Home Approfondimento Mario Cresci, il foto-artista che ha reinventato le immagini: “Tutto cominciò da bambino, a Chiavari”

Mario Cresci, il foto-artista che ha reinventato le immagini: “Tutto cominciò da bambino, a Chiavari”

da Alberto Bruzzone

di ALBERTO BRUZZONE

Definirlo semplicemente fotografo sarebbe non solo riduttivo, ma anche estremamente ingeneroso. Perché Mario Cresci è un talento che la fotografia l’ha reinventata, elevandola al rango di arte visuale per eccellenza e trasmettendo poi tutto il suo sapere e la sua esperienza alle nuove generazioni. Un professionista a tutto tondo, con una carriera ultracinquantennale costellata di premi, soddisfazioni, interesse ma soprattutto tanto, tanto lavoro.

Classe 1942, Cresci oggi vive a Bergamo ma ha girato veramente tutto il mondo e respirato le ‘tante Italie’ dove si è trovato a stare, sia per motivi lavorativi che familiari che, ancor prima, di formazione e di studio. E pensare che tutto è partito da Chiavari, la città dove è nato agli inizi degli anni Quaranta e dove ha compiuto i suoi primi studi. Prima che la fotografia diventasse la sua professione, prima anche che scattasse la sua prima immagine. Prima ancora che Mario Cresci diventasse… Mario Cresci.

Oggi, l’illustre fotografo-artista (o ‘fotoartista’, come lo si voglia chiamare) ricorda quei tempi con un pizzico di nostalgia, in questa intervista concessa a ‘Piazza Levante’ che fa il paio con quella pubblicata pochi giorni fa a Franco Lecca, direttore della fotografia e tra le grandi firme del cinema italiano. “Ricordi? Risalgono a moltissimi anni fa – racconta Cresci – Sono nato nel 1942, quindi la mia memoria risale sino agli inizi degli anni Cinquanta”.

Che Chiavari era?
“Dopo le scuole elementari, andai a frequentare la Scuola d’Arte, il cui preside di allora era Virginio Della Rovere. È stato un momento importantissimo nella mia formazione. Studiavamo sì le varie arti, ma le mettevamo anche in pratica attraverso dei laboratori, specialmente al pomeriggio. Era una scuola del fare, oltre che dell’apprendere. Ricordo con particolare affetto il laboratorio di ebanistica, dove ti veniva insegnato come si realizzavano le sedie superleggere che poi sono diventate un marchio di questo territorio. Ma, in quel tempo, mi piacevano moltissimo pure il disegno e la pittura”.

Eravate giovani e pieni di speranze.
“Mi ricordo le ‘scorribande’ al Defilla e nelle altre pasticcerie della città. E poi le partite di calcio all’oratorio, nel centro della città. L’attività religiosa era intensa, a quei tempi, ma sempre molto collegata all’attività sportiva. Vivevamo in un bell’ambiente, sano e protetto. Io stavo proprio sotto ai portici, vicino alla piazza centrale. Lì ho conosciuto tanti miei amici, tra cui Franco Lecca e Luigi Grande. Grande frequentò poi insieme a me il liceo artistico. Ci spostammo a Genova e, da quel momento, il mio rapporto con Chiavari si diradò”.

A Chiavari, però, ci fu il suo primo contatto con il mondo della fotografia.
“Sì, è vero. Fu a una mostra sui campi di concentramento, che a quei tempi era stata organizzata in città dal Partito Comunista. Il mio primo impatto con la fotografia fu abbastanza forte, perché le immagini di quegli orrori mi entrarono dentro come un pugno nello stomaco. Ancora non sapevo che avrei intrapreso quella strada, che quella sarebbe stata la mia professione. Mi interessava molto di più l’arte. Nel frattempo, a Chiavari avevo già fatto un sacco di lavori, anche per dare una mano in famiglia. Mio padre faceva l’assicuratore, non è che navigassimo nell’oro. Io avevo fatto il ceramista, mi ero occupato di commercio di vini, e poi mi ero messo a fare un’attività che mi piaceva moltissimo”.

Quale?
“Vicino al ‘Caruggio dritu’ c’era la bottega di un tal Elio Tinelli, che di professione faceva il cartellonista. Realizzava, cioè, le insegne dei negozi completamente a mano. Era in grado di tracciare un cerchio perfetto, a mano libera. Era precisissimo e bravissimo. Mi misi a seguirlo e a fare quello che faceva lui. Qui sviluppai il mio interesse per la grafica. Stavano nascendo proprio a Chiavari le mie grandi passioni. Poi, mi iscrissi a Genova al liceo artistico e, per un po’ di tempo, frequentai Santa Margherita, dove viveva mia madre. A Chiavari tornavo saltuariamente, per incontrare i miei amici. Tra di loro, c’erano Luiso Sturla, il pittore, e Benedetto Resio, l’architetto che ha realizzato, ad esempio, il grattacielo di Lavagna. Mi piacerebbe molto tornare a Chiavari e magari reincontrare Luiso Sturla. Amavo andare da lui, per vederlo dipingere”.

Dopo Genova, si spostò a Venezia.
“Qui perfezionai i miei studi. Poi andai a lavorare a Milano, ad esempio con Gae Aulenti. Poi a Parigi, per un’agenzia di pubblicità che si chiamava ‘Mafià’. Poi a Roma e, infine, per vent’anni nel Sud Italia”.

Che rapporto ha con il Sud Italia? Mentre molte persone salivano al Nord, lei era sceso al Sud.
“Per certi versi, avevo fatto il percorso contrario. Io al Sud mi sono trovato benissimo. Certo, era molto diverso dalla Liguria. Ho vissuto per vent’anni a Matera ed è stato proprio qui che ho iniziato a sperimentare la mia fotografia, contaminandola con l’arte e con la grafica. Avevo aperto una piccola attività di fotografia e grafica, una delle prime nel Sud Italia, lavorando con numerosi enti locali. Il mio era un approccio diverso, dal momento che conoscevo sia l’arte che l’artigianato. Poi, ho sempre cercato di raccontare a modo mio. Ho sempre concepito la fotografia non tanto come l’arte del reale, ma come l’arte dell’espressione personale. Io sentivo di avere dentro di me varie anime, avendo conosciuto sia quella industriale del Nord che quella contadina del Sud. Insieme ad altri colleghi, fondammo lo studio ‘Il Politecnico’: fu una grandissima esperienza, perché applicammo la fotografia anche al contesto sociale e antropologico, non soltanto a quello della narrazione. Io volli subito coniugare i due mondi, quello della fotografia e quello dell’arte. Volevo cercare di raccontare gli altri, le persone, ma con un punto di vista differente”.

A fine anni Novanta, si trasferì a Bergamo, dove vive tuttora.
“Per questo dico sempre, scherzando, che sono un doppio immigrato. Nella mia carriera una grande parte è stata dedicata all’insegnamento. Sono stato docente alla Scuola politecnica di design di Milano, all’Università di Napoli e di Parma, all’Istituto superiore per le industrie artistiche di Urbino, all’Accademia di Brera. Ai ragazzi ho sempre detto che per lavorare bene bisogna andare sui luoghi, stare lì e conoscere il contesto. Nella fotografia ci sono due livelli: quello teorico e quello pratico. La conoscenza dei luoghi da fotografare è fondamentale. Il progetto nasce proprio dentro alla situazione in cui ci troviamo. Rispetto alla pittura, la fotografia ha sempre un referente, che va reinterpretato con lo sguardo. Io ho sempre scattato moltissimo, avendo una visione molto cinematografica della fotografia. Ho sempre amato le foto in sequenza. E non sono assolutamente d’accordo con chi sostiene che la fotografia è la trasposizione del reale. Al contrario, secondo me, è il più potente mezzo di alterazione della realtà”.

Ma rispetto all’arte, alla pittura e alla scultura, la foto è un genere minore?
“Ci sono stati talmente tanti grandi maestri che direi proprio di no. La fotografia è arte a tutti gli effetti. Anche per questo io l’ho sempre contaminata parecchio. Abbiamo fatto un bel minestrone, mettendoci dentro anche il pesto!”.

Lavora in digitale o in analogico?
“Tutti e due. Ma soprattutto digitale. La camera oscura di un tempo è diventata camera chiara. Dopo un’ora puoi avere un pannello già pronto, i vantaggi sono parecchi rispetto al passato. E non bisogna più maneggiare tutti quegli acidi così tossici”.

La sua attività prosegue. Prossimi progetti?
“Ho in programma una mostra a New York, nei prossimi mesi, dove sarò portato dalla galleria Materia di Roma. Un’altra esposizione è prevista proprio a Roma. Intanto, sta uscendo il mio libro di grafiche e fotografie: s’intitola ‘Segni migranti’ ed è pubblicato dall’editore Postcart. In oltre seicento pagine, è raccolta gran parte del mio lavoro. Una bellissima soddisfazione”.

Ti potrebbe interessare anche