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Coronavirus, parla l’infettivologo: “La mortalità è sovrastimata”

da Alberto Bruzzone

(r.p.l.) Sul Coronavirus è stato scritto in questi giorni tutto e il contrario di tutto. Non si può dire che né la politica, né tutto il circuito massmediatico si siano particolarmente ricoperti di gloria. Per non parlare di tutto il tam tam che si è creato sui social network.

Noi di ‘Piazza Levante’, sempre fedeli al nostro credo e alla nostra filosofia, abbiamo scelto di far parlare solo chi veramente competente. In questo articolo, abbiamo rivolto alcune domande a un ricercatore italiano, che da anni lavora presso prestigiose strutture all’estero. Ci ha risposto volentieri, dandoci spiegazioni tecniche e scientifiche che condividiamo volentieri con tutti i nostri lettori.

“Penso che la cosa migliore da fare sia, banalmente – osserva il medico specializzato in Infettivologia – ricordare a se stessi e alle persone a cui vogliamo bene che, allo stato attuale, la probabilità di infettarsi con il SARS-CoV-2 resta bassa e la probabilità di averne conseguenze nefaste bassissima. Ma molto è ancora da scoprire e da capire”.

Anzitutto, chi è che può essere considerato infettato?
“Innanzitutto, un punto sulla terminologia: il nuovo virus è stato chiamato all’inizio 2019-nCoV ed in seguito ribattezzato SARS-CoV-2. La malattia da esso causato si chiama COVID-19 (o più semplicemente malattia da SARS-CoV-2). Una persona infettata è una persona che per un periodo di tempo più o meno lungo alberga il virus, principalmente nelle vie respiratorie (naso, gola, trachea, bronchi, polmoni). Il periodo che intercorre tra l’acquisizione del virus (=contagio) e la manifestazione clinica corrisponde all’incubazione. Una persona è definita sintomatica quando manifesta i sintomi della malattia, che possono essere lievi (tipo raffreddore), di media entità (tipo influenza banale) o gravi (tipo influenza grave, cioè con polmonite). Una persona è detta asintomatica quando non sviluppa segni clinici nonostante sia stata contagiata. Una persona è contagiosa quando espelle il virus (essenzialmente con le secrezioni respiratorie) e quindi può trasmetterlo ad altre persone”.

È vero che il Coronavirus esiste da molto tempo?
“I Coronavirus sono conosciuti da tempo. Prima dell’emergenza di SARS-CoV-2 se ne conoscevano già 6 specie. Di queste, 4 sono diffuse in tutto il mondo, sono molto frequenti e all’origine di malattie banali (essenzialmente infezioni senza elementi di gravità delle prime vie aeree); un’altra specie, il SARS-CoV, è stato all’origine di una epidemia nel 2002-2003, poteva causare casi gravi e non è più in circolazione; un’ultima specie, il MERS-CoV, può dare infezioni respiratorie gravi, ma è raro e limitato alla penisola Arabica”.

E questa nuova specie?
“L’emergenza di nuove specie di Coronavirus non è sorprendente, è piuttosto un fenomeno casuale ed inevitabile (due aggettivi che si addicono a moltissimi eventi in medicina). Ciò deriva dalla struttura genetica dei Coronavirus (virus a RNA, meno stabili geneticamente di quelli a DNA) e dal fatto che infettano anche gli animali, avendo di conseguenza un serbatoio molto vasto nel quale ricombinazioni genetiche possono avvenire per effetto del caso”.

I virus respiratori sono i più pericolosi?
“La propagazione dei virus respiratori è efficientissima e nell’epoca moderna ancora più rapida grazie ai trasporti e alla iperconnessione”.

Ma dobbiamo preoccuparci?
“L’esistenza di due Coronavirus capaci di dare malattia grave (SARS et MERS), insieme all’osservazione di numerosi casi gravi manifestatisi all’inizio dell’epidemia di SARS-CoV-2, ha determinato lo stato di allerta seguito alla diffusione di quest’ultimo. Tuttavia allo stato attuale la mortalità associata a SARS-CoV-2 è molto inferiore a quella delle altre due specie gravi, pur restando molto superiore a quella delle altre 4 specie conosciute”.

Come si diffonde il contagio?
“Allo stato attuale si ritiene che SARS-CoV-2 si manifesti dopo una incubazione media di 5-6 giorni e che le persone affette siano contagiose dal giorno precedente la manifestazione dei sintomi. Una persona infetta contagerebbe in media circa 2-4 altre persone. Queste cifre, come sempre in queste situazioni (nuova infezione, dati recenti e preliminari) vanno considerate come imprecise e puramente indicative e certamente potrete trovarne di diverse da diverse fonti. È possibile anche essere infettati e restare praticamente asintomatici”.

Ma voi medici infettivologi che idea vi siete fatti?
“I dati sulla diffusione del virus sono difficilissimi da interpretare e per forza di cose parziali. Tradotto, vuol dire che non si ha nessuna idea precisa della diffusione reale del virus, né della sua reale gravità. Questo per una serie di motivi.

  • All’inizio si sono cercati solo i casi gravi; solo adesso si sta iniziando a cercare anche i casi non gravi o addirittura asintomatici, con conseguente impennata delle cifre recenti sulle persone contagiate.
  • Il test per fare la diagnosi è tecnicamente complesso.
  • Moltissimi paesi non hanno le infrastrutture sanitarie e/o la volontà politica per trovare il virus. Quindi il virus si trova solo dove si può e/o si vuole trovarlo.
  • Non si sa esattamente quanto sia contagioso
  • I sintomi sono assolutamente sovrapponibili a quelli di una miriade di altre infezioni respiratorie, per cui i pazienti affetti da SARS-CoV-2 sono impossibili da individuare clinicamente.

Da tutto questo discende che:

  • La reale diffusione è certamente sottostimata.
  • La mortalità è sovrastimata, perché si cercano in modo preferenziale e per forza di cose più efficiente i casi gravi, mentre si cercano meno (o non si cercano, o sono impossibili da trovare) i casi meno gravi o addirittura asintomatici. Quello che si può dire con sicurezza è che SARS-CoV-2 è molto meno grave di SARS e MERS, ma sicuramente più grave degli altri Coronavirus detti banali. Tuttavia non è possibile stabilire realmente ad oggi la sua gravità, per esempio rispetto all’influenza o ad altri virus. Questo è uno dei motivi principali per cui è difficile dire quale sia la politica sanitaria più razionale da applicare”.

In Italia sono decedute soprattutto persone anziane. C’è una spiegazione?
“La stragrande maggioranza dei casi gravi si è manifestata in persone anziane già debilitate da altre patologie croniche concomitanti (ad esempio patologie respiratorie croniche). I bambini sono meno frequentemente interessati e per il momento non sono segnalati casi gravi”.

Ma perché in Italia ci sono tutti questi contagi, rispetto al resto dell’Europa?
“Non c’è nessun motivo epidemiologico plausibile per il quale in Italia dovrebbero esserci più casi che in altri paesi Europei come la Francia e la Germania, né a Codogno più casi che a Parigi. In effetti in Italia ci si è messi a cercare più sistematicamente e di conseguenza si trova il virus più sistematicamente. Le cifre aggiornate a qualche giorno fa dimostravano che in Italia erano stati fatti venti volte più test che in Francia”.

“Il Coronavirus è un po’ più di una influenza”: che cosa rispondere a questa affermazione che si sente tanto dire in giro?
“Per il momento, l’impatto sanitario di SARS-CoV-2 è enormemente inferiore a quello dell’influenza, che solo l’anno scorso ha fatto 10.000 morti, solo in Francia. Con questo non voglio sminuire l’importanza di questa epidemia (in virtù soprattutto di tutte le lacune conoscitive elencate prima). Credo tuttavia che sia importante conoscere queste cifre per cercare di circostanziare i discorsi. In sintesi ad oggi, è molto più probabile morire di influenza che di Coronavirus. La domanda a cui ancora non c’è risposta è se sia possibile che questo non sia più vero in un futuro più o meno prossimo e come evitare questo rischio, senza d’altra parte far collassare il sistema sanitario”.

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