Home editoriale Una grande alleanza riformista per battere la sindrome di Stoccolma

Una grande alleanza riformista per battere la sindrome di Stoccolma

da Alberto Bruzzone

In un recente articolo apparso sul quotidiano ‘Il Dubbio’ Claudio Petruccioli, a proposito dell’ipotesi di un’alleanza strategica tra PD e M5S, pone la domanda se questo schema sia compatibile con la costruzione di una grande area che veda convergere tutte le forze di ispirazione riformista, qualunque sia l’ascendenza storica e l’ispirazione ideale, nella creazione di un nuovo soggetto politico capace di salvare l’Italia dalla difficile situazione in cui versa: una forza politica capace di coniugare la crescita del benessere e delle libertà insieme alla giustizia sociale, all’esaltazione della creatività delle persone e delle imprese, al rispetto della dignità e dei diritti di tutti.

La risposta che Petruccioli (nella foto in alto) si dà è che un’eventuale alleanza organica tra PD e M5S rende impossibile la costruzione di una grande forza riformista e liberal-socialista.

La questione posta è molto interessante ma lo diventa ancora di più se si considera la storia politica e culturale del suo proponente.

Chi è, per i non addetti ai lavori, Claudio Petruccioli? Uno storico dirigente del PCI prima e del PDS poi, parlamentare per moltissimi anni, già direttore dell’‘Unità’, già presidente della Rai. Un politico per moltissimo tempo ‘organico’ alla sinistra e cresciuto nel Partito Comunista su posizioni che potremmo definire di centro, che ha mantenuto sempre una forte libertà di pensiero e di parola. Una persona che certamente non può essere tacciata di pregiudizi nei confronti del PD e del suo antenato più importante, il PCI appunto, e del gruppo dirigente attuale: gli Zingaretti, i Bettini, gli Orlando che da quella tradizione provengono, e che dopo la parentesi renziana hanno ripreso il controllo della ‘ditta’.

Il ragionamento di Petruccioli, tenuto conto della sua provenienza, è per certi versi sorprendente. “La sinistra è alla prova: deve fare una scelta di lungo periodo; strategica si sarebbe detto una volta. Da una parte c’è la strada che io chiamo socialista-statalista, alla base della ventilata intesa tra l’attuale maggioranza del PD e una larga fetta di Cinquestelle; e c’è l’altra ben diversa che definisco liberal-socialista. È bene che il confronto emerga alla luce del sole e senza ritrosie”.

La tesi di Petruccioli è che l’alleanza organica del PD con i Cinquestelle non può altro che avere un’impronta statalista e assistenzialista, che archivia senza alcuna istruttoria e senza alcun confronto interno l’altra diversa prospettiva, quella liberal-socialista.

“Fino a poco tempo fa pensavo che il PD fosse il terreno elettivo per una sinistra liberal-socialista e di governo, adesso non penso più così. Il PD come tale mi sembra oggi politicamente sterile, privo di capacità propulsiva. Penso che le forze liberal-socialiste debbano produrre una loro forte iniziativa”.

Ovviamente Petruccioli si rivolge sia alle forze riformiste interne al PD, prese oggi da una timidezza burocratica che spesso somiglia a un letargo politico, sia a quella diaspora esterna: Renzi, Calenda, Emma Bonino, liste civiche che non hanno ancora trovato un terreno di intesa.

A noi pare che la riflessione di Petruccioli sia cruciale e che in qualche modo, prima ancora di arrivare ai problemi dell’oggi, ponga implicitamente la questione dell’ambiguità costitutiva del PD e della sua mai chiaramente dichiarata impronta politico-culturale.

Non si tratta tanto o soltanto di tradizioni politiche di origine così diverse, quella comunista e quella della sinistra democristiana. Si tratta piuttosto della mai chiarita fino in fondo natura programmatica e ideale di quel partito:

  • Socialista-statalista o liberal-socialista?
  • A vocazione maggioritaria o proporzionalista?
  • Giustizialista o garantista?
  • Con riferimenti sociali al mondo del lavoro delle imprese, delle professioni o a quello dei dipendenti pubblici?
  • Per le infrastrutture o per un ambientalismo paralizzante?

Si potrebbe continuare a lungo sulla necessità di un confronto ideale e programmatico serio e mai avvenuto all’interno del PD.

La stessa adesione al Partito Socialista Europeo è avvenuta in sordina, per non disturbare troppo gli elettorati ex-comunisti e ex-democristiani, e senza di fatto assumere fino in fondo le implicazioni della scelta per la socialdemocrazia europea, di cui si è anzi sempre dichiarata la grave crisi a partire dalla caduta del muro di Berlino, con il ricorso, da parte di molti aderenti al PD di tradizione comunista, ad un assioma assurdo e ridicolo in base al quale “è vero, il comunismo è morto, ma la socialdemocrazia non è che se la passi molto meglio”.

Diverse impostazioni si sono alternate fin dalla nascita del PD senza che nessuna avesse mai davvero la meglio sull’altra. Il tentativo di Renzi di dislocare nettamente il PD fuori da una logica socialista-statalista e di privilegiare gli aspetti dell’efficienza decisionale e non consociativi della democrazia è stato sconfitto dentro e fuori il partito.

La nascita del governo giallo-rosso nell’agosto del 2019 ha riproposto in tutta la sua profondità – come giustamente dice Petruccioli – il problema della natura e delle scelte di fondo del PD.

In questi ultimi mesi il gruppo dirigente del PD ha riproposto più volte l’idea di un’alleanza organica e strutturale con il M5S anche per il futuro. C’è chi nelle file del PD, in particolare Bettini, ideologo del nuovo corso, è arrivato a proporre Conte come leader della sinistra per i prossimi 20 anni.

Non ci si è accontentati di un accordo contingente con i Cinquestelle finalizzato a non portare il Paese alle elezioni che la destra guidata da Salvini avrebbe vinto un anno fa e probabilmente vincerebbe anche oggi, ma si teorizza di voler fare molto di più, cercando un’alleanza strategica per costruire la quale si è disponibili a rinunciare a molti dei propri contenuti accettando passivamente l’impostazione dell’alleato.

È stato così sulla riduzione del numero dei parlamentari senza un accordo chiaro sulla legge elettorale, sulla quasi abolizione della prescrizione, sul mantenimento dei decreti sicurezza, sul lasciar correre uno spirito anti-impresa di cui vasti settori dei Cinquestelle sono animati, sulle politiche infrastrutturali (vedi l’ambiguità sulla Gronda quando la linea decisa dal PD a suo tempo era molto chiara e favorevole ), sul mantenimento di quota 100, sulla vergogna dei ‘navigators’ e altro ancora.

Anche la scelta europea e antisovranista, importantissima per il futuro dell’Italia e fortemente voluta dal PD e dal Presidente della Repubblica Mattarella, vede il M5S non completamente allineato, basti  pensare alla questione del Mes.

Quali sono le ragioni e le conseguenze di questa scelta di appiattimento del PD, o almeno di chi oggi il PD comanda, sulle posizioni dei Cinquestelle?

Difficile rispondere.

Certamente la prospettiva dell’elezione del Presidente della Repubblica, da sempre alfa e omega della politica italiana, condiziona i comportamenti del PD nella speranza, tutta da verificare, di poter incidere sostanzialmente in alleanza con il M5S su questo importantissimo passaggio.

L’impressione è che quelli che appaiono cedimenti siano in realtà il retaggio di una certa tradizione comunista che riaffiora:

  • sindrome del pas d’ennemis à gauche’, senza il coraggio e la passione per affrontare il duro confronto tra riformismo ed estremismo demagogico;
  • vocazione statalista e diffidenza atavica nei confronti dell’impresa privata e del mercato;
  • contrarietà a ogni ipotesi maggioritaria e a una democrazia governante, sempre rappresentate, nella tradizione della sinistra comunista, come venate di autoritarismo: fu così in occasione della Grande Riforma proposta da Craxi, è stato recentemente così nei confronti della riforma costituzionale proposta da Renzi;
  • giustizialismo demagogico e sostegno al partito delle Procure che consentì al PCI di eliminare con l’aiuto dei pm avversari politici che non erano mai stati battuti in libere elezioni;
  • titubanza a combattere l’invidia sociale, e reticenza a riconoscere i meriti dei singoli individui e delle imprese e tendenza a trasformare in assistenzialismo il riconoscimento dei bisogni dei più deboli.

In definitiva una specie di sindrome di Stoccolma’, noto meccanismo psicologico per il quale il prigioniero si innamora del suo carceriere, nei confronti dell’alleato pentastellato sul quale, in questi anni di crisi del comunismo, si sono travasati molti dei contenuti e delle distorsioni sopra ricordati.

Siamo al paradosso che mentre il PD continua a riproporre il tema dell’alleanza strategica con i Cinquestelle questi la rifiutano, così come accade in occasione delle prossime elezioni regionali cui M5S non vuole allearsi con il PD dove questo ha governato, e accetta di farlo solo in Liguria dove le due forze politiche sono state nell’ultimo quinquennio entrambe all’opposizione, e dove probabilmente resteranno avendo scelto un candidato molto più vicino ai Cinquestelle che al PD che ha il doppio dei voti: Ferruccio Sansa, giornalista del Fatto Quotidiano’ famoso per le inesorabile critiche e attacchi verso il PD di governo.

Ci sembra che ancora una volta abbia ragione Petruccioli. “Se si va alle elezioni con l’offerta politica che conosciamo oggi l’esito sarà ampiamente sotto lo zero. Chiunque vincerà (questa destra come è probabile o – ma non ci credo – l’asse Bettini-Grillo) a rimetterci sarà l’Italia, tutti gli italiani”.

Occorre, come andiamo sostenendo da tempo, che prenda corpo una nuova offerta politica. In particolare l’offerta di un riformismo liberal-socialista dei valori e delle competenze, dei meriti e dei bisogni. Per fare ciò bisogna superare la frammentazione e la dispersione, i personalismi e la timidezza attuali per presentarsi nel modo più esplicito e più forte. In questa Italia stufa della demagogia e dei populismi che non risolvono i problemi ma li aggravano occorre lavorare per una nuova grande forza riformista e cogliere le praterie che le stanno davanti.

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