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Voglio tornare a prendere i pidocchi

da Alberto Bruzzone

di MANUELA MONACO *

Io da piccola non volevo fare la maestra, volevo fare la veterinaria. Sì, qualcuno potrebbe anche far la battuta sul fatto che poi non ci sia tanta differenza tra i cuccioli di animale e i cuccioli d’uomo, ma la realtà la sappiamo tutti. I cuccioli d’uomo, sono molto più rompiscatole.

Poi la vita non va sempre come desideri e a 26 anni mi sono ritrovata a fare la maestra.

La scelta migliore che potessi fare, dopo quella di diventare mamma, sugli uomini invece ci sto ancora lavorando che, devo dire, son molto più ferrata sui bambini.

Quando si dice che fare l’insegnante è una missione non è poi così sbagliato, quando ti dicono “ah chissà quanta pazienza hai”, anche.

Ma il “vengo per conto di dio” vale solo fino ad un certo punto, che dio non avrebbe messo in conto i pidocchi, per esempio. Fare la maestra non è solo alzarsi la mattina per andare a lavorare, fare la maestra è costruire piano piano il futuro di una persona, modellarlo come un panetto di creta nelle mani di Demi Moore, fare la maestra è concentrarsi ogni minuto di ogni ora per dire le cose giuste, perché le parole sono come macigni che potresti rischiare di far portare per tutta la vita dentro ad una persona, fare la maestra è aprirsi per far entrare ogni possibile problema, lamento e capriccio, fare l’insegnante è stupire e accogliere, fare l’insegnante è stancarsi per aver fatto sacco pieno e sacco vuoto, fare l’insegnante è un passe-partout che ti permette di entrare in tutte le serrature che trovi davanti ogni mattina, fare l’insegnante è empatizzare, capire con chi hai a che fare, entrare in punta di piedi nelle loro vite e dare un calcio a scoramenti e frustrazioni con le scarpe da ballerina, fare l’insegnante è coraggio, è mutevole, un giorno ti trovi ad essere un mago, un altro una psicologa, un altro un saltimbanchi, un altro un medico, un altro il buffone di corte e un altro ancora uno spacciatore di fazzolettini.

Ci stanno chiedendo di essere presenti, in questo periodo con i nostri bambini e noi tutte stiamo cercando di farlo, ma il nostro lavoro non è solo didattica e moltiplicazioni, il nostro lavoro comprende quel calore umano che davanti ad uno schermo non si può trasmettere, contribuiamo a crescere uomini e donne completi, sicuri di loro stessi e a riempire mancanze che possono trovare di fronte, come possiamo farlo con un tablet? Come possiamo abbracciare un computer?

Eppure vedo tanti insegnanti che stanno mettendo un impegno spropositato in ciò che fanno, chi non sapeva manco come accendere un dispositivo elettronico, ora si ritrova hacker, chi non sapeva buttare giù un progetto, ora potrebbe fare il consigliere all’ONU, eppure, eppure ci sentiamo a metà.

A me manca soffiare il naso per esempio, manca allacciare le scarpine, urlare “mettetevi in fila”, sbuffare perché qualcuno non ha capito qualche consegna, mi manca persino prendere i pidocchi.

Ma è anche l’ora che qualcuno dica agli insegnanti, che non sono solo quelli che “ah ti fai tre mesi di vacanza, beato te”, che in questo momento stanno facendo un grande lavoro su se stessi, è l’ora che qualcuno pensi davvero ai bambini, al loro futuro, a ciò che vivranno quando torneranno sui loro banchi e quando tutti ci sentiremo degli extraterrestri su una navicella spaziale e invece semplicemente saremo a scuola, è l’ora che si pensi, mentre abbiamo tolto loro la libertà di uscire, vedere gli amici, correre su un prato, andare in bicicletta, a come rimettere tutto in carreggiata piano piano.

E noi maestre e maestri, abbiamo il dovere morale, di pensare di più a riempire il loro vuoto nel cuore, che quello nella testa, perché a leggere, probabilmente, potranno impararlo anche da soli, ma a ‘leggere’ se stessi o gli altri, sarà compito di noi adulti, tramandarlo. Perché ora sono ‘solo’ bambini scaccolatori seriali o ragazzi con gli ormoni impazziti, ma un giorno saranno medici, infermieri, architetti, operai, salumieri, giardinieri o quegli insegnanti, proprio come noi, che accetteranno il rischio, per tutta la vita, di prendersi i pidocchi.

E se non è amore questo.

(* Insegnante di scuola materna, autrice per il suo blog ‘Io Parlo Da Sola’)

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