Home Sport Il ‘de profundis’ del tennis tavolo: a queste condizioni sarà veramente difficile poter ripartire

Il ‘de profundis’ del tennis tavolo: a queste condizioni sarà veramente difficile poter ripartire

da Alberto Bruzzone

di DANILO SANGUINETI

Un grido di aiuto, non lo si potrebbe definire altrimenti, quello del Villaggio Tennis Tavolo San Salvatore. Una battuta tagliata con effetto realmente diabolico, nel match impari con la sorte, che sta mandando il difendente a rispondere lontanissimo dal tavolo e con poche speranze di rimettere la pallina in gioco.

“Ci ritroveremo ad allenarci sotto una tettoia o a palleggiare contro il muro come dei Forrest Gump in sedicesimo. Giocheremo tra noi vecchietti perché nel frattempo non avremo più nessuno da allevare. Gli agonisti e pure gli amatori, i semplici praticanti o gli incalliti appassionati, avranno preso altre strade”. Gabriele Ascione, vicepresidente del club pongistico più importante del Levante, è seriamente preoccupato di come si sta mettendo per la sua disciplina, quella che ama e pratica da quasi mezzo secolo, e per come sta lo sport italiano in generale.

“Ho un osservatorio privilegiato considerato il mio doppio ruolo di dirigente sportivo e di insegnante: dico senza tema di smentita che siamo indietro, molto indietro, sulla strada per il ritorno ad un’attività se non normale almeno accettabile, ossia che garantisca il minimo indispensabile in spazi, orari e condizioni organizzative affinché si possa tirare avanti”.

Il club villaggino aveva iniziato l’anno sotto i migliori auspici, la prima squadra aveva conquistato la B2 e la seconda la serie C, ossia una categoria nazionale. “Il salto di qualità c’era stato e ci stavamo preparando a mesi davvero promettenti quando ci è capitata sul collo la mazzata (come a tutti gli altri club naturalmente), la mazzata della quarantena. Riprendere non è stato né facile né rapido. Abbiamo atteso a lungo poi il via libera e la pubblicazione del protocollo della nostra federazione, la Fitet. Per darvi un’idea: nella nostra palestra, quella dell’Istituto d’Arte di Chiavari dove prima potevamo aprire nelle nostre ore di allenamento e gara 12 tavoli, ora ce ne stanno 5, rigorosamente separati. Coppie di atleti definite, non intercambiabili, sanificazione dei locali prima dell’apertura, igienizzazione di ogni slot dopo ogni partita o sessione di allenamento. Percorsi di entrata e di uscita di nuovo rigorosamente separati, niente spogliatoi”.

Il 14 giugno il via agli allenamenti. “Nel mezzo un buco di quasi tre mesi e mezzo dato che il 5 marzo ci eravamo fermati. La voglia di ripartire era tanta che le nuove regole sono state accettate come un sacrificio neppure troppo oneroso. Ed anche il dover annullare i nostri consueti appuntamenti estivi ci è parso insuperabile. Purtroppo, considerate le numerose norme dettate dai vari protocolli anti Covid, la struttura del Villaggio ha deciso per il non utilizzo delle camere situate sopra la palestra che avrebbero ospitato i nostri atleti. Pertanto, con nostro grande dispiacere ma anche senso di responsabilità, abbiamo dovuto rinunciare ad organizzare il nostro tradizionale stage estivo, sarebbe stata la 14esima edizione. Alcuni atleti avevano chiesto informazioni, ma abbiamo aspettato fino all’ultimo per vedere se dalla struttura fossero arrivate notizie positive. Non è avvenuto e a quel punto si è rimandato tutto alla prossima stagione, nella speranza che tutto ritorni come prima”.

Una speranza che con il passare delle settimane è scolorita, almeno nella visione di Ascione. “Perché non ci sono certezze. Il fatto che siamo ospiti di una struttura scolastica è un grosso problema. Allo stato attuale delle cose alla ripertura dell’istituto, il prossimo 14 settembre, la palestra diventerà fruibile solo dagli studenti. Lo stesso percorso per ottenere una deroga dovrebbe prevedere una sanificazione dei locali dopo ogni utilizzo, un costo e un impegno che nessuno di noi può assumersi”.

E quindi? “Quindi non escludo alcun esito, anche che si debba alzare bandiera bianca. Io in questi giorni sto facendo riunioni su riunioni con le altre società, i dirigenti scolastici, gli amministratori cittadini, stiamo affannosamente cercando una via di uscita. Mi permetto solo di citare uno scritto di un grande sportivo, l’ex allenatore della nazionale di volley Mauro Berruto, piemontese: ‘Sta per abbattersi un meteorite sul mondo dello sport…’”.

Un post che ha raccolto unanimi consensi: “Nel nostro Paese, per ragioni che non starò qui ad elencare, il mondo della scuola dal secondo dopoguerra ha abdicato al compito di diffusione della pratica sportiva, che a me piace chiamare cultura del movimento. Questa enorme missione è stata raccolta da una capillare rete di associazioni sportive che, Dio le benedica, hanno tenuto in piedi un modello appoggiato su tre colonne portanti. 1. Il finanziamento, spesso in forma di mecenatismo, da parte della media/piccola (o piccolissima) impresa. Denaro privato, dunque. 2. Le famiglie che, pagando quote associative, hanno investito sul futuro dei propri figli credendo nello sport come scuola di inclusione, salute, fatica, rispetto delle regole. 3. L’utilizzo di impianti, nella stragrande maggioranza le palestre delle scuole, in un percorso clamorosamente a ostacoli fra dirigenti scolastici che talvolta gestiscono un bene pubblico come se fosse privato, custodi ostativi e impianti non all’altezza. Un modello feudale, diciamo così. Poi c’è una quarta, gigantesca, colonna portante. Quella del volontariato: un esercito di dirigenti, accompagnatori e addetti alla logistica, ma all’occorrenza anche un po’ arbitri, autisti, refertisti, tecnici, psicologi, massaggiatori, tifosi. Chi vive il mondo dello sport di base sa esattamente a cosa mi riferisco. Proprio per questo sento il dovere di urlare che fra 6-8 settimane sul nostro sport sta precipiterà un meteorite. Succederà qualcosa di mai visto prima”.

Secondo Berruto, “quelle tre colonne portanti stanno per implodere: la medio-piccola-piccolissima impresa dovrà occuparsi della propria esistenza in vita, le famiglie vedranno ridursi la propria disponibilità economica e, lo sappiamo tutti, saranno costrette a eliminare voci di spesa (ahimè, sappiamo anche questo, lo sport sarà la prima cosa a saltare) e, infine, si aprirà un gigantesco problema relativo all’utilizzo delle palestre. I dirigenti scolastici le utilizzeranno per altri scopi didattici? Quante ragazze e ragazzi potranno entrarci? Chi si occuperà dei processi di sanificazione? Insomma: saremo di fronte al più gigantesco sfratto della storia dello sport del Paese. Quando arriva un meteorite ci si può comportare in tre modi: non rendersene conto (come successe ai dinosauri, il finale lo conoscete), terrorizzarsi (e quando si ha paura, è umano, si cerca prima di tutto di mettere in salvo se stessi) oppure, me lo hanno insegnato le mie squadre, si possono mettere insieme creatività e intelligenza collettiva. Occorre unirsi, trovare soluzione comuni e mettere a sistema competenze. Nessuno si salva da solo: se non l’abbiamo imparato negli ultimi mesi… che cos’altro deve succedere?”.

E poi nessuno dica che gli sportivi non vi avevano avvisato. Non sono certo loro ad avere un corpaccione e un cervellino come i dinosauri…

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