Home Approfondimento Il dibattito sul verde di ‘Piazza Levante’ – Maggi: “Serve un approccio scientifico”

Il dibattito sul verde di ‘Piazza Levante’ – Maggi: “Serve un approccio scientifico”

da Alberto Bruzzone

di ROBERTO MAGGI *

Una delle caratteristiche vantaggiose della Liguria, e particolarmente del Tigullio, che tutti apprezziamo, è la vicinanza dei monti al mare. D’estate la brezza di monte dopo cena, frescura quasi alpina oltre il Passo della Forcella, d’inverno protezione dai freddi del nord e a Santo Stefano si può sciare o ciaspolare, nei torrenti si pesca.

Il paesaggio verde abbraccia il blu del mare. Attraversando il ponte sull’Entella non può mancare uno sguardo lassù al potente Aiona, così lontano e così vicino.

È la Liguria una terra leggiadra… recitava il poeta. Ne siamo consapevoli, però da settant’anni ci siamo concentrati su di una stretta striscia che corre lungo la costa. Negli anni ’70, quando la politica favoriva lo spopolamento delle campagne, si immaginava la montagna costellata di oasi naturali, dove il cittadino avrebbe trovato ristoro fisico e spirituale. Chi oggi si addentra non può fare a meno di notare colture non più attive oppresse da vegetazione invadente, la decadenza dell’edilizia un tempo bella nei villaggi periferici, boschi ridondanti. Nel frascume si possono ancora distinguere gli alberi imponenti, distanziati per lasciar spazio alle chiome maestose di un castagneto da frutto, i fitti gruppi di polloni del castagneto ceduato per produrre legna, le faggete a fustaia che provvedevano legname da lavoro e quelle a ceduo per la carbonella.

Chi ha occhio può ancora individuare le piazzuole dove abili carbunin tramite combustione controllata a bassa ossigenazione tramutavano il pesante legno in leggera carbonella che alimentava i runfò e fino ai primi 1950 le cucine economiche di ghisa. Ma nessuno è in grado di riconoscere il recinto vivo di ginepri funzionale ad allocare il bestiame durante le transumanze, o i frassini e i cerri scalvati per produrre foraggio fogliare aggiuntivo di quello erbaceo, o gli ontani dell’alnocoltura, un’antica pratica empirica, scientificamente validata, che produceva foraggio fogliare e concimava il terreno. L’abbandono cancella questi ed altri paesaggi.

In Liguria ed in gran parte dell’Appennino una componente di quello che fu il Giardino d’Europa scompare nell’indifferenza di molti. La vegetazione invadente uniforma nel disordine le un tempo diffuse diversità topografiche del paesaggio, riducendo drasticamente la biodiversità. Tra le specie erbacee prendono il sopravvento erbe a foglia lunga, come il Brachiopodio, che sui versanti acclivi formano tappeti impermeabili sui quali l’acqua piovana scorre velocemente e (a valle) rovinosamente.

L’abbandono ha ripercussioni nostalgiche, estetiche ed economiche. Pare assurdo che nei nostri barbecue bruci carbonella svedese, e che produzioni di alta qualità scompaiano. Alzi la mano chi non apprezza il formaggio di Gavadi. La mucca Cabannina resiste grazie a pochi indomiti allevatori, e ad altrettanto indomiti consumatori che si approvvigionano presso i produttori del suo formaggio leggero e digeribile. Grano e segale non sono più coltivati, sostituiti dai cinghiali. I daini sono belli, anche i caprioli sono belli, e anche i lupi, ma non sarebbe meglio se stessero al loro posto, sui monti più alti, nei boschi più lontani e se dove l’uomo ha costruito un ammirevole paesaggio rurale questo venisse riprodotto da contadini, pastori e legnaiuoli che traggono dignitosa sussistenza dal loro insostituibile lavoro? Il turista armato di pinza contro le zecche dopo ogni passeggiata, che non trova prodotti locali di qualità, e artigianato e persone con cui socializzare, sarà interessato ad un territorio in smobilitazione dove molte vedute sono obliterate da confusa vegetazione?

I pochi coraggiosi che ci provano sono insufficienti a contrastare l’azione inesorabile dell’abbandono. La sorte del nostro entroterra sembra segnata. La politica dei piccoli diffusi contributi individuali, degli interventi estemporanei, risulta inadeguata.

I cambiamenti del paesaggio non sono una novità. Nel nostro tempo il cambiamento deriva dall’(in)azione umana. Altri cambiamenti in passato furono prodotti da pluralità di fattori.

Lo studio delle sequenze polliniche stratigrafiche conservate negli antichi laghetti ora intorbati (Agoraie, Riane, Pian del Lago ed altri) informa che con la fine della glaciazione, circa 12.000 anni fa, le quote oltre i 1.000 metri si coprirono di vegetazione arborea dominata dall’Abete bianco (oggi pressoché scomparso), mentre più in basso prevalevano le querce. Millenni dopo l’abetina lasciò il posto alle faggete e nel querceto misto si aprirono spazi erbacei.

Se la successiva affermazione della castanicoltura e del terrazzamento furono in tutta evidenza eventi storici, i grossi cambiamenti precedenti venivano attribuiti alle variazioni climatiche; ciò fino all’intervento dell’archeologia.

Nel 1984 Richard I. Macphail (English Heritage), Gillian Cruise (London Polytechnic) ed il sottoscritto praticarono un sondaggio di 1 mq a Prato Mollo, evidenziando presenza di torba per circa 1 metro di spessore. Lo strato di torba appoggiava sulla coltre di ghiaia derivante dalla fratturazione della roccia serpentinitica di base, esito dell’azione meccanica di avanzata e ritiro di un piccolo ghiacciaio di età quaternaria. Il quadro era innaturale, perché la torba si forma in acqua stagnante, che non può sussistere su un fondo drenate di ghiaia. Verso la base della coltre di torba si vedevano due livelli resi quasi neri da molti piccoli frammenti di carbone di legna.

Richard (geoarcheologo) prelevò campioni di questi livelli da esaminare al microscopio; Gillian (palinologa) campionò tutto lo spessore della torba per studiare il polline ivi depositato, che avrebbe restituito il quadro dei cambiamenti della vegetazione circostante; io classificai al V millennio da oggi le punte di freccia di diaspro e di selce che un grande appassionato (Osvaldo Baffico) aveva raccolto sul vicino Monte Aiona e riscontrai che se alcune erano funzionali alla caccia altre per dimensione e raffinata fattura afferivano alla categoria cultuale, ovvero erano offerte deposte sul monte (forse l’Olimpo non era l’unica sede divina).

Il laboratorio dell’Accademia delle Scienze di Berlino Est datò col radiocarbonio all’inizio dello stesso millennio, distanziati di circa un secolo, i due livelli carboniosi alla base della torba. Gillian accertò in corrispondenza di essi il brusco crollo del polline di abete bianco dal 50 al 20%, con una velocità che mal si concilia col cambiamento climatico. Al contrario il faggio, inizialmente prossimo allo zero prese ad aumentare, ed anche le graminacee aumentarono. Al di sopra delle due bande, mentre i carboncini di legna diradano continua gradatamente il calo dell’abete bianco, l’affermazione del faggio e della prateria.

Insomma, come già si sapeva ad un certo punto dell’Olocene l’abetina venne sostituita dalla faggeta, o meglio, in questo caso dal prato alberato a faggio, il miglior pascolo del nostro appennino. Il radiocarbonio puntualizza che nella zona dell’Aiona ciò avvenne drasticamente intorno a 5.000 anni fa, epoca in cui l’archeologia registra l’emergere della pastorizia transumante fra i pascoli invernali costieri e quelli estivi in montagna. Preparati e messi al microscopio i campioni, Richard si accorse che ciascuna delle bande di base era formata dall’alternanza di parecchi microstrati, dominati o da particelle di argilla, o da carboni anche piccolissimi, fino a poter riconoscere fili d’erba bruciati.

Lo studio congiunto di Richard e Gill dimostra inequivocabilmente che lo switch abete-faggio fu promosso da passaggi a terra di fuoco che per la loro frequenza non possono che essere di origine antropica. Lo scenario prodotto dalla ricerca vede i pastori che col fuoco controllato ridussero l’abetina, inadatta al pascolo, a favore del faggio (la cui foglie fresche costituiscono foraggio) e della prateria. Non solo: scelsero la zona in modo che l’erosione del suolo forestale andasse a impermeabilizzare gli interstizi delle ghiaie dell’antico bacino glaciale in modo formare una zona umida, dove il gregge poteva abbeverarsi, protetto contro lupi, orsi e briganti dai pastori armati di arco e frecce.

Prato Mollo attesta un progetto territoriale di 5.000 anni fa, promotore della costruzione di un paesaggio i cui esiti sono sotto i nostri occhi. Agli scettici si può ricordare che pochi secoli dopo in un altro territorio mediterraneo vennero progettate e costruite grandi piramidi. Non si vede perché sulla nostra sponda del “continente liquido” (1) gruppi dotati di diverse cognizioni non potessero attuare progetti altrettanto efficaci, funzionali ad un diverso contesto ambientale e sociale.

Altre ricerche di vario genere mostrano che in gran parte del Mediterraneo il fuoco controllato è stato il principale e più efficace strumento colturale elaborato dal sistema agro-silvo- pastorale. In Liguria la pratica iniziò diecimila anni fa e continuò fin quasi ai giorni nostri, circoscritta e burocratizzata da un crescendo di norme di fatto ostative, culminate nel Regolamento delle prescrizioni di massima e di polizia forestale n. 1 del 1999 che all’art. 55 comma 9 recita: …. non è consentito l’utilizzo del fuoco andate per la ripulitura del bosco. Contravvenire questa norma è reato penale. Gli ultimi pastori del Monte Fasce si sono ritirati. La mancata pulitura dei castagneti facilita malattie e apre il mercato alle castagne cinesi. Indubbiamente si tratta di una questione complessa. Quando le campagne erano popolate e operatori eredi di conoscenze empiriche millenarie azionavano il fuoco colturale per mantenere i pascoli, per le colture montane temporanee (i ronchi), per ripulire i boschi, solo un errore lasciava propagare la fiamma, che tuttavia raramente produceva gravi danni per carenza di combustibile al suolo. L’abbandono fa crescere a dismisura il combustibile che alimenta gli incendi distruttivi. Paradossalmente il fuoco colturale sistematico era l’antidoto. Proibirne o contenerne l’uso rende ancor più antieconomiche le pratiche agropastorali e incrementa l’abbandono. I Canadair sono costosi, e spargono sale sul territorio, quale sarà l’effetto nel medio-lungo periodo? Mantenere pulito il territorio col fuoco controllato ripopolando le campagne è probabilmente ancor più costoso, ma avremmo prodotti agropastorali di ottima qualità a km quasi zero, controllo idrico che ridurrebbe i danni da alluvioni e (ri)produzione di paesaggio.

La situazione ligure e italiana non è generalizzata in Europa.

Sui Pirenei, ad esempio, l’abbandono degli anni 1950-60 si è fermato e oggi sono attive circa diecimila aziende agricole e pastorali, in alcune zone in aumento. In decine di apposite commissioni territoriali le loro associazioni si confrontano costantemente ed in maniera organica con gli enti locali, le prefetture, i vigili del fuoco, la guardia forestale, i parchi, le università, i portatori di interessi residenziali, turistici, “verdi”.

È sostanzialmente condivisa la cognizione che l’attività pastorale e l’agricoltura temporanea sono imprescindibili per l’economia e per il paesaggio. Col sostegno di normative avvedute molti comprendono che senza l’attività continua di contadini e pastori il combustibile legnoso si accumulerebbe indiscriminatamente e gli incendi occasionali, che non mancano, assumerebbero dimensioni disastrose. Si discute, si organizza e non senza occasioni di attrito si programma lo strumento essenziale per l’economicità della produzione sui monti: il fuoco colturale. Poiché l’abbandono, risarcito solo in parte, ha avuto effetti negativi sulla conoscenza della pratica, e la superficie boscata incontrollata potenzialmente incendiabile è comunque superiore al passato, ed esigenze di altri soggetti richiedono attenta diluizione del fumo, le Istituzioni hanno formato squadre di esperti bruciatori, professionisti che insieme ai vigili del fuoco e alle guardie forestali operano sul terreno collaborando con pastori e agricoltori. Nelle zone più umide, atlantiche, dei Pirenei in certe stagioni i giorni utili per l’azione pirica sono intorno a dieci, e solo lo sforzo collettivo e coordinato riesce a sortire effetti positivi.

I costi sono indubbiamente elevati, ma il ritorno in termini di equilibrio sociale, paesaggio, biodiversità, produzione agrosilvopastorale è evidentemente positivo.

La lezione può esserci utile: serve visione sul futuro. Servono scelte organiche, che abbiano fondamento scientifico piuttosto che rincorrere ideologie e opinioni pubbliche spesso disinformate. Serve andare oltre la politica di rinaturalizzazione coi suoi effetti ambientali controproducenti; serve riaffidare ai produttori locali, opportunamente assistiti, la gestione dei paesaggi e del patrimonio rurale vivente; serve una politica basata su saperi interdisciplinari, inclusi quelli della Storia, dell’Archeologia, dell’Ecologia Storica.

(1) L’espressione si deve a Fernand Braudel – La Méditerranée et le monde méditerranéen à l’époque de Philippe II. Paris: Colin, 1949, p. 248.

BIBLIOGRAFIA

  • Cevasco R., Memoria Verde, Diabasis, Reggio Emilia, 2007
  • La collana Terre Incolte, Oltre Edizioni, Sestri Levante
  • La mostra e il catalogo Sulle tracce dei pastori in Liguria. Eredità storiche e ambientali della transumanza, Genova, Archivio di Stato, 16 settembre – 5 dicembre 2020
  • Lagomarsini S., Coltivare e Custodire. Per una ecologia senza miti, Libreria editrice fiorentina, Firenze, 2017  
  • Maggi R., I monti sono vecchi, De Ferrari, Genova, 2015
  • Moreno D., Dal documento al terreno, nuova edizione, a cura di C. Montanari e M.A. Guido, Genova University Press, 2018
  • Stagno A.M., Gli spazi dell’Archeologia Rurale. Risorse ambientali e insediamenti nell’Appennino ligure tra XV e XXI secolo, All’insegna del Giglio, Firenze, 2018

(* Archeologo – Già Soprintendenza Archeologica della Liguria
Membro del LASA – Laboratorio di Archeologia e Storia Ambientale dell’Università di Genova)

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