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Nella fase post Coronavirus si scopre sempre più l’importanza della telemedicina

da Alberto Bruzzone

di ALBERTO BRUZZONE

Ci sono degli aspetti, legati alla recentissima emergenza sanitaria, che sono partiti o che hanno subito una fortissima accelerata proprio nella contingenza dei mesi più critici. Molti di questi si sono rivelati strumenti utilissimi per continuare a proseguire le attività anche a distanza: basti pensare al lavoro da casa, alla didattica a distanza, alle teleconferenze.

Se la nostra vita non si è interrotta del tutto, questo è stato possibile grazie alla tecnologia, che quindi si è rivelata un supporto preziosissimo. Ma c’è anche un altro campo nel quale il discorso dell’assistenza a distanza, di cui si parla da molti anni, è stato praticato con maggiore intensità e ora si spera che non solo rimanga in prospettiva futura, ma pure che venga implementato: si tratta di quella che, in inglese, viene definita E-Health, ovvero la telemedicina, ovvero la possibilità di ricevere cure mediche anche attraverso le varie piattaforme online e l’utilizzo delle e-mail.

È una strada che non può, per ovvi motivi, essere applicata a tutte le branche della medicina, ma che per alcune in particolare si presta parecchio, soprattutto per quanto riguarda i medici di base. In piena pandemia, come abbiamo potuto sperimentare un po’ tutti, gli studi medici hanno limitato l’accesso ai pazienti, le visite a domicilio non si sono potute tenere, gli unici operatori che si sono recati presso le abitazioni sono stati quelli autorizzati a effettuare tamponi o a curare pazienti affetti dal Covid 19. Ed è proprio in questo contesto che il discorso della telemedicina si è rivelato fondamentale e avrebbe potuto essere utilizzato ancor più e meglio, soprattutto per quella popolazione silver che è stata la più interessata dal Coronavirus, oltre che la più delicata e la più soggetta a possibili contagi. Il passo in avanti, insomma, è stato compiuto: molto spesso avviene causa emergenza, ma l’importante è poi mantenere certe buone pratiche.

Lo studio del Silver Economy Forum
Nei giorni scorsi se n’è parlato grazie a una corposa e interessante ricerca che è stata svolta dal Silver Economy Forum, il primo forum nazionale che si occupa in maniera completa, precisa e puntuale del mondo degli over 55 e che ha la sua sede operativa a Genova, dove viene anche realizzata la rivista ‘Altra Età’ (www.altraeta.it), grazie al lavoro dello studio Ameri Communications coordinato da Daniela Ameri. È proprio il capoluogo ligure a ospitare da alcuni anni (si sono già svolte due edizioni, nel 2018 e nel 2019) il Forum della Silver Economy, ma il think tank a esso collegato è attivo e operativo per tutto l’anno. È proprio da questo Forum che è nato lo studio sulla E-Health, promosso in collaborazione con l’azienda Lattanzio Monitoring & Evaluation, che si occupa di sviluppare i risultati dei sondaggi. Il tema era l’atteggiamento della popolazione silver verso la telemedicina, intesa come l’insieme delle soluzioni informatiche e digitali applicate alla salute e alla sanità.

I risultati: il 77% promuove la telemedicina
L’indagine, che rientra nell’Osservatorio Silver Trends nato per indagare le scelte dei silver in più ambiti, ha coinvolto un campione di 917 casi a livello nazionale, intervistati tramite survey online e questionario semi-strutturato, nel periodo compreso tra il 29 aprile e il 24 maggio 2020.

I risultati sono stati presentati nei giorni scorsi, in occasione della web conference ‘L’impatto del Covid-19: cosa cambia per la silver age’.

“Quest’anno il Silver Economy Forum, che normalmente si svolge nel mese di giugno – afferma Anna Dellepiane, event manager del Silver Economy Forum e responsabile dell’Osservatorio Silver Trends – è stato posticipato, sempre a Genova, nel periodo tra il 1° e il 3 ottobre. Ma abbiamo pensato di fornire questa anteprima”.

Secondo Daniela Ameri, che è la direttrice del Silver Economy Forum e la presidente di Ameri Communications, “la popolazione silver sta aumentando a ritmi consistenti, assumendo un ruolo sempre più rilevante per l’economia mondiale e in particolare per i sistemi nazionali avanzati. Il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione è più rilevante in Europa, dove la quota di over 65enni sfiora il 20% (101 milioni), ma soprattutto nel nostro Paese, dove risiedono circa 14 milioni di ‘silver’, un italiano su quattro, e la cui quota è destinata a crescere e arrivare al 30% circa sul totale popolazione entro i prossimi 15 anni”.

Un discorso che si fa ancor più interessante nel Tigullio, dove risiede la popolazione in media più anziana d’Italia, come dimostrano le recenti statistiche. In base alle risultanze del sondaggio, per il 77% degli intervistati la tecnologia applicata alla salute è considerata uno strumento che rende più efficace la relazione tra medici appartenenti a diverse specializzazioni. Per la condivisione delle informazioni sanitarie dei pazienti a fini di ricerca oppure, ad esempio, in caso di compresenza di più medici associati a diverse patologie in un individuo, la tecnologia è ritenuta  un facilitatore in grado di favorire il miglioramento delle condizioni di salute delle persone (72%). Sempre diffusa la fiducia nella capacità dell’E-Health di imprimere uno sviluppo alle soluzioni e terapie mediche (68%), e il contributo della tecnologia a rendere più efficace la relazione tra medico e paziente (61%).

Gli italiani invecchiano, ma in salute
Annachiara Annino, partner di Lattanzio Monitoring & Evaluation, commenta: “La popolazione italiana dunque invecchia, ma in salute. L’indice di stato fisico dei ‘silver’ è migliorato nell’ultimo decennio, specie tra i 65-75enni, a differenza di quanto rilevato presso la media della popolazione, in cui l’indice è rimasto sostanzialmente invariato. E se a ciò si aggiunge che è aumentata la consapevolezza che essere in buona salute permette di affrontare con maggiore serenità la quotidianità e la progettualità di più lungo periodo, appaiono evidenti gli ampi spazi di intervento per soddisfare le crescenti esigenze di questo target”.

L’importanza della figura del medico di base

Anna Dellepiane, che ha materialmente coordinato la ricerca, osserva: “L’atteggiamento positivo verso l’E-Health è confermato anche dalla disponibilità degli intervistati a sacrificare parte della propria privacy per avvantaggiarsi dei benefici sulla salute (73%). Nonostante un certo scetticismo verso la capacità della tecnologia di garantire questo diritto, poco più della metà del campione (58%) è convinto che lo sviluppo informatico e digitale sia adeguato a tutelare la riservatezza dei pazienti. Ma se i silver sono propensi a rinunciare a parte della propria privacy, non sono invece disposti a mettere in discussione la relazione diretta con il proprio medico di famiglia. I dati raccolti hanno permesso di delineare come l’E-Health sia percepito più come uno strumento a disposizione della classe medica che un mezzo per migliorare la relazione tra medico e paziente. Al quesito specifico sull’interazione tra medico e paziente, il 77% dei silver dichiara che ‘le tecnologie applicate alla salute sono più efficaci se hai un bravo medico che ti conosce e ti segue, specie quello di famiglia’”.

I silver, insomma, riconoscono alla tecnologia la capacità di aumentare il senso di sicurezza: vale l’equazione più tecnologia più efficienza. Ad affermarlo è il 65% degli intervistati, una quota piuttosto ampia se si pensa al fatto che è ancora un tema poco conosciuto tra la popolazione anziana. Tema che approcciano però con spiccata curiosità: il 79% del campione dichiara infatti di voler apprendere e usufruire maggiormente di questa pratica.

Un po’ di storia
In Italia, una delle prime applicazioni di telemedicina è consistita nella trasmissione sperimentale di elettrocardiogrammi a distanza, iniziata nel 1976, utilizzando le normali linee telefoniche. In seguito, negli anni Ottanta, l’allora Sip lanciò un vero e proprio ‘cardiotelefono’. Da allora, gli enti di ricerca, le università, le società scientifiche, il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e il Ministero della Sanità, lavorando a diversi progetti (Programma Nazionale di Ricerca e Formazione in Telemedicina del MURST, tre Progetti strategici/speciali del CNR: ‘Sistemi Esperti in Medicina’, ‘Sistemi Informatici in Biomedicina’, ‘Robotica in chirurgia’), hanno portato all’attivazione di un master in telemedicina in alcune università (per esempio, a Pisa), all’organizzazione di importanti convegni sul tema ed alla crescita esponenziale dei servizi disponibili, con oltre dodicimila pazienti teleassistiti all’anno e più di cinquanta aziende operanti in questo settore.

Un mondo in evoluzione
Si sono nel frattempo moltiplicate  anche delle  soluzioni per smartphone, ovvero applicazioni di tipo clinico-medico, che permettono all’utilizzatore di gestire la propria salute attraverso il cellulare, aiutandolo soprattutto nella  prevenzione delle malattie. Sebbene molte di queste applicazioni siano il risvolto commerciale della tecnologia applicata alla cura per la propria salute, e nel fai-da-te che molte propongono si celino indubbiamente dei rischi, tuttavia esistono anche degli applicativi che consentono la sorveglianza delle malattie e offrono supporto per gestirne il trattamento: questo avviene soprattutto per la gestione delle malattie croniche. Queste soluzioni sono ancora poco diffuse, ma molte presentano certificazione CE medicale, e sono pertanto affidabili e sicure. Soprattutto  quando  utilizzate in condivisione con il medico. 

Attualmente lo sviluppo di applicazioni mediche si è concentrato principalmente su:

• Gestione dell’ipertensione arteriosa (possibilità di avere un diario pressorio, giudizi sui valori puntuali o sul trend per coloro che stanno imparando a conoscere la propria condizione, materiale informativo sull’ipertensione, programmi per ridurre la pressione arteriosa seguendo un adeguato stile di vita);

• Gestione delle condizioni diabetiche (possibilità di avere un diario con i dati glicemici, con annessi appunti sui pasti assunti e materiale didattico utile al miglioramento del proprio stato metabolico. 

L’Italia sta anticipando il futuro
Secondo Fiammetta Monacelli, professore associato in Geriatria del Dipartimento di medicina interna e specialità mediche del Dimi, Università degli Studi di Genova, “stiamo anticipando ciò che l’Europa vedrà tra 10/15 anni. Molti anziani sono soggetti a una vulnerabilità sociale che li espone a rischi. Fragilità è un termine ormai abusato e forse dovremmo disfarcene perché non fa altro che danneggiare. La cura va incentrata sul paziente, non sulla singola malattia. La telemedicina può essere una valida soluzione per l’integrazione. E ha già dato ottimi risultati, un video consulto con uno specialista può ridurre di gran lunga i tempi di attesa. L’accesso alle cure ha dimostrato la sua efficacia anche attraverso dei trial: trial condotto in Rsa con pazienti fragili; ci sono anche studi che dicono che c’è una buona percezione della telemedicina; è stato dimostrato che il videoconsulto è usato per ridurre aspetti della sfera psico affettiva”.

Il tema della seconda opinione da parte di un medico
Inoltre, la second opinion medica è una delle applicazioni più comuni nell’ambito della telemedicina: essa consiste nel fornire un’opinione clinica a distanza supportata da dati acquisiti, inviati ad un medico remoto che li analizza e li referta, producendo di fatto una seconda valutazione clinica su un paziente. Le tecniche telemediche di fatto favoriscono anche applicazioni di formazione a distanza, nelle quali il medico remoto può specializzare i medici che chiedono una second opinion su un caso clinico attraverso tecniche di e-learning.

La testimonianza di un’azienda specializzata in telemedicina
Alla web conference è intervenuta anche Laura Spinelli, che è product manager di H&S spa, una società del CompuGroup Medical specializzata per l’appunto in telemedicina: “H&S ha messo a punto strumenti di telemedicina e monitoraggio prima, durante e dopo il Covid-19. La telemedicina sta avendo grossa visibilità adesso, ma in realtà se ne parla da anni. Ad oggi la sua bassa diffusione non è più da collegarsi a problemi di complessità o limiti, ma per il 43% dei medici non è possibile utilizzarla per mancanza di direttive specifiche. Quando parliamo di telemedicina, non dobbiamo considerare solo il lato tecnologico, la tecnologia di per sé non è sufficiente per introdurre servizi di telemedicina, i pazienti devono essere guidati nelle strutture dal personale sanitario. E poi i dispositivi medici devono essere supportati dal punto di vista dell’accessibilità del dato. A supporto di questo è necessario che ci siano servizi per operatori sanitari che consentano di monitorare il dato e prendere decisioni, oltre che effettuare teleconsulto”.

L’aspetto della privacy
L’altro scoglio da superare, sono gli aspetti legati alla privacy e alla cyber-security. Ma la partita è troppo importante per fermarsi qui. E una pandemia dovrebbe, se non altro, averlo insegnato.

Alberto Pilotto, direttore della Struttura Complessa Geriatria a Direzione Universitaria del Galliera di Genova e presidente della Società Italiana di Geriatria Ospedale e Territorio conclude: “La telemedicina che è si è utilizzata negli ultimi mesi, anche se in maniera un po’ disordinata, diventerà presto una routine, così come il collegamento da casa all’ospedale o viceversa. Già da tempo stiamo studiando strumenti in grado di gestire e promuovere queste attività ed è ovvio che adesso verranno implementati. Ora, i sistemi sanitari non possono non risolvere i problemi di privacy per arrivare a utilizzare tecnologie che sono senz’altro di successo. Ci siamo improvvisamente resi conto che il problema del Covid avrebbe pesato sull’anziano fragile. Occorre valorizzare la leadership geriatrica, importante nella pandemia e nel periodo post da Covid 19. Se non ora, quando?”.

Nei prossimi numeri di ‘Piazza Levante’ ci occuperemo di trattare l’argomento da un punto di vista più legato al nostro territorio.

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