Home Attualità Famiglia, ripresa scolastica e smart working: a Wylab se ne parla con la ministra Elena Bonetti

Famiglia, ripresa scolastica e smart working: a Wylab se ne parla con la ministra Elena Bonetti

da Alberto Bruzzone

di ALBERTO BRUZZONE

Ma il lavorare da casa è veramente smart? O, per la precisione, è smart per tutti? Se c’è una rivoluzione che è parsa la più marcata, da quando è scoppiata l’emergenza sanitaria in tutto il pianeta, è quella che ha coinvolto le nostre abitudini quotidiane, in particolare il modo con cui ci accostiamo al mondo del lavoro e i ragazzi si accostano al mondo della scuola.

Prima se ne parlava appena, prima erano moltissimi progetti abbozzati: poi, con una rapidità anche dovuta alla situazione contingente e alla pandemia, lo smart working è stato accelerato su più campi ed è stata imboccata una strada dalla quale non sarà più possibile tornare indietro, neppure quando il Covid verrà definitivamente sconfitto.

‘Smart’, nel senso di agile, di intelligente: ma se, nel caso della scuola, la didattica a distanza è stata sì utile nel periodo del lockdown, eppure non potrà mai essere sostituita dalle lezioni in presenza, a detta della stragrande maggioranza degli insegnanti; differente è il caso di altri impieghi, per i quali lo smart working continuerà ad esistere.

È una rivoluzione culturale di non poco conto, perché è destinata a comportare notevolissimi scossoni sulla bilancia economica, specialmente in certi settori che un tempo erano considerati nevralgici. C’è, insomma, chi dallo smart working ci guadagnerà, chi non vedrà cambiato nulla e chi ci perderà molto se non moltissimo. Per quest’ultimo gruppo, quindi, non ci sarà assolutamente nulla di smart, anzi.

Una tendenza pericolosa
Il termometro dei grandi cambiamenti, come spesso capita, si muove anzitutto dalle principali città. È stato il sindaco di Milano, Beppe Sala, uno dei primi, nelle scorse settimane, a introdurre il tema: “Un consiglio mi sento di darlo: io sono molto contento del fatto che il lockdown ci abbia insegnato lo smart working, e ne ho fatto ampio uso in Comune, ma ora è il momento di tornare a lavorare, perché l’effetto grotta per cui siamo a casa e prendiamo lo stipendio ha i suoi pericoli”.

Un po’ la ‘sindrome della capanna’, ovvero l’insorgere di quei sentimenti di isolamento, ansia e depressione dovuti al prolungato isolamento e alla mancanza di relazione sociale, ma soprattutto ragioni economiche: gli uffici svuotati e il personale delle pubbliche amministrazioni a mezzo servizio sono elementi non senza conseguenze, sia a livello di indotto per tutta una serie di attività commerciali sia a livello di efficienza per i cittadini.

I numeri del fenomeno
Lo smart working mette in crisi diversi settori, anche perché sono moltissimi i lavoratori a casa, e che continueranno a starci per altro tempo. Il Ministero del Lavoro stima 800mila dipendenti privati che ancora sono in smart working, ma ovviamente i dati non sono attendibili dal momento che riguardano solo le comunicazioni aziendali pervenute. A questi cui si aggiungono i dipendenti pubblici, con cui si arriva a 3 milioni e mezzo di lavoratori che prestano servizio da casa. Lo smart working, quindi, sembra rompere alcuni equilibri finora conosciuti, mette in crisi i settori che ruotano intorno agli uffici, ma è anche un’occasione per ripensare il lavoro, la produzione e il tempo del singolo.

L’incontro a Wylab con la ministra Elena Bonetti
‘Piazza Levante’ tocca l’argomento, in questo numero, perché il prossimo martedì 8 settembre, alle ore 10,30, se ne parlerà a Wylab con la ministra per le Pari Opportunità e per la Famiglia, Elena Bonetti. L’esponente del Governo interverrà a Chiavari, in un incontro che sarà trasmesso in streaming sui canali di Wylab, toccando i temi della famiglia, della ripresa scolastica e proprio dello smart working, attraverso un’intervista che sarà condotta dalla presidente dell’incubatore, Vittoria Gozzi.

Secondo la ministra, “la riorganizzazione dell’anno scolastico deve avvenire in piena sicurezza e serenità. Dobbiamo essere pronti ad affrontare tutti gli scenari possibili e in ogni luogo d’Italia. Le linee guida elaborate dal Ministero della Salute e da quello dell’Istruzione stabiliscono che in caso di certificazione di casi positivi di Covid in una classe, tutti i compagni restano a casa per due settimane. Per permettere ai genitori di prendersi cura dei figli in quarantena, ho fatto predisporre un emendamento per riproporre gli strumenti che già avevamo messo in atto nella prima fase del lockdown da Coronavirus, come il diritto allo smart working per chi ha figli sotto i 14 anni”.

Inoltre, c’è anche la proposta “di riattivare i congedi parentali straordinari retribuiti per chi ha figli con meno di 12 anni, congedi che valgono per i lavoratori dipendenti e anche per le partite Iva e i liberi professionisti”. Ecco quindi la conferma che il Governo è intenzionato a non mollare, in tema di smart working.

Ma quali sono i settori che rischiano di pagare il prezzo più alto? Sostanzialmente quattro: trasporti locali, mense e ristorazione, servizi immobiliari e imprese di pulizia.

Il trasporto pubblico
Secondo i dati Istat, prima della pandemia il tempo dedicato mediamente dagli italiani agli spostamenti casa-lavoro risultava essere di un’ora e 30 minuti al giorno e la distanza media percorsa era di 49 chilometri al giorno, per un totale di 22,4 milioni di occupati che quotidianamente si muovevano con i mezzi pubblici per raggiungere il luogo di lavoro (cifre del 2019).

Questi numeri sono stati notevolmente modificati dalla pandemia e oggi, secondo le stime dell’Anav, cioè l’associazione delle aziende di trasporto pubblico locale aderente a Confindustria, la riduzione media di passeggeri trasportati nel periodo gennaio-agosto, rispetto allo stesso periodo del 2019, è stata pari a circa due miliardi di unità (il 60% circa). Per l’ultimo quadrimestre dell’anno, tenuto conto del riavvio delle attività didattiche e del distanziamento obbligatorio sui mezzi, si attende un ulteriore calo nell’ordine del 30% circa (pari a 510 milioni di spostamenti). Un impatto che, sui ricavi delle aziende del settore, si traduce in perdite da mancati biglietti per 1.300 milioni a fine agosto e che potrebbe arrivare a un miliardo e 700mila euro in tutto il 2020.

A queste cifre, poi, l’Anav ricorda che bisogna aggiungere 150 milioni di oneri connessi al rimborso dei titoli di viaggio non utilizzati previsto dall’articolo 215 del decreto Rilancio. “Nel medio periodo – afferma Giuseppe Vinella, presidente di Anav – è necessario ripensare il ricorso generalizzato allo smart working, che pure ha assolto una funzione importante nella gestione dell’emergenza, ma ora rischia di diventare un ulteriore strumento di crisi per interi settori dell’economia. Non solo dei trasporti, ma per le nostre città, già duramente colpite dall’assenza di turisti”.

La ristorazione e le mense
L’altro tema, infatti, è quello relativo alla ristorazione e alle mense aziendali. Lo smart working prolungato rischia di tradursi in 340 milioni di pasti in meno serviti dalle mense aziendali nel 2020: ci sono ancora 61mila lavoratori in esubero o in cassa integrazione (su 96mila) nella ristorazione collettiva, per lo più donne e con un’età media intorno ai 50 anni. A giugno la ristorazione aziendale segnava un calo del 68% del fatturato. I ricavi dell’intero comparto, secondo le previsioni più ottimistiche, passeranno dai 4 miliardi del 2019 a poco più di 2,7 nel 2020 (-34%).

I bar e ristoranti? Anche qui profondo rosso. Molte attività, che avevano chiuso nel periodo di lockdown, non hanno poi più riaperto, altre stanno andando avanti molto a rilento: pesano sia la mancanza di turisti che la mancanza di lavoratori delle pause pranzo. Secondo Confesercenti, un’impresa su tre registra un calo di oltre la metà del fatturato, e il 21,8% – oltre due attività su dieci – temono la chiusura. “I dati negativi si vedono nei bar, visto che il 67% dei lavoratori fa colazione nei bar, il 75% pranza in ristoranti tavole calde, bar e simili. Mancano poi un altro 80% di persone che acquistano quotidianamente prodotti di dolciumi, cancelleria, oggettistica nei negozi o riviste nelle edicole, manca una percentuale del 20% di chi ne approfitta per fare acquisti nei negozi di abbigliamento o nelle librerie, ci rimettono anche i benzinai e i meccanici”.

Gli sportelli pubblici a singhiozzo
Le altre categorie colpite sono quelle che ruotano ancora intorno agli uffici: manutentori, operai, addetti delle imprese delle pulizie. Anche qui, se non si ripartirà al cento per cento, il disastro sarà evidente.

Ultimo aspetto, quello degli sportelli pubblici. È innegabile come lo smart working rappresenti una difficoltà oggettiva per chi si deve rapportare con la pubblica amministrazione per documenti e pratiche. È vero che molte amministrazioni e molti istituti bancari hanno introdotto procedure online, ma i tempi si sono nettamente allungati anche per via di tutta la mole di lavoro che si è accumulata durante il lockdown. Tra la difficoltà a prendere appuntamenti, i telefoni che squillano a vuoto e il personale ridotto, la situazione non è semplice.

Anche per questo la domanda di partenza risuona sempre più di frequente: ma lo smart working fu davvero smart?

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