Home Approfondimento Saporiti, dal calcio a medico in prima linea: “Paura, ma dovevo intervenire”

Saporiti, dal calcio a medico in prima linea: “Paura, ma dovevo intervenire”

da Alberto Bruzzone

di MATTEO GERBONI

“Non pensate che io non abbia paura. Paura di ammalarmi. Paura di morire. Ma ho scelto e amo questo lavoro. Oggi si vede quanto uno crede nella propria professione. Quel poco di bene che si può fare e tutta l’umanità che si può mettere in questa professione, adesso vanno dimostrati. E possono essere preziosi, fare la differenza”.

La differenza per Riccardo Saporiti è alzarsi ogni mattina, indossare tuta, guanti, occhiali, visiera e soprascarpe e andare a visitare casa per casa pazienti che neppure conosce. E neppure forse rivedrà.

Ha deciso di scendere in campo per sfidare il nemico invisibile. Come fa ogni volta che gioca la sua Virtus Entella, lui abituato a andare contro vento, cimentandosi in uno sport che ti mette alla prova senza se e senza ma, il triathlon estremo.

Da alcune settimane Saporiti, responsabile sanitario del club chiavarese, è diventato una sentinella medica sul fronte Coronavirus. Ha chiesto di entrare a far parte dell’Usca (Unità speciali di continuità assistenziale) di Ovada. Ha iniziato una nuova vita lavorando giorno e notte per fornire assistenza domiciliare ai pazienti affetti da Covid.

Quello che spinge un medico ad agire così o dovrebbe spingerlo a farlo non è eroismo, ma senso di responsabilità e la consapevolezza che in alcuni momenti della propria esistenza si deve rischiare. E nuotare controcorrente con coraggio e altruismo. Lui ha dimostrato di averne da vendere. La sua testimonianza è toccante, diretta, lucida, coinvolgente e molto umana.

“È sera. Ho appena finito il turno di guardia. Mi guardo allo specchio: il viso è tirato, provato. La mascherina di protezione che ho indossato per molte ore ha piagato la pelle del naso e degli zigomi. Respirare lì dentro ti dà una strana e innaturale sensazione di claustrofobia. A volte senti una improvvisa fame d’aria e non sai se è mancanza di ossigeno o semplicemente voglia di uscire da quella corazza. Dopo ore chiuso dentro una tuta impermeabile di tyvek, rimpiango il body da triathlon, la sensazione della libertà, del vento sulla pelle, del sudore che scorre sulla pelle e nobilita lo sforzo. Le esalazioni del disinfettante a base di cloro saturano le narici fino a farle bruciare e provocano nausea. Quanto mi manca riempire il torace profondamente per recuperare lo sforzo di una salita a tutta. Mi butto sotto la doccia bollente con la speranza di lavare via ogni residuo di virus con cui potrei essere stato a contatto”.

“Tra un turno e l’altro non ho voglia di guardare la tv o i social. Non voglio più leggere di Coronavirus. Mi basta tutto quello che vedo nelle ore di lavoro e che a stento riesco ad accettare. Preferisco immergermi nei miei pensieri. Non ho mai trovato tanto tempo per fermarmi a pensare, ma in questo momento di incertezza sento il bisogno di cercare delle soluzioni dentro me stesso. Questo virus con la stessa rapidità con cui si è insinuato tra di noi, si è impossessato delle nostre certezze. Tutto quello che fino a qualche mese fa davamo per scontato, ora ci è negato. In poco tempo i nostri orizzonti si sono progressivamente ridimensionati e ora non ci resta che immaginare quelle albe e quei tramonti che ci hanno sempre stregato e che non hanno mai smesso di stupirci. Solo ora, forse, ci accorgiamo fino in fondo del privilegio che lo sport ci ha sempre regalato: l’idea di libertà, la sensazione di poter sfuggire dalla routine delle nostre vite incasellate in impegni e doveri ben scanditi”.

Prende fiato e racconta con un mezzo sorriso: “L’idea di mettermi a disposizione per l’emergenza sanitaria è nata nelle due settimane di quarantena che abbiamo dovuto rispettare a seguito della positività del vice presidente dell’Entella, Salvatore Fiumanò. In quei giorni rinchiuso in casa è cresciuta sempre più forte la necessità di fare qualcosa di concreto per dare il mio contributo. Da una parte le drammatiche notizie provenienti dai media, dall’altra parte le testimonianze dirette di tanti amici e colleghi che stavano rischiando in prima persona negli ospedali. Non potevo e non dovevo più rimanere fermo. Giorno dopo giorno sentivo sempre più forte la frustrazione di non poter fare nulla. Così quando un collega mi ha detto che in basso Piemonte cercavano urgentemente medici, non ci ho pensato due volte e sono partito per Ovada. Uno dei punti critici infatti della prima fase della pandemia è stata l’impossibilità di seguire a casa i pazienti con conseguente aggravamento della patologia e necessità di ospedalizzazione quando ormai le condizioni cliniche erano già compromesse. La possibilità di visitare i pazienti a casa ed impostare precocemente la terapia ha avuto un impatto molto importante nella lotta al Coronavirus. Ad oggi solo ad Ovada abbiamo seguito più di 300 pazienti con un tasso di ospedalizzazione veramente molto basso”.

Catapultato all’inferno dall’oggi al domani, ma Riccardo si portava in dote quelle infinite ore di allenamento, ora più che mai utili per dare il suo contributo giorno dopo giorno: “All’inizio l’approccio non è stato facile, specie gestire l’impatto psicologico nel venire ripetutamente a stretto contatto con il virus. La paura di potersi infettare e di conseguenza di portare l’infezione a casa era tanta. E mi ha provocato molto stress. Alcuni colleghi preoccupati da questo rischio sono andati via di casa. Noi abbiamo deciso di gestire il problema a casa. Abbiamo istituito una vera e propria zona rossa contenente tutte le mie cose. Abbiamo poi cercato di limitare i contatti tra di noi. Non è certo facile con una bimba di 8 anni. Rinunciare a semplici gesti come un bacio, un abbraccio, una carezza, gesti che abbiamo sempre dato per scontato ci ha destabilizzato, ma probabilmente ci ha reso più uniti. E anche lei, Cecilia, ha dimostrato di essere matura e molto speciale. Non è stato semplice neppure gestire il rapporto con i pazienti. Quasi sempre noi eravamo le prime persone che vedevano da giorni. Riversavano su di noi dubbi e ansie che noi potevamo risolvere fino a un certo punto. Perché questo subdolo nemico l’abbiamo imparato a conoscere solo strada facendo. Una lotta a inseguimento in cui cercavamo di limitare i danni dell’infezione. Fasciati in tute impermeabili, maschere, visiere, abbiamo dovuto imparare a comunicare e a rassicurare con gli occhi. Solo la riconoscenza che vedevamo nelle persone a cui portavamo assistenza ha mitigato la fatica di quei giorni”.

Il medico genovese ha deciso all’improvviso di affrontare il virus, ma tornasse indietro lo rifarebbe altre mille volte. “Non ho vissuto questa esperienza come un gesto eroico, ma semplicemente come un atto di orgoglio e di amore verso la mia professione e la mia coscienza. Non avrei potuto fare diversamente. Ho la fortuna di lavorare per una società, l’Entella, che ha fatto della solidarietà e dei valori morali il proprio carattere distintivo. Ecco, è un po’ come se avessi portato la bandiera e lo spirito della nostra società nella lotta al Covid. La gratificazione più bella? Il messaggio di un mio caro amico chirurgo che, dopo avergli mandato la foto del mio volto stanco e piagato, mi ha scritto: ‘Hai un nuovo fascino, quello di chi ha scelto di sporcarsi piuttosto che rimanere pulito non lasciandosi coinvolgere. È il fascino di chi ama il proprio lavoro e sta dando un esempio positivo a tutti’. Ci penso ogni sera”.

Un volto segnato dalle mascherine, dalle visiere, dagli elastici, gli occhiali appannati dalla condensa che generi, che per tutto il turno ti hanno fatto vedere sempre meno. Le mani grondanti, la divisa sottostante zuppa di sudore, il naso rosso, gli occhi provati. “Ma hai una sola certezza: sei appagato e orgoglioso di essere lì”.

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