Home Aziende in vetrina Castagnola, l’arte di costruire barche non conosce età

Castagnola, l’arte di costruire barche non conosce età

da Alberto Bruzzone

di DANILO SANGUINETI

Il giovane e il mare. Il peso delle pagine di Hemingway, Conrad e Melville, nelle orecchie le quartine rotolanti del ‘Pescatore’ di Fabrizio De Andrè, ed è un attimo associare alla definizione di maestro d’ascia immagini di attempati barbuti che scrutano l’orizzonte, grinzosi calafati che maneggiano pennelli e asce come antichi pirati.

Stereotipi che naufragano quando incontri Gabriele Maestri, titolare del cantiere Castagnola Yacht, 26 primavere che inutilmente tenta di aumentare al riparo di barba, baffi e occhiali. Un look da webmaster, lui che è sì maestro e non solo per il cognome. È maestro d’ascia certificato, iscritto al n° 510 del compartimento marittimo di Genova. Una ufficializzazione sinceramente superflua dato che Gabriele Maestri è nato praticamente con gli attrezzi del mestiere in mano. Perché nipote di Giovanni Castagnola, nemmeno a dirlo Maestro d’Ascia, che nel 1974 fonda la Costruzioni Navali Tigullio, laboratorio ideale per coniugare la passione per il mare e l’amore per il legno.

Le imbarcazioni che escono dal capannone situato a un tiro di sasso dal mare e a due dalla foce del fiume Entella, in via dei Devoto a Lavagna, sono gioielli incapsulati nel legno che suscitano l’ammirazione generale. Versione dopo versione, anno dopo anno, possedere uno yacht griffato Castagnola diventa simbolo di esclusività, perfezione, affidabilità.

Mastro Giovanni è un artigiano nel senso alto della parola, un vero erede dei tempi eroici della marineria, quando in Liguria non si costruivano ma si creavano vascelli che l’intero mondo ci invidiava. Attento alla tradizione senza rimanerci ancorato, il vento della curiosità spinge le vele del suo ingegno e lo rende consapevole che nuovi materiali, tecniche straordinarie si affacciano e che vanno sfruttate. Ogni barca del cantiere viene licenziata solo dopo che il patron ne ha seguito ogni fase della realizzazione, dalla costruzione della chiglia fino al momento del varo.

A settant’anni ogni mattina apre il cantiere e si mette al lavoro, una quercia che sa di avere pronta, cresciuta alla sua ombra, la discendenza. Sua figlia, spostata Maestri, ha avuto nel 1994 un bambino che cresce giocando con i trucioli sparsi ovunque nel cantiere operoso.

Gabriele si diploma all’Istituto Nautico San Giorgio di Camogli con una tesi sulla riqualificazione dei leudi per il trasporto e pescaturismo. Ha le idee molto chiare: “Avevo 16 anni, nel 2010, e passavo metà delle mie giornate a scuola e metà in bottega. Tra compiti e lavoro non avevo molto tempo libero, ma andava bene egualmente. E poi le ore in cantiere non erano pesanti, anzi, al fianco del nonno i minuti volavano”.

Nel 2015 anche una roccia come Giovanni ha da fare i conti con il tempo ingrato. Accusa i primi sintomi della malattia che in due anni lo strapperà all’affetto dei suoi cari. “Non voleva parlarne, si faceva un punto di onore di presentarsi lo stesso in cantiere, come un generale che non vuole lasciare sola la sua truppa, nemmeno dopo essere stato ferito. Io, che dopo la maturità mi ero preso qualche mese di riposo, ho capito che stava arrivando la chiamata. Mi sono iscritto all’Università ma mi sono tenuto pronto. E quando tre anni fa il nonno ha chiuso gli occhi, non c’è stato bisogno neppure di pensarci, toccava a me”.

Un predestinato, non un frutto di nepotismo: non ci fu neppure uno tra gli uomini del cantiere Castagnola che dubitò della bontà di quella scelta. Gabriele è uno di casa, un maestro d’ascia non per diritto ereditario ma per comprovata perizia. L’equipaggio, quindici uomini – alcuni dei quali da decenni nel ramo, altri veri cesellatori del legno e degli scafi – si mettono ai posti di combattimento e attendono istruzioni. “Io decisi di prendere la strada forse più rischiosa ma anche quella che pensavo più consona alle mie corde. Castagnola Yacht aveva accusato la crisi profonda della nautica italiana accentuata ad inizio degli anni Dieci dalla congiuntura economica globale. Da oltre trent’anni a Lavagna i cantieri chiudevano o riducevano l’attività, o venivano svenduti. In pratica, quando io sono subentrato, eravamo gli unici ancora aperti e indipendenti: per farlo avevamo dovuto scendere a compromessi, oltre a costruire ci occupavamo di lucidare, ristrutturare, rimettere a nuovo vecchie imbarcazioni. Un modo per sopravvivere indubbiamente, ma anche una distrazione dalla nostra vera vocazione”.

Gabriele è pacato nei modi e gentile nei toni, quanto deciso nelle azioni. “Ho deciso che si doveva tornare a progettare, inventare, elaborare e naturalmente vendere. Se non potevamo gareggiare nei numeri con i cantieri di altre zone e paesi che assemblano mostri di decine di metri a velocità supersonica, potevamo vendere la qualità, il gusto e magari anche un paio di progetti che avevo in testa”.

Allude al WTS, il sistema di costruzione di scafi in legno tanto rivoluzionario da meritare un brevetto. Garantisce all’imbarcazione una prestazione eccelsa in termini di navigazione e manutenzione, conservando le caratteristiche di sicurezza, eleganza e leggerezza tipiche del legno. WTS sta per Wood in Tech Skin. Un rivestimento della superficie esterna dello scafo in legno con fibra di vetro e/o fibra di carbonio, eseguito mediante il processo dell’infusione con sacco del vuoto. Quindi il rivestimento con fibra e resina avviene solo all’esterno, mentre le strutture interne vengono lasciate a vista e trattate con vernici all’acqua che valorizzano l‘aroma tipico e naturale del legno.

È l’uovo di Colombo: ti diamo il legno ma te lo rendiamo durevole come la plastica. Quindi costi di manutenzione paragonabili a quelli delle barche in vetroresina, ogni modello è customizzabile, ossia il cliente può avere uno scafo del tutto personale, cambiando anche in corso d’opera parti della struttura. La barca naviga meglio, leggera per la carena in legno, robusta per la sua corazza, all’interno il legno garantisce miglior controllo della temperatura e dell’umidità. E poi ci sono i due aspetti che più soddisfano l’animo di un millennial quale Gabriele è: “Le imbarcazioni sono un attento mix di manualità artigianale e tecnologia, solo maestri d’ascia e carpentieri navali possono realizzare certi dettagli, la progettazione viene sviluppata con l’ausilio di software 3D, le strutture e altri elementi possono essere tagliati con macchina a controllo numerico CNC, diminuendo tempi di lavorazione e agevolando il lavoro umano”.

Il colpo d’ala finale è l’attenzione ecologica: “Il processo WTS può essere considerato ecocompatibile rispetto ad altre costruzioni presenti sul mercato. Inoltre la maggior percentuale del peso dell’imbarcazione viene compensata dalla sua riciclabilità”. Non c’è da meravigliarsi che i primi prototipi, datati 2018, abbiano riscosso, in mostre e fiere, un successo incontrastato. Maestri non fa nomi ma si sa che ha avuto delle ordinazioni prestigiose, da committenti di fama internazionale. “Diciamo che il nostro sforzo per essere originali e allo stesso tempo pratici è stato riconosciuto. Io gestisco una impresa e debbo guardare anche ai numeri, ma non è questo che mi dà la spinta. Mi piace realizzare qualcosa in cui credo, costruire navi che sono opere uniche e che vengono apprezzate perché danno qualcosa in più di un sostegno per navigare sopra le onde. Penso, o almeno mi illudo, che galleggino sopra un’emozione”.

Gabriele Maestri, più un esploratore che un lupo di mare, di quelli che si perdevano nella ricerca dei sentieri dell’anima più che di itinerari tra gli oceani.

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