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Decentramento e bellezza: lavorare tutti insieme per il futuro del Tigullio

da Alberto Bruzzone

di ANTONIO GOZZI

Qualche mese fa da queste pagine abbiamo sostenuto che per il Tigullio e il suo entroterra la prospettiva post Covid potrebbe non essere così nera.

Abbiamo motivato questa considerazione partendo dall’assunto, condiviso da molti, che la terribile esperienza della pandemia ha profondamente cambiato filosofia e stili di vita di larghe fasce di popolazione sempre più alla ricerca di occasioni per passare fuori dalle metropoli molto più tempo di vita.

L’esperienza dello smart-working rende questa aspirazione plausibile perché la vicinanza e la presenza fisica sul posto di lavoro per molte attività non sarà più così cogente.

La vicenda del Covid ha mostrato tutti i limiti di un modello di concentrazione di attività, risorse, servizi nelle grandi aree urbane dove, in molti casi, la qualità della vita invece che migliorare peggiora. In conseguenza di ciò probabilmente assisteremo in futuro a una nuova tendenza al decongestionamento dei grandi centri sempre più alle prese con problemi di traffico, inquinamento, insufficienza dei servizi alla popolazione, e al decentramento di attività residenziali e di servizio verso piccoli e medi centri.

Abbiamo discusso del tema con autorevoli interlocutori. In particolare abbiamo ospitato più volte, anche in un nostro webinar, l’architetto Stefano Boeri (il progettista del Bosco Verticale di Milano) super interessato all’argomento dei borghi e ad un legame Milano-Tigullio.

È molto interessante riflettere su questa tendenza, perché per la prima volta da decenni essa dimostra i limiti e le contraddizioni di un modello che, spacciandosi per moderno ed efficiente, ha in realtà depauperato di funzioni, risorse e servizi le aree non metropolitane del Paese.

Ciò è avvenuto per una serie di ragioni.

Era ed è facile, in un momento di grave crisi della finanza pubblica, sostenere che con l’accorpamento delle strutture e dei servizi si ottiene migliore efficienza e qualità dei servizi stessi. Con riferimento ai servizi pubblici: sanità, giustizia, trasporti ed istruzione, nella maggior parte dei casi questa è una balla. Si possono fare tutti gli accorpamenti che si vuole ma il costo del personale, che è quello principale, non si riduce, anzi. Garanzie dell’impiego, indennità di trasferta, diseconomie da congestione che normalmente chiamano altro personale, mostrano come le presunte e proclamate efficienze restino in grande misura sulla carta. La ‘deportazione’ è un trauma per impiegati e operatori che reagiscono spesso riducendo la loro produttività.

Tutti i processi di accorpamento e concentrazione innescano giganteschi meccanismi di potere che spostano la sfera decisionale da una parte all’altra del territorio e con essa ingenti risorse economiche e la discrezionalità della loro distribuzione. Non a caso vengono più sacrificate quelle comunità con poca o nulla rappresentanza politica (nessuno o pochi parlamentari, nessun membro del Governo nazionale o regionale ecc.) che pagano a favore di altre comunità, in particolare quelle delle aree metropolitane, molto più potenti dal punto di vista della rappresentanza. Sugli accorpamenti e sulle cosiddette ‘razionalizzazioni’ si sono costruite brillanti carriere, oltreché di politici, anche di funzionari e burocrati zelanti interpreti del pensiero dominante.

Come tutti i processi di esercizio di potere, anche le concentrazioni e gli accorpamenti di servizi generano uno storytelling che rappresenta chi non accetta e si oppone a questa tendenza come uno che vuole difendere inefficienze e clientele, come un retrogrado antimodernista.

In realtà se invece di concentrarsi solo sulle presunte efficienze ottenute con gli accorpamenti si facessero corrette valutazioni sull’effettiva riduzione dei costi e, allargando il modello di analisi, sui costi espliciti ed impliciti dovuti all’allontanamento dai servizi di fasce sempre più ampie di popolazione, emergerebbero forti incrementi dei costi totali e dell’insoddisfazione collettiva.

È il momento di invertire la tendenza. Come dimostrano le drammatiche vicende liguri di questi giorni, con la pratica impossibilità di collegamento tra le ali della regione e il suo centro causa caos e blocco dell’autostrada dovuti a lavori non si sa perché tutti concentrati in un solo momento, bisogna rivalutare il decentramento e la multipolarità. L’accentramento di tutte le funzioni sui capoluoghi, per la Liguria su Genova, rende più fragile il sistema nel suo complesso. Se si vogliono rendere più ‘resilienti’ i sistemi bisogna decentrare servizi e funzioni.

In una situazione nella quale parti di popolazione sempre più ampie cercheranno di vivere fuori dalle aree metropolitane congestionate e inquinate, il Tigullio ha enormi carte da giocarsi, per la sua bellezza, per la sua eccellente qualità della vita, per la sua relativa vicinanza a Milano e in generale alla Pianura Padana.

Naturalmente bisogna lavorare perché si realizzino una serie di condizioni, prima fra tutte quella dell’infrastruttura digitale, di cui parla Marco Lanata in un bell’articolo di questo numero di ‘Piazza Levante’.

Inoltre il Tigullio, per giocare le sue carte, deve invertire la tendenza, in atto da oltre venti anni, al depauperamento progressivo di funzioni e servizi a favore del capoluogo. È dallo sciagurato inserimento del Tigullio nell’area metropolitana genovese che questa tendenza è in atto. Pochi esempi al riguardo: chiusura senza alcun valido e razionale motivo del Tribunale di Chiavari; accorpamento della gloriosa Tigullio Pubblici Trasporti nel carrozzone genovese dell’Amt e peggioramento del servizio specie per l’entroterra; pratica scomparsa degli Uffici dell’Agenzia delle Entrate ridotti a poco più che uno sportello postale; ricorrenti voci di cancellazione e/o ridimensionamento della Asl 4 e dei suoi servizi sanitari; disinteresse totale di Genova, una volta abolita la Provincia, verso le nostre aree interne e i loro problemi, nessun vero investimento in infrastrutture (vedi ad esempio Tunnel della Fontanabuona) ecc.

Chi ha mai visto sul nostro territorio il Sindaco metropolitano, che è poi il Sindaco di Genova? Troppo occupato dai problemi della Superba per curarsi dei nostri.

Occorre che cittadini, istituzioni, forze economiche e sociali del Tigullio colgano il momento per rilanciare un’idea di comunità e territorio. Per ribadire, se ve ne fosse bisogno, che abbiamo una nostra specificità e autonomia e che non vogliamo diventare un’anonima periferia della grande Genova. Le bellezze naturali e le attività turistiche sono importantissime ma non sono tutto. Occorre rilanciare, con uno sforzo coordinato di tutti i comuni, un progetto di funzioni avanzate e direzionali, una capacità di attrazione di intelligenze e risorse giocate sul futuro.

Innanzitutto bisogna difendere ciò che c’è ancora. Prima di tutto l’Asl 4 e la Curia Vescovile, ma anche l’importante sistema liceale e di formazione superiore, tutti simboli di quel che resta di un’antica tradizione di autonomia e di importanza delle funzioni presenti sul territorio. Ma bisogna anche pensare al futuro e a cose nuove.

Si leggono dei bei segnali in tal senso.

L’incubatore di start-up a Chiavari, il primo e unico Sport-tech Incubator d’Italia, Wylab, è stata ed è un’iniziativa importantissima che si sta sempre più accreditando a livello nazionale e internazionale e che in quattro anni di lavoro ha lanciato molte start-up e generato un centinaio di posti di lavoro avanzato che impegnano giovani della zona impedendo che se ne vadano. Ma si può far di più con un coordinamento stretto con Sestri Levante e il suo centro dell’Annunziata per creare un nucleo di attività digitali che qualifichino tutto il comprensorio e siano a disposizione delle attività industriali, commerciali, turistiche e di servizio presenti aiutandone la modernizzazione.

Sulla base di un’analisi costi/benefici che risulterà impietosa, dimostrando come sia stato totalmente insensato chiudere il Tribunale di Chiavari, bisogna coltivare e sostenere l’idea di riportarlo a Chiavari. Sento già gli alti strepiti di una parte della burocrazia giudiziaria guardiana, e di qualche politico, magari anche ligure, che sostennero con forza l’idea della chiusura o non fecero un bel nulla per impedirla. Oggi possono maturare le condizioni per rendere questa battaglia non un sogno di mezza estate, soprattutto se ci sarà mobilitazione popolare sul tema.

Lavagna sta risorgendo con un Sindaco concreto ed efficiente e con una gran voglia di rilancio dei cittadini e di tutte le categorie economiche.

Rapallo e Santa Margherita, perle turistiche del Tigullio, hanno migliorato ulteriormente la loro offerta in uno schema di coordinamento vincente.

La banda larga raggiungerà Borzonasca e l’entroterra chiavarese grazie all’intelligenza e agli sforzi di uno di quelli che chiamiamo ‘sindaci eroi’, il nostro amico Giuseppino Maschio.

Chiavari ha inaugurato la nuova passeggiata a mare, che è bellissima, grazie agli oneri di urbanizzazione versati da imprenditori che hanno investito moltissimo in quell’area. Il restauro della Colonia Fara è un gioiello di cui bisogna ringraziare Podestà e i suoi soci, capaci di scegliere un architetto importante come Enrico Pinna che ha perfettamente valorizzato uno dei più importanti edifici del razionalismo italiano. Dentro l’edificio sorgerà anche un albergo dotato di tutti i comfort, capace di alzare l’offerta turistica della città.

Bene ha fatto il sindaco Marco Di Capua ha chiedere ai proprietari della Fara di illuminarla in queste giornate con il tricolore. Un segno di speranza e di ripresa, l’esempio che anche a Chiavari e nel Tigullio si possono fare cose importanti!

È tempo di riprendere il filo di un discorso avviato anni fa con il convegno, organizzato con la collaborazione del ‘Secolo XIX’, ‘Il Tigullio al bivio’.

È tempo di pensare al futuro della nostra comunità e dei nostri giovani. ‘Piazza Levante’ è a disposizione per un lavoro comune senza barriere e steccati politici che abbia come comune obiettivo il rilancio della nostra comunità e del nostro territorio.

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