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Esiste in Italia uno spazio politico riformista?

da Alberto Bruzzone

Esiste in Italia uno spazio politico moderato e riformista tra il sovranismo cialtrone ed estremista di Salvini e il populismo di Conte e del M5S?

È la questione dei prossimi mesi e la risposta a questa domanda determinerà il futuro del Paese.

Risulta infatti evidente a tutti che un grande paese europeo come l’Italia non può essere guidato né dai sovranisti della Lega che, nonostante gli inviti alla prudenza e alla moderazione di Giorgetti, quando possono rimettono in discussione l’euro o quantomeno l’appartenenza alla moneta unica dell’Italia (e si è visto come questa idiozia faccia esplodere lo spread) né dai populisti del M5S, che dopo quasi due anni di governo, prima con la Lega oggi con il PD, si sono spappolati e forse sono a fine corsa: ma nel frattempo, con la loro incompetenza, il loro pregiudizio anti-impresa, il loro giustizialismo, il loro assistenzialismo, hanno sprofondato l’Italia nella recessione, unico Paese europeo, come indicano gli ultimi dati sul PIL.

Ma esistono le condizioni per la costruzione di un vasto e vincente schieramento riformista capace di portare il Paese fuori da questo declino che non merita?

La legge elettorale che si preannuncia, proporzionale con sbarramento al 5%, potrebbe  favorirlo, nel senso che un aggregato di forze da Italia Viva (Renzi), a Azione (Calenda), a +Europa (Bonino), alla diaspora socialista e forse anche a pezzi di Forza Italia, raggiungerebbe e supererebbe la soglia del 5%. 

Ma il tema è politico, non elettorale. Anche con il 10% non si governa, e allora l’interlocutore obbligato dello schieramento riformista è il PD. Ma qui iniziano i problemi.

Il PD infatti, nonostante la vittoria in Emilia-Romagna sia stata ottenuta da un Governatore riformista come Stefano Bonaccini e da uno schieramento che non comprendeva il M5S, continua a ripetere che il suo interlocutore strategico è quel che resta di questo movimento, e di fatto in molti casi ne parla il linguaggio e ne attua i provvedimenti.

La storia è sempre la stessa: un po’ di realpolitik e un po’ di comportamenti mimetici, forse volti a recuperare una parte di voti migrati verso i grillini nelle tornate elettorali precedenti. I comportamenti mimetici sono consentiti dal fatto che il PD non ha mai fatto veramente i conti con se stesso, con la sua natura politica, con il suo programma e la sua vera essenza.

In fondo anche la scelta del nome, ripreso da una cultura politica che è quella americana e che non ha niente a che fare con la storia della sinistra europea socialdemocratica, si è prestata bene a tenere le carte coperte, a tenere insieme democristiani di sinistra e la vecchia ‘ditta’ del PCI (Zingaretti si è formato, come Orlando, Bettini, Cuperlo ed altri, nelle file della Federazione Giovanile Comunista), a non fare mai davvero la scelta della socialdemocrazia europea nonostante l’adesione in sordina all’Internazionale Socialista.

E così il PD ha avuto dentro da lungo tempo, insieme a tante altre cose, anche elementi dell’armamentario culturale e politico grillino, dal giustizialismo (ve lo ricordate Di Pietro senatore al Mugello?) alla diffidenza verso le imprese, ad un ambientalismo recente un po’ acritico e di forte sapore anticapitalista. E fa fatica a proporre una moderna cultura politica, come per altro fanno fatica oggi tutte le forze di sinistra a livello mondiale.

Dagli anni ’90 ad oggi il PD ha inseguito ogni voga del momento: un rimpianto nostalgico e silente verso l’esperienza comunista nel cuore di molti dei suoi vecchi iscritti e militanti, la terza via blairiana, l’abbraccio al popolarismo cattolico che, almeno fino a Minniti, ha molto condizionato le politiche insensate sull’immigrazione, il flirt con il populismo (ve lo ricordate D’Alema che sosteneva che la Lega era una costola della sinistra?).

Un’assenza preoccupante di bussola e di orientamento, una confusione assoluta di riferimenti ideali ben rappresentata dalle icone esposte nell’ufficio di Veltroni: Berlinguer, ultimo erede della tradizione comunista, accanto a John Fitzgerald Kennedy, uno dei più grandi anticomunisti che la storia ricordi.

Come giustamente ha detto Calenda in una recente intervista, la tentazione dem è stata sempre quella di sostituire la politica con la morale, e in questo proprio i dem sono stati i veri antesignani del grillismo.

Sempre contro. Essendo difficile trovare elementi di cultura comune tra le varie anime che lo abitano, il PD si è esaltato e ha esaltato i suoi militanti demonizzando gli avversari in nome di un generico antifascismo. Dall’altra parte c’è sempre il fascismo, che si tratti della Dc, di Craxi, di Berlusconi o di Salvini.

Questo atteggiamento ha finito per distruggere la sinistra riformista e oggi ricostruire un quadro moderno e non legato agli stereotipi di cui sopra è molto difficile, e l’uscita sia di Renzi che di Calenda dal partito lo testimoniano.

Nonostante ciò, non sembra esserci alternativa: i riformisti devono, con i loro contenuti, la loro storia, la loro visione del mondo, incalzare il PD; devono spingerlo ad un congresso di idee e programmatico, richiamarlo nell’azione quotidiana e di governo a valori non derogabili come quelli della giustizia giusta, del sostegno alle imprese, di un mercato del lavoro al contempo più flessibile e più inclusivo, a politiche dell’immigrazione che recuperino quanto c’era di valido e razionale nell’esperienza di Minniti e non lascino praterie al cialtronismo di Salvini.

Per fare tutto questo non si possono appoggiare Emiliano in Puglia o Sansa in Liguria. Per fare tutto questo lo stato di necessità di un governo con i grillini non può essere teorizzato come alleanza strategica.

Vedremo.

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