste pagine. Questo nella convinzione che ciò permetta di approfondire quello che spesso non viene detto: ovvero che tutti gli spazi rurali, anche quelli non legati agli insediamenti o alle colture produttive come i castagneti, hanno una dimensione sociale nascosta e intima, che è quella delle persone e delle risorse ambientali che li hanno costruiti. Una dimensione che rischia di non essere più visibile (e dunque di essere ignorata) quando si affrontano i problemi della loro gestione e sopravvivenza solo dal punto di vista ambientale o da quello economico/produttivo.

Nel corso dell’Ottocento, con minore o maggiore intensità, in tutta Europa fu promossa una intensificazione nell’uso delle risorse ‘naturali’ in senso mono-colturale. Le riforme (prime fra tutte le legislazioni forestali introdotte in quegli anni) erano legate a un approccio alle aree rurali portato avanti dagli stati amministrativi moderni nel contesto del loro consolidamento, e fu realizzato anche con una capillare regolamentazione e un attento controllo del loro sfruttamento. Il Regno di Sardegna per tutto l’Ottocento fece interventi normativi in questo senso (norme del Codice Forestale, 1822 e del Codice Civile 1837, portarono progressivamente a vietare il pascolo in bosco che caratterizzava la gestione consuetudinaria e a ridurre gli usi promiscui) per arrivare nel 1877 alla promulgazione della Prima Legge Forestale italiana, che promuoveva lo sfruttamento intensivo delle risorse forestali della montagna, con la conversione in cedui delle aree alberate, che contestualmente proibiva  gli usi multipli (in particolare il pascolo negli spazi alberati e l’uso del fuoco per controllare la crescita della vegetazione, di cui ha parlato Roberto Maggi).

In quegli anni, per rendere le aree rurali più produttive si seguiva un modello di sfruttamento che considerava ‘irrazionali e improduttivi’ gli usi promiscui e collettivi e mirava a ridurre le forme di mobilità delle persone e degli animali, limitando fortemente la possibilità di transumanze a lungo raggio. Sono ed erano, già allora, evidenti anche i fini economici di tali riforme, in direzione della costruzione di una fiscalità centrale e di un consolidamento in senso amministrativo degli stati dell’epoca. La necessità di definire con chiarezza le forme di tassazione comportava l’individuazione di un proprietario e di un uso specifico (e singolo) degli spazi. Per questo anche dove non si è proceduto a vendere le terre collettive, c’è stato un forte impulso (quasi ossessivo) a procedere con gli scioglimenti di promiscuità, cioè la divisione delle terre tra le comunità che vi esercitavano diritti indivisi. Contro gli usi collettivi e le terre comuni nel corso dell’Ottocento viene promossa una vera e propria campagna di discredito. Anche per questo il XIX secolo è il secolo della loro liquidazione, da una parte, e delle massicce vendite dall’altra. In Liguria, nonostante questo processo, le terre collettive sono però oggi ancora molto diffuse, se non nei comuni costieri dove il processo di vendita si completò già a fine Ottocento, certamente nell’entroterra. Ad esempio nei comuni di Borzonasca, e in parte di Rezzoaglio, le comunaglie, oggi beni frazionali (cioè di pertinenza di ciascuna frazione) rappresentano ancora una vasta estensione del territorio comunale.

Se, prima dell’Ottocento, prevalevano forme di gestione condivisa delle risorse (gli usi multipli e l’uso condiviso di terre collettive), con la conseguente necessità di mettersi continuamente d’accordo con altri aventi diritto, con l’Ottocento si avvia quel processo (apparentemente irreversibile) di individualizzazione nelle forme di gestione che è ancora il prevalente oggi.

Le pratiche multiple di gestione delle risorse erano finalizzate al loro mantenimento nel lungo periodo (erano infatti organizzate all’interno di cicli lunghi che consentivano il periodico reintegro della fertilità dei terreni). Al contrario, nell’Ottocento si ritenne che gli avanzamenti scientifici (nel campo dell’agronomia e della chimica, ad es.) consentissero di non considerare più gli effetti dello sfruttamento delle risorse, data la capacità di reintegrare (ad es. coi fertilizzanti chimici) quanto veniva tolto con lo sfruttamento e che quindi questi avanzamenti permettessero di privilegiare esclusivamente la dimensione produttiva ed economica delle pratiche agricole, senza considerarne più gli effetti ambientali (considerati comunque compensabili).

Al di là di possibili considerazioni sulla maggior produttività degli usi individuali e mono-culturali rispetto a quelli multipli e condivisi, o sulla sostenibilità nel lungo periodo delle une o delle altre, quello che vorrei sottolineare in questa sede, e che spesso non è considerato, è che è nel concentrarsi sulla sola dimensione economica delle attività agro-silvo-pastorali, quella che veniva ed è (ancora oggi) negata è la loro dimensione profondamente sociale.

Eliminare gli usi promiscui e condivisi significava quindi promuovere un ‘nuovo corso’ in cui le pratiche venivano ridotte a semplici modi per produrre prodotti, senza più una dimensione sociale (di negoziazione attraverso gli usi, e, spesso, attraverso il conflitto). Tali pratiche trovavano la loro regolazione attraverso una continua relazione tra gli aventi diritto e tra questi e le autorità locali e centrali (in un’alternanza di liti e forme di solidarietà tra i diversi aventi diritto). Questo avveniva in particolare per le terre collettive, nelle quali, essendo indivise, il possesso non era dato una volta per tutte, ma veniva rivendicato costantemente attraverso l’uso (e la successiva trascrizione testimoniale negli atti legati ai conflitti). Esistono vere e proprie ‘montagne’ di documentazione sui conflitti intorno all’uso delle risorse condivise e delle terre collettive. Questa conflittualità attraverso l’uso, questa centralità del possesso era una delle caratteristiche delle forme di gestione delle risorse in Antico Regime.

Le testimonianze di queste forme di rivendicazione storica (soprattutto le colture temporanee) son ancora ben visibili in montagna (in Val d’Aveto, come nei Paesi Baschi), sotto-forma di tracce vegetali (es. biancospini con tracce di ripetuti tagli, che tagliati venivano usati per recingere gli spazi sottoposti temporaneamente a coltivazione dentro i pascoli alberati). Nelle zone collinari della Liguria (il nostro primo entroterra, da Santa Giulia a Conscenti), invece la ‘grande trasformazione’ è anche nella scomparsa delle tracce materiali di una cultura del possesso. Dalla documentazione archivistica, sappiamo ad esempio che le colture temporanee erano diffusamente praticate proprio in spazi alberati.

I profondi cambi imposti nel modo di regolare i diritti di accesso alle risorse, sono avvenuti come si è detto attraverso interventi molto concreti, non astratti: sono stati vietati gli usi promiscui, come il pascolo in bosco o le colture temporanee nelle aree usate per il pascolo. Gli effetti sono stati molteplici e spesso ignorati, in particolare quelli legati al venir meno della trasmissione di conoscenze tra generazioni. Molti saperi locali e localizzati, legati alla ‘cultura del possesso’ e, per questo, prima necessari, diventano progressivamente superflui. Eppure, la trasmissione di conoscenze come le relazioni di conflittualità e solidarietà infra e intra comunitaria sono quelle attorno a cui si organizzano i gruppi sociali e quindi le comunità, oggi come ieri.

Nelle valli del nostro entroterra, queste trasformazioni avvengono in concomitanza con il cambio nell’organizzazione degli assi viari e la definizione di carreggiabili privilegiate (e poi della linea ferroviaria) cui accennava Italo Franceschini. I numerosi valichi appenninici che avevano giocato un ruolo chiave nei circuiti commerciali liguri e consentito un controllo locale dei transiti, perdono nel giro di pochi decenni importanza, come la perdono le numerose stazioni di posta che sul transito dei muli fondavano la loro ricchezza. Tali passi infatti, prima della semplificazione delle direttrici viarie, erano funzionali al transito che collegava gli scali costieri alla pianura padana (lo scambio di grani e oli). A Ventarola (vicino a Parazzuolo), come in moltissimi nuclei dell’entroterra, le ripercussioni economiche del cambio dei tracciati commerciali sono evidentissime. Nel 1868 Ventarola contava 113 abitanti, nel 1889 era bruscamente calata a 83, e poi continuerà a scendere fino agli attuali 2 abitanti.

Eppure, come si vede analizzando la cartografia storica e le tracce sul terreno, tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento si assiste a un fenomeno di intensificazione monocolturale: scompaiono i pascoli alberati, aumentano le terre coltivate, i pascoli e i boschi vengono avviati alla ceduazione. Contestualmente, l’allevamento prevalentemente ovi-coprino transumante lascia spazio a quello bovino stanziale, come testimonia l’aumento degli spazi dedicati allo stoccaggio del fieno e alle stalle nell’abitato di Ventarola, che abbiamo documentato archeologicamente attraverso l’analisi dell’edificato. Questi dati mettono non solo in discussione la relazione tra incremento demografico e intensificazione dello sfruttamento delle risorse, ma soprattutto mostrano con chiarezza come il cambio nelle forme di gestione sia stata un modo per reagire al venir meno dei transiti nell’organizzazione socio-economica di Ventarola. Però la ‘nuova economia’ basata solo su un modello di gestione individuale (a Ventarola la vendita delle terre collettive è nettissima) e sulla produzione agricola, pastorale e forestale non è sostenibile: gli abitanti di Ventarola continuano a diminuire con cali più o meno repentini.

Questo potrebbe fare riflettere sull’approccio che per molto tempo si è tenuto nell’immaginare un futuro per questi spazi: le sole attività agro-silvo-pastorali non erano sostenibili nell’Ottocento e non lo sono state per tutto il Novecento, nonostante tutti i soldi spesi per le ‘modernizzazioni’ promosse con la politica agricola comunitaria. Ora siamo nel Duemila e finalmente questo viene assunto come dato, ma è ancora lunga la strada per arrivare a riconquistare una vivibilità, che contempli un accesso ai servizi che permettano di equiparare la vita nell’entroterra a quella dei centri cittadini costieri.

Eppure, ci sono state aree dove lo spopolamento e l’abbandono non sono stati così radicali, e dove nonostante il venir meno dell’economia dei transiti lo spopolamento e l’abbandono non sono stati così forti.  In molti casi, si è trattato di quei luoghi, come Perlezzi nel comune di Borzonasca, dove si sono mantenute (con importanti trasformazioni) determinate pratiche di condivisione delle risorse (la gestione degli acquedotti irrigui e delle terre collettive). Queste differenze spingono a prestare attenzione al mantenimento della dimensione sociale delle forme di gestione, per capire come mai certi luoghi sfuggono al destino di spopolamento e abbandono che pareva tracciato per gli spazi rurali. È questa la scommessa di ANTIGONE, un progetto europeo che partirà a novembre presso l’Università di Genova che proprio a partire dallo studio delle pratiche di condivisione delle risorse, e delle loro molteplici dimensioni (tecniche, produttive, relazionali), delle dinamiche con cui si sono trasformate, del modo in cui si sono mantenute o sono scomparse prova a indagare il processo di marginalizzazione delle società montane europee con l’obiettivo di fornire elementi anche per immaginarne un futuro. Sono sempre più forti (anche da parte del legislatore europeo) le spinte a tornare a una considerazione più complessa del significato delle pratiche e alla necessità di non separare più la dimensione produttiva/economica da quella sociale e ambientale.

Così deve essere anche nella pianificazione: prestare attenzione alla dimensione storica, ovvero a come concretamente si sono svolti i processi in tutta la loro complessità, permette di capire non solo che l’abbandono non è un fatto inevitabile, ma il risultato di una serie di azioni, ma anche che affrontare l’abbandono significa, come è già stato detto, restituire centralità ai veri costruttori del patrimonio rurale: i produttori, chi vive e lavora in montagna.

La memoria degli usi multipli e condivisi delle risorse è quasi del tutto scomparsa, così come la conoscenza dell’importanza passata del pascolo in bosco, delle colture temporanee, dell’uso del fuoco, e ancora del fatto che tutti i terreni privati fossero aperti al pascolo in precisi periodi dell’anno. Tutto questo ha però disegnato nel tempo una densità di relazioni completamente diversa da quella che siamo abituati a pensare per la montagna. Allo stesso tempo oggi ci siamo disabituati a tenere in conto il fatto che senza il pascolo e senza lo sfalcio e senza il controllo della vegetazione arbustiva il bosco avanza: si tratta di quelli che vengono detti boschi di neoformazione, ovvero non boschi gestiti, ma boschi cresciuti in seguito all’abbandono, che possono portare all’aggravarsi dei fenomeni di dissesto idrogeologico e all’aumento della pericolosità degli incendi boschivi.

Torniamo dunque alla ceppaia, dalla quale siamo partiti. Restituire una dimensione storica al paesaggio, leggere nel paesaggio le tracce non solo del presente ma anche delle passate gestioni, spinge a interrogarci anche sui modi con cui definiamo gli spazi che osserviamo e sul fatto che il nostro modo di definirli contribuisce alla considerazione che ne abbiamo e alla scelta delle azioni che mettiamo in atto per conservare questi patrimoni. Restituire complessità al nostro sguardo, riconoscendo le tracce della storia degli usi che si sono avvicendati, così come gli effetti del loro abbandono, è forse il primo passo per costruire quella sensibilità diffusa ma necessaria per far sì che le battaglie di chi vive (e vuole continuare a vivere) in montagna non siano più interesse dei pochi ultimi abitanti resistenti, ma di una società che si fa carico delle responsabilità di trasmettere il proprio patrimonio storico alle future generazioni.

BIBLIOGRAFIA

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(* Laboratorio di Archeologia e Storia Ambientale DAFIST-DISTAV,
Università degli Studi di Genova; www.lasa.unige.it;
anna.stagno@unige.it)

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