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Primo maggio festa dei socialisti

da Alberto Bruzzone

di ANTONIO GOZZI

Per i vecchi socialisti il primo maggio era la festa più importante dell’anno. Ricordo che noi giovani iscritti alla Federazione Giovanile Socialista preparavamo con cura la distribuzione dell’Avanti in città con il dono di un garofano rosso per ogni giornale, così da finanziare le attività del nostro circolo. Grazie al bel fiore riuscivamo a vendere il giornale anche a molti non socialisti ed eravamo contenti.

Ricordo un primo maggio dell’inizio degli anni ’70. Finita la distribuzione mattutina del giornale, ritornai nei locali  del PSI di Chiavari in via Costaguta, e rimasi a parlare con un gruppetto dei nostri vecchi compagni che indugiavano in sezione. 

Anche se Chiavari non era una città di grandi fabbriche noi avevamo iscritti al Partito molti operai: erano prevalentemente dipendenti dell’Enel, della Lames, del Cantiere Navale ex Gotuzzo, qualcuno della Fincantieri di Riva Trigoso. 

Erano tutti sorridenti e vestiti a festa. Uno di loro, si chiamava Baldini, era di origini emiliane ed era quello che ci colpiva di più per autorevolezza, esperienza e saggezza. A lui chiedevamo spiegazioni quando non sapevamo come orientarci nelle nostre prime esperienze politiche e proprio quella mattina gli chiedemmo di raccontarci del primo maggio.

Ci spiegò che nel 1899 a Parigi fu fondata la Seconda internazionale che vedeva riuniti tutti i principali partiti socialisti e laburisti europei. In quell’occasione vi fu una grande manifestazione pubblica per chiedere alle Autorità di ridurre la giornata lavorativa a otto ore e si decise che il primo maggio sarebbe diventata la giornata internazionale dei lavoratori.

Perché quella data? Baldini ci spiegò che tre anni prima, il primo maggio 1886, una manifestazione operaia era stata repressa nel sangue a Chicago. Si trattava di uno sciopero generale indetto in tutti gli Stati Uniti per ottenere la riduzione della giornata lavorativa a 8 ore.

Ci raccontò, con quel suo magnifico accento modenese, che per tutto l’800 la condizione operaia in Europa e negli Stati Uniti era stata segnata dalla totale assenza di diritti: si lavorava anche 16 ore al giorno, in pessime condizioni, e spesso si moriva sul luogo di lavoro. Le lotte e gli scioperi per una condizione migliore si erano moltiplicati negli ultimi venti anni del secolo.

Tutto ciò fino alla giornata di fondazione della Seconda internazionale nella quale si decise che il Primo Maggio, o Festa Internazionale dei Lavoratori, sarebbe diventata il simbolo delle lotte e delle rivendicazioni degli operai per una condizione lavorativa e una vita migliori. Insomma, disse il nostro compagno, il simbolo della ‘questione sociale’. 

In quel racconto semplice, senza retorica ma preciso, vedo la straordinaria scuola del PSI. Partito non solo di operai ma anche storicamente di insegnanti, avvocati, medici e professionisti, rappresentava una formidabile occasione di crescita culturale trasversale. Gli operai testimoniavano agli altri non solo la loro questione sociale, ma spesso erano colti più di noi sulla storia del partito e del movimento dei lavoratori.

L’elemento che ricordo con maggiore ammirazione è che spesso i nostri operai e quadri che venivano dalle fabbriche erano i più pragmatici e riformisti. Erano abituati a combattere l’estremismo sul posto di lavoro e sapevano benissimo che un accordo, magari non perfetto, era meglio di una dura lotta senza sbocco. Insegnavano a noi giovani, per lo più studenti  spesso presi dall’ideologismo del momento (si era nel pieno degli anni ’70), la moderazione e ci spiegavano che nulla era più importante dello studio, della cultura e delle competenze e che le conquiste sociali passavano dalla dura fatica delle riforme e dell’avanzamento passo passo.

Di quei compagni, della loro intelligenza e del loro riformismo sento, a quasi cinquanta anni di distanza, una grande nostalgia e mancanza.

Il lavoro è cambiato, le fabbriche e il lavoro operaio anche. Se vedessero come si lavora oggi in moltissime grandi fabbriche italiane, quali sono i livelli di tutela e di protezione del lavoro operaio, quali sono gli istituti di welfare che entrano sempre più spesso a fare parte integrante della retribuzione, penserebbero che i loro sforzi alla fine hanno sortito buoni risultati, e che la via progressiva e riformista dei miglioramenti graduali ma continui alla fine ha vinto.

Oggi la questione sociale si sposta in altri ambiti ma non meno importanti: le fabbriche, specie quelle piccole o piccolissime dove talvolta non ci sono le tutele di cui sopra, oppure si pensi a cosa succede nelle campagne con il bracciantato agricolo clandestino e sotto pagato, oppure nei call center o nei centri di distribuzione logistica dove il lavoro è ripetitivo e stressante peggio che alla catena di montaggio ma in molte situazioni pagato la metà. Si pensi ancora ai milioni di partite iva precarizzate e sottopagate.

Le organizzazioni sindacali e di categoria fanno quello che possono, ma non riescono a coprire un mondo del lavoro frammentato e complesso come quello di oggi e spesso non riescono ad avere un’adeguata rappresentanza sociale.

La tragedia del Covid ci ricorda come sia anche altro lavoro bisognoso di tutela: quello dei bar, dei ristoranti, delle palestre, dei barbieri e dei centri estetici, dei commercianti al dettaglio in generale, tutti messi in crisi dalla pandemia e tutti spaventati di ciò che verrà.

C’è tantissimo da fare per ridare all’Italia una visione e un senso di marcia.

Occorrerebbe oggi più che mai una grande forza riformista, ispirata ai principi e valori del socialismo liberale, del realismo, della solidarietà e delle competenze, capace di portare il Paese fuori dalle enormi difficoltà del post-Covid, liberandolo dai populismi inutili e dagli incompetenti. Una forza capace di tenere insieme meriti e bisogni, capace di parlare al paese con il linguaggio della verità, di esprimere nuovi leader capaci dell’intelligenza, del riformismo e della moderazione dei nostri vecchi compagni socialisti.

Buon primo maggio a tutti!

P.S.: I colori della bandiera italiana hanno fasciato magicamente la struttura del nuovo ponte di Genova. Una realizzazione straordinaria in meno di 12 mesi dell’intelligenza e del lavoro italiani. Grazie di cuore a tutti gli uomini e le donne che hanno contribuito alla realizzazione, a tutte le imprese coinvolte, agli amministratori pubblici che con le loro decisioni l’hanno resa possibile. Un saluto affettuoso e particolare a Giuseppe Bono, Presidente di Fincantieri.

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