Home Approfondimento Jack Gandolfo, dal calcio al laboratorio: in lotta contro il Covid-19

Jack Gandolfo, dal calcio al laboratorio: in lotta contro il Covid-19

da Alberto Bruzzone

di DANILO SANGUINETI

L’essere abituato a dare il 101 per cento di quanto hai dentro è il tratto che distingue l’agonista di razza dal mestierante dozzinale. Vale nello sport, vale nel lavoro, per chi sa trasferire le competenze da un campo all’altro.

Giacomo Gandolfo, il ‘bomber dei due fondi’ (dato che è implacabile con i portieri sia sui campi a 11 che sui campi a 7 che sui quelli del Beach Soccer) da inizio marzo ha abbandonato la sua seconda vita per dedicarsi anima e corpo (e per una volta non è un modo di dire) alla sua prima attività, quella di tecnico di laboratorio che per conto della Asl locale ha dovuto eseguire migliaia di test.

Jack, come viene soprannominato dagli amici, sin da quando è apparso evidente che l’epidemia si stava trasformando in una pandemia di portata epocale, ha gettato nell’armadio scarpette da calcio e divisa per indossare quasi h24 camice, mascherina, guanti e occhiali. È entrato nei locali addetti ai test e non vi è uscito per giorni.

“Marzo e aprile sono stati mesi durissimi. Inutile nasconderlo, dovevi lavorare senza pensare a niente altro che essere il più veloce e allo stesso tempo più preciso possibile. Sapevamo bene io ed i miei colleghi e colleghe che dall’esito di un test poteva dipendere la vita o la morte di una persona. Responsabilità enorme ma anche una carica vitale quasi inesauribile. E devo dire che io e il resto della squadra abbiamo lavorato dalle ore 7 del mattino sino alle 18 del pomeriggio senza mai fermarci. Ci davamo il cambio nei compiti, chi eseguiva i test, chi li refertava a mano, nessuno si è tirato indietro. A volte tornavo a casa e mi gettavo sul divano addormentato quasi senza toccare i cuscini!”.

Prima i test poi anche i tamponi, tutto passava dal laboratorio dove Gandolfo e gli altri ci davano dentro. “Purtroppo eravamo pochi rispetto alle necessità. Abbiamo fatto il possibile e a volte anche l’impossibile. Come team non possiamo che essere orgogliosi di quanto siamo riusciti a produrre. Abbiamo avuto mille occhi e tenuto a bada centinaia di variabili senza uscire dal seminato. Consentitemi di dire che il team di laboratorio dell’Asl 4 ha superato questo durissimo test a pieni voti”.

Il calciatore si è sovrapposto, non contrapposto al tecnico: “La mia ‘altra vita’ a volte mi è venuta in soccorso: so come gestire la fatica, so come trovare energie che non pensi di avere. E come fare l’ultimo scatto. Lo fai, pensi di non averne più, invece spunta la voglia di provarci, sempre”.

Lo spirito dell’agonista eccolo qui. “Certo, a volte la situazione non aiutava. Le notizie che arrivavano dalle sale di rianimazione ci facevano pensare che non facessimo abbastanza, che le carenze venissero pagate care. E qui sono state importanti le parole di sostegno della gente, dei nostri superiori, di chi lavora con noi nella sanità e soprattutto di tanta gente comune, che pensi che neppure ti conosca e invece ti ferma per ringraziarti. Diciamo che è stato l’incitamento della ‘tifoseria’ a darci ulteriore carica”.

Proprio come su un campo di calcio o di beach soccer, sentire l’entusiasmo degli spalti è una forma potente di doping psicologico lecito. “È vero, il paragone mi si è affacciato alla mente quando leggevo sulle mie pagine social i messaggi lasciati da amici e non. Adesso sono giorni nei quali possiamo tirare il fiato e posso pure confessare che alzando lo sguardo dalla provetta ogni tanto il pensiero mi scappa alla palla che rotola. Mi manca, inutile nasconderlo, il calcio è una cosa che ho nel DNA. So che per un po’ dovrò accantonarlo, ma non chiedetemi di dimenticarlo”.

Pazienza Jack, ora è troppo importante che analizzi altri tipi di conglomerati genetici. Poi potrai anche fare indigestione da football. A 40 anni l’uomo di punta dell’Entella Beach Soccer non vuole sprecare altre primavere.

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