Home Aziende in vetrina Pareti, le primizie di Santo Stefano d’Aveto da 82 anni

Pareti, le primizie di Santo Stefano d’Aveto da 82 anni

da Alberto Bruzzone

di DANILO SANGUINETI

La mela di Paride aveva caratteristiche sovrannaturali, quelle del negozio della famiglia Pareti hanno un’aura meno mistica, compensata e probabilmente sopravanzata da qualità gustative e olfattive che ne fanno un vero e proprio dono degli dei. Una lezione di naturalezza, un rispetto dei dettami green che rendono la bottega santostefanina una alcova di delicatessen che tendono al sopraffino.

Coniugare sapore e genuinità nei frangenti contemporanei è quasi un imperativo, il negozio di frutta e verdura della famiglia Pareti già in tempi non sospetti osservava questi dettami ed oggi raccoglie i frutti di una immacolata coerenza riscuotendo le preferenze degli attenti occhi locali come dei meno accorti nasi dei turisti: entrambe le categorie conquistate dalla qualità inconfondibile dei prodotti locali in bella vista sugli spartani scaffali fuori e dentro il vano che da 82 anni è magazzino e base della rivendita.

La storia – che è minima se si osserva il percorso con il grandangolo che mette a fuoco solo i quartieri alti, ma che è notevole se si usa il microscopio che rivela le immense qualità della gente cosiddetta comune – inizia nell’anno XVI dell’era fascista, come recita l’atto di licenza ad esercitare il commercio rilasciato il 3 maggio 1938 dal commissario prefettizio “per la vendita al pubblico di generi alimentari, frutta, verdura, materiale elettrico, carbone e legna” poi, aggiunto a penna dopo il testo scritto a macchina, il colpo di ala del burocrate in orbace “utensili da cucina e chincaglierie”.

Il signor Roberto, nipote del fondatore Luigi, quasi 71 anni (a gennaio), nascosti efficacemente dietro una barba da alpino in congedo poco effettivo, si appoggia alle basi, uno scaffale del negozio e il racconto che suo nonno, Luigi fu Giuseppe, gli ha esposto millanta volte.

“Partimmo in una situazione non di vantaggio. C’erano diversi negozietti in paese, alcuni molto affermati”. E la bottega dei Pareti? “Bottega?! Non esageriamo, uno scagno dove il nonno in poche cassettine teneva accostati legno e mele, carbone e insalata, filo elettrico e zucchini”.

Siamo molto lontani dagli alimentari odierni dove frutta e ortaggi sembrano sistemati da uno scenografo e hanno etichette che richiedono un dizionario trilaterale (inglese e francese con punte di spagnolo) per essere interpretate. Niente merce in conto vendita. “O la compravano o te la mangiavi”.

Il signor Luigi trova nella famiglia un sostegno sicuro. Da subito suo figlio Anselmo è il braccio destro. Le abitudini e le consuetudini degli italiani cambiano dopo la Guerra 40-45. Anselmo Pareti sa che è giunto il momento di dedicarsi solo all’alimentare. Ma per pilotare il cambiamento dovrà attendere. Molto. Oltre un decennio e non per volontà sua o dei suoi.

“Venne arruolato nel 1939, fu catturato in Libia nel 1941, venne portato in India, nel campo di prigionia allestito dagli inglesi”.

L’immissione del giovane Pareti nel fiume del grande racconto guerresco non è né indolore né priva di gravi conseguenze. “Papà stette via quasi dieci anni, venne liberato nel 1947, tornò a Santo Stefano dopo una traversata per mare e un viaggio a piedi degni di Giulio Verne”.

Anselmo era stato portato nel campo di Yol tra la parte orientale della valle di Kangra e i monti del Dhaula Dhar, catena pre-himalayana, una volta Punjab orientale e oggi stato dell’Himachal Pradesh. In diecimila trattati duramente dagli inglesi: poco cibo, poca acqua, zero confort.

“Ho il grande rimpianto di aver ascoltato con orecchio distratto i racconti di papà. Mi sono rimasti impressi pochi aneddoti. Che in estate per sopperire all’umidità disumana della zona (il caldo umido superava i 40 gradi centigradi e le grandi piogge duravano fino a sei mesi, creando acquitrini e conseguenti malaria e febbre tifoidea, ndr) erano costretti a bere anche la loro pipì. Come spiegava la sua sopravvivenza: diventò attendente di un capitano, gli faceva pure il bucato senza esserne capace. Le divise color cachi diventavano regolarmente rosse, ma l’ufficiale faceva finta di non accorgersene”.

Un giorno di primavera Anselmo si presenta alla porta di casa Pareti. Era partito che pesava 50 chili, adesso era sui 30, stentarono a riconoscerlo. “Non perse neppure un secondo, si rimboccò le maniche, c’era da riaprire il negozio. La nostra famiglia non era ricca, anche rispetto alla media del paese. Mio nonno aveva sette fratelli, niente beni al sole, né terreni coltivabili né boschi”.

Per fare soldi, Pareti ‘l’indiano’ ha solo due braccia, un cuore grande, un cervello tosto unito a uno spiccato senso degli affari. “Si mise a fare lo straccivendolo ambulante. Girava per l’intera valle. Saliva sul Monte di Mezzo con due ceste e un socio, in vetta uno andava sino a Torrio (sono venti chilometri e un dislivello di 600 metri…), con il doppio carico, l’altro scendeva a rivendere la legna raccolta per strada. Soldino dopo soldino si poté comprare la moto, incrementò ancora gli affari, si permise la macchina, e con il giro di vendite ancora aumentato anche il negozio rifiorì”.

Trent’anni di fatica aggiunti a dieci di stenti, inevitabile che anche il fisico allenato di Anselmo pagasse lo scotto. “Io assunsi la titolarità della licenza nel 1980, papà aveva avuto un primo ictus. Poi ne ebbe un secondo, perse la mobilità di una gamba, il terzo nel 1991 gli fu fatale”.

A portare avanti l’attività commerciale il signor Roberto, la mamma e sua moglie, Enrica Fontana. “Di Magnasco, non di San Sté”, ci tiene a precisare la signora che ancora oggi affianca il marito in bottega. “Siamo sempre insieme perché uno solo qui non ce la farebbe – sorridono – Gli affari per molti decenni sono andati più che bene, non come nell’epoca d’oro degli anni Sessanta-Settanta, ma comunque in modo da non potersi lamentare”.

Tra il 1990 e gli ultimi anni un certo rallentamento c’è stato. “È vero, abbiamo pagato il cambio di abitudini, le nuove generazioni non vogliono venire nelle case acquistate dai loro padri, chi viene in albergo non si accontenta più come una volta”.

E poi ci sono le infrastrutture. “Abbiamo puntato molto sull’inverno e la neve, il clima è cambiato, poi c’è l’antica note dolente delle strade, poche e mal ridotte. La concorrenza degli altri posti, raggiungibili oltretutto in autostrada, è devastante”.

La pandemia e l’emergenza hanno mutato di nuovo le regole del gioco. “Durante la quarantena noi potevamo stare aperti per mezza giornata, la gente non poteva spostarsi e comprava molta frutta e moltissima verdura. Poi dopo le riaperture abbiamo notato un certo incremento. E abbiamo visto tanti clienti che consideravamo di passaggio tornare e ritornare più volte, evidentemente soddisfatti”.

Come dare loro torto. Assaggiate una fetta della loro coppa o del loro formaggio locale, provate un fagiolino o una conserva con frutti di bosco raccolti a poche centinaia di metri e non potrete farne a meno. I loro funghi secchi danno più dipendenza di quelli allucinogeni della Sierra Charriba… “Se vendi roba scadente puoi cavartela per un po’, ma non duri negli anni”, è la sintetica spiegazione del successo del suo negozio offerta da Roberto e Enrica.

Ci sarà una quarta generazione Pareti a portare avanti l’impresa? “Non crediamo perché i nostri figli stanno imboccando altre strade”. Una strada diversa l’ha imboccata anche il sottoscritto appena salutati i gentili signori Pareti. L’impressione di quello spettro da 30 chili porta al cimitero, piccolo e poco frequentato anche se collocato a lato del Santuario della Madonna di Guadalupe che si erge al centro del paese. Una visita doverosa a papà Anselmo che è lì accanto ai compagni che persero la vita, sbattuti in un’avventura assurda per la decisione improvvida di colui che pure fu definito Uomo della Provvidenza. Globe-trotter per decisione altrui, il mai arresosi Anselmo dorme tranquillo. Esci dal cancello dell’estremo riposo, guardi il Monte di Mezzo che sta svanendo nell’ombra del tramonto e pare di vederlo ancora rampare sulla salita con le due gerle sulle spalle. Gente coriacea gli avetani, stirpe che ha in comune con tante altre di tante altre montagne la resilienza, la capacità di cadere e di rialzarsi come se niente fosse. Marciando. Sempre. In avanti.

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