Home editoriale Patto strategico tra Pd e M5S? Grandi questioni aperte e il riformismo si allontana

Patto strategico tra Pd e M5S? Grandi questioni aperte e il riformismo si allontana

da Alberto Bruzzone

di ANTONIO GOZZI

Il proposto accordo strategico tra Pd e M5S, sempre che prenda sostanza e realtà – molte infatti sono le resistenze a tale ipotesi all’interno di entrambe le forze politiche – pone molte questioni che dovrebbero essere spiegate agli elettori già da questa tornata elettorale regionale.

La prima questione riguarda il M5S, che con tale ventilato accordo uscirebbe definitivamente dalla sua posizione ‘terzista’, né di destra né di sinistra, proclamata e sventolata fin dalla nascita, per dare vita insieme al Pd a uno schieramento di sinistra che si oppone a quello di centrodestra (Lega, FdI, FI).

Dimezzati in poco più di due anni dalle elezioni politiche della primavera del 2018, dal 32% delle politiche ai sondaggi odierni che li danno intorno al 16%, i pentastellati devono aver considerato definitivamente perso il loro elettorato di orientamento destrorso a favore di Lega e Meloni, e devono quindi aver deciso di difendere ciò che è rimasto. In più la componente governista, capeggiata dal Ministro degli Esteri Di Maio, è divenuta, anche in vista delle elezioni del Presidente della Repubblica nella primavera del 2022, una garante della continuità della legislatura.

Governar non es festivál’, dicevamo da giovani socialisti, irridendo con un po’ di presunzione fuori luogo le salamelle dei Festival dell’Unità: governare non può essere un festival di propaganda e di demagogia, e i grillini se ne sono accorti assai presto. Hanno dovuto affrontare i problemi sforzandosi di abbandonare i pregiudizi ideologici e di praticare il realismo e il pragmatismo necessari per sostenere un Paese avanzato come l’Italia in un momento così difficile.

Molte le amare rinunce provocate da questa conversione: dal no a due mandati al sì ai due mandati, dal no all’Europa al sì all’Europa, da no TAV a sì TAV, da no TAP a sì TAP, da no VAX a sì VAX, da un’Ilva chiusa “per farne un parco giochi” a un’Ilva aperta sia pure alla ricerca di tecnologie per produrre un acciaio ‘decarbonizzato’, da uno spirito anti-impresa e anti-industria alla ricerca di un rapporto di collaborazione leale con il mondo delle imprese, la cui azione del Ministro Patuanelli al MISE è il miglior esempio.

Si scopre che, specie in periodo di Covid, senza competenza il Paese muore, e si sconta la debolezza di una classe politica mandata in Parlamento con il motto dell’uno vale uno che ha dimostrato a ogni piè sospinto la sua povertà di contenuti e di competenze e in definitiva la sua inadeguatezza.

Certamente la conversione non è stata né facile né indolore e non è finita qui (a quando il sì al MES?): dissensi, mal di pancia, comportamenti nevrotici affiorano di tanto in tanto sia all’interno dei gruppi parlamentari che sui territori, ma non sembrano aver la forza di esprimere una vera e organizzata forza di minoranza esterna, non parliamo di una scissione. Casaleggio junior e Di Battista non riescono a scalzare la tenuta di Beppe Grillo sul movimento e il suo atteggiamento ‘da saggio’, di protezione nei confronti del Governo e della legislatura.

La grande questione è che i rappresentanti del M5S non sono stati eletti su questa piattaforma elettorale ma su quella che abbiamo definito ‘terzista’, che ha loro consentito, con una certa nonchalance, di governare prima con la Lega e poi con il Pd. Le scelte di oggi, compresa quella di un’alleanza più strategica con il Pd, sono fondamentalmente state assunte da un’oligarchia ristretta, senza consultazione congressuale, i famosi Stati Generali che tardano a venire, camuffate dalla generica possibilità di allearsi con partiti politici invece che solo con liste civiche, ratificate con qualche voto sulla piattaforma Rousseau, peraltro anch’essa ormai contestata anche all’interno, su cui si ritrovano qualche decina di migliaia di simpatizzanti, che sono niente a fronte degli oltre 10 milioni di voti presi nel 2018.

Ma anche per il Pd si pongono questioni di fondo non più rinviabili che mettono in discussione la natura, l’anima stessa di quel partito.

Da un ‘mai al governo con il M5S’ solennemente proclamato dal segretario Zingaretti qualche mese prima del fatidico agosto 2019 e della creazione del Governo giallorosso, si è passati ad un’alleanza contingente e necessitata dal rischio di avere come Presidente del Consiglio l’uomo del ‘Papeete’ e dei pieni poteri, per approdare alla proposta di un’alleanza strategica con i pentastellati. Anche qui tutto deciso da una oligarchia ristretta, senza alcun confronto politico e programmatico con il corpo del Partito.

Anche per il Pd molti i rospi ingoiati in un anno di governo: il mantenimento di quota 100 e dei decreti sicurezza, il mantenimento dello scandalo dei ‘navigator’, le gravi rinunce in tema di giustizia, prima fra tutte la pratica abolizione della prescrizione che è un vero scandalo giuridico, il taglio dei parlamentari senza una legge elettorale condivisa; situazione, questa, che sta aprendo un dissenso che rischia di essere drammatico con moltissimi autorevoli dirigenti pronti a schierarsi per il No al referendum. Senza contare il passaggio da un’impostazione maggioritaria per la quale il Pd era nato ad una proporzionalista che sarà probabilmente quella della prossima legge elettorale.

Il dissenso monta soprattutto nella componente riformista che non accetta questo appiattimento sul M5S e che teme di ritrovarsi con un vecchio gruppo dirigente tutto prevalentemente di formazione comunista, la vecchia ‘ditta’, incapace di formulare una piattaforma politico-programmatica all’altezza dei tempi e destinato a perdere consensi in un’area moderata che guarderà sempre di più a Renzi e a Calenda.

Molti sono i tic da vecchi comunisti che affiorano nell’attuale gruppo dirigente del Pd: una spregiudicatezza che definirei togliattiana sulle alleanze, l’ossessione storica del ‘pas d’ ennemis à gauche’, un rigurgito di atteggiamenti giustizialisti che si speravano superati per sempre, una risorgente tendenza statalista in economia e un atteggiamento di critica quasi escatologica e morale nei confronti del capitalismo italiano. Tracce di questo pregiudizio si ritrovano anche nel recente saggio di Goffredo Bettini, il vero ideologo del nuovo corso del Pd, pubblicato recentemente dal ‘Foglio’.

“Il capitalismo italiano è stato in gran parte assistito. Si è intrecciato con la speculazione finanziaria. Si è delocalizzato e internazionalizzato sfuggendo alle sue responsabilità nazionali”, dice Bettini: come se l’internazionalizzazione fosse una colpa e non uno degli elementi che ha consentito a moltissime medie imprese italiane, le cosiddette multinazionali tascabili, di reggere con successo la competizione globale.

Una diffidenza di fondo nei confronti del mercato là dove si sostiene che il nostro tessuto produttivo “non sarà in grado di coordinarsi e di crescere in grandezza, se non verrà in campo una vera politica industriale integrata dei grandi soggetti imprenditoriali pubblici e privati”. Mi sembra di rileggere Peggio, Barca e Chiaromonte sulle pagine di ‘Politica ed Economia’, la rivista economica del PCI che giovane studente di economia guardavo sempre con attenzione pur non condividendone spesso gli assunti. Peccato che parliamo di quarantacinque anni fa!

Il capitalismo industriale italiano certamente si è indebolito negli ultimi decenni, e vede una presenza rarefatta di grandi imprese, ma ha saputo reggere in questi anni la competizione globale, come dimostrano gli incredibili saldi attivi annuali della bilancia commerciale, e il fatto che abbiamo nei vari settori migliaia di posizioni di leadership a livello mondiale.

È un capitalismo con forte presenza famigliare che spesso compensa il deficit dimensionale con la straordinaria lealtà e intensità delle proprietà nei confronti delle aziende.

È un capitalismo industriale che ha saputo anche fare enormi salti e investimenti in innovazione ogni volta che un’intelligente politica industriale per fattori lo ha consentito: vedi lo straordinario successo delle misure fiscali atte a favorire l’industria 4.0 e la digitalizzazione assunte dall’allora Ministro Calenda all’epoca del Governo Renzi.

A me sembra che l’ossessione da parte di settori del Pd sulla presunta debolezza del capitalismo italiano impedisca loro di vedere quale è la vera debolezza del ‘sistema Italia’: l’organizzazione e l’inefficienza dello Stato e della Pubblica Amministrazione, veri elementi negativi che spiegano le nostre basse performances complessive rispetto alla Francia e alla Germania.

Istruzione superiore e universitaria, formazione professionale, sanità, ricerca pura e applicata, giustizia civile e penale, burocrazia centrale e regionale sono tutti settori che in molti casi e, fatte le debite eccezioni, reggono poco e male il confronto con le migliori esperienze europee, e spesso sono la causa di enormi difficoltà di azione da parte delle imprese.

Insomma, anche il Pd sembra non comprendere quello che fa difetto all’Italia e cioè la produttività totale dei fattori, il contesto in cui i cittadini vivono, lavorano e intraprendono.

Anche alla luce di quanto detto il governo giallo-rosso ed un eventuale patto strategico Pd-M5S rischiano di lavorare per una governabilità senza riforme, come si diceva quando Bettini era giovane.

Infine, la vicenda del ventilato accordo strategico Pd-M5S ripropone il solito dilemma o meglio maledizione storica della sinistra italiana: l’impossibilità di avere un partito riformista di massa. Ancora una volta, sia pure confusamente, i contenuti di un’alleanza a sinistra rischiano di essere segnati da massimalismo, demagogia, diffidenza per il mercato e le imprese e una sostanziale ‘copertura’ e protezione verso le inefficienze dello Stato.

Si ha sovente la sensazione che il Pd, con l’uscita di Renzi e di Calenda, abbia perso la speranza di essere il soggetto cardine di una grande alleanza riformista. Piuttosto che fare i conti con la propria constituency,chiarire e confermare non solo a parole la volontà riformista della propria identità e della propria storia e delle aspirazioni da cui era nato, preferisce il gioco corto e il compromesso, come fu quello ‘storico’ proposto dal PCI nei secondi anni ’70.

Allora però il compromesso con la DC sarebbe stato un compromesso tra giganti. Quello di oggi con il M5S francamente no.

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