Home Attualità Craxi e il duello a sinistra: lui aveva ragione e i comunisti torto marcio

Craxi e il duello a sinistra: lui aveva ragione e i comunisti torto marcio

da Alberto Bruzzone

di ANTONIO GOZZI *

Il 19 gennaio di venti anni fa moriva nella sua casa di Hammamet Bettino Craxi. L’ennesima crisi cardiaca non aveva dato scampo e aveva vinto per sempre la fibra di un uomo debilitato da tempo da un gravissimo diabete e da un cancro ad un rene mal curato e male operato in Tunisia.

Non si era riusciti a curarlo in Italia perché nonostante l’ipotesi di un corridoio umanitario proposta dall’allora Presidente del consiglio Massimo D’Alema, condivisa dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e  sostenuta dal Vaticano, l’inflessibile capo della procura della Repubblica di Milano Saverio Borrelli si era opposto in ogni modo all’idea, sostenendo che se Craxi tornava in Italia prima veniva arrestato e poi curato.

Bettino disse fino alla fine che per lui la libertà equivaleva alla vita, e coerente a ciò decise di morire e di essere sepolto nell’amica terra tunisina.

Il ventennale della scomparsa di Craxi, anche grazie all’uscita del film di Gianni Amelio, ‘Hammamet’, e del libro di Marcello Sorgi ‘Presunto colpevole’ per Einaudi,  ha finalmente riaperto il dibattito e la riflessione sulla vicenda e sulla figura del leader socialista.

Per molto tempo (e qualcuno ancora ci prova, ma è ormai in minoranza) si è cercato di rappresentare la storia anche politica di Craxi esclusivamente in chiave giudiziaria come quella di un uomo corrotto e colpevole di cui in definitiva non valeva la pena di riferire altro. Bettino in base a questa visione non era quindi un esule ma un latitante; le sue colpe non erano di finanziamento illegale o irregolare al partito ma di arricchimento personale; persino la vicenda di Sigonella, rappresentativa di una visione alta e importante della politica estera italiana, veniva e ancora viene da qualcuno rappresentata come un indegno appoggio al terrorismo internazionale.

A me interessa riflettere e far riflettere soprattutto i giovani sulla vicenda politica di Craxi. Una vicenda enormemente importante per l’Italia e per la sinistra italiana, tanto da indurre nel primo decennale della morte il Presidente della Repubblica di allora, Giorgio Napolitano, a scrivere una lunga lettera alla vedova Anna nella quale riteneva doveroso ricordare la vita e l’azione del leader socialista. 

Vi sono in quella lettera passaggi significativi, pensati e ripensati certamente, nei quali Napolitano riconosce “l’importanza del contributo e dell’impronta non cancellabile lasciata da Craxi, in un complesso di luci e ombre, nella vita del nostro Stato”. E ancora: “…non può venire sacrificata al solo discorso sulle responsabilità sanzionate per via giudiziaria la considerazione complessiva della sua figura di leader e di uomo di Governo impegnato nella guida dell’Esecutivo e nella rappresentanza dell’Italia nel consesso internazionale”.

Vorrei ritornare e soffermarmi su due questioni che mi sono parse e mi paiono le più importanti tra le tante lasciate in eredità dagli anni di Craxi come leader del PSI e Primo Ministro della Repubblica, il confronto a sinistra e la politica estera. 

La prima questione, il confronto a sinistra, riguarda la modernità dell’idea di un socialismo riformista e liberale come  ispiratore di un’azione economica, sociale ed istituzionale di governo. 

Per decenni la sinistra italiana era stata egemonizzata dal PCI. Fino al 1968, anno dell’invasione dei carri armati sovietici a Praga per reprimere nel sangue quella ‘primavera’, il più grande partito comunista dell’Occidente era stato completamente appiattito sulle posizioni dell’URSS. Solo a partire da quei tragici fatti il PCI aveva avviato un ambiguo processo di revisione e cambiamento in senso democratico, che comunque fino alla caduta del Muro di Berlino e alla dissoluzione dell’Unione Sovietica non aveva prodotto né il cambiamento del nome né l’interruzione del flusso di finanziamenti occulti, sotto varie forme, di Mosca alle Botteghe Oscure (sede nazionale del PCI a Roma).

I socialisti italiani già dal 1956 (anno dell’invasione dei carri armati russi in Ungheria, sempre per reprimere nel sangue un governo legittimo) si erano staccati dall’unità di azione con il PCI, e all’inizio degli anni Sessanta provarono la strada dei governi di centro-sinistra con la DC e gli altri partiti di centro. Quell’ingresso dei socialisti al Governo, nonostante importanti riforme come la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la scuola dell’obbligo, le Regioni, la riforma sanitaria, lo Statuto dei diritti dei lavoratori ecc, venne criminalizzato dal PCI come un tradimento della classe operaia. Venne totalmente disconosciuta dai comunisti un’elaborazione politica e culturale di primissimo livello che accompagnò gli anni del centrosinistra e che segnò la straordinaria crescita economica, sociale e civile del Paese.

Nonostante questi indubbi meriti, a sinistra i socialisti venivano guardati con sospetto, spesso dileggiati e calunniati e comunque solo tollerati nel sindacato, nelle amministrazioni locali e nelle organizzazioni culturali egemonizzate dalla presenza comunista, e solo se adottavano un comportamento gregario e di supporto alla forza egemone.

Con l’elezione di Bettino Craxi alla segreteria del Partito Socialista Italiano nel 1976, dopo un risultato elettorale disastroso (sotto il 10%, il minimo storico per i socialisti dalla nascita della Repubblica), le cose cambiarono radicalmente.

Craxi fece capire ai socialisti italiani che la sinistra europea maggioritaria era una sinistra socialdemocratica e non marxista-leninista, ne sviluppò i filoni culturali non marxisti, proudhoniani, fabiani e liberalsocialisti, rivendicò l’originalità e il valore della tradizione autonomista (autonomia dai comunisti) della corrente nenniana da cui proveniva. Corrente per lungo tempo minoritaria e negletta nel PSI condizionato fino ad allora da uno straordinario complesso di inferiorità nei confronti del PCI.

Craxi insegnò ai socialisti italiani la loro storia riformista, da Turati in avanti, il confronto duro e sempiterno con i massimalisti, l’orgoglio di essere autonomi e dalla parte giusta della storia. Riconobbe che Saragat con la sua scissione socialdemocratica era nel giusto e che occorreva recuperare il tempo perduto così da sottrarre la sinistra italiana all’influenza di un’ideologia condannata e perdente.

Ha fatto bene Pierluigi Battista a ricordare recentemente sul Corriere della Sera che ancora nell’Italia degli anni Settanta e Ottanta la parola ‘riformista’ era, per una sinistra a maggioranza comunista, quasi una parolaccia. Per il PCI ‘riformista’ era uno strappo troppo brusco, inaccettabile per una base che non aveva il coraggio di ammetterlo in pubblico ma che in cuor suo continuava a ritenere i regimi comunisti e il modello sovietico migliori delle democrazie occidentali e di mercato.

Solo con molto ritardo e con un’esasperante lentezza Berlinguer (ancora oggi icona indimenticata degli eredi di quella tradizione politica) riuscì ad affermare nel 1981, a pochi anni dalla caduta del Muro di Berlino e dell’Unione Sovietica, che “….la spinta propulsiva dell’URSS si era esaurita….”. Tali lentezze e titubanze, probabilmente, non erano solo timore di incomprensione da parte della base comunista ma anche il portato e il condizionamento dei legami economici e dei finanziamenti occulti, che legavano inscindibilmente il PCI all’URSS e agli altri Paesi dell’Est europeo: legami, finanziamenti e condizionamenti su cui nessun magistrato italiano ha mai voluto seriamente indagare.

Craxi ‘bestemmiò in chiesa’ e attaccò senza timore e senza pietà queste contraddizioni e queste ambiguità.

Prima come Segretario del PSI e poi, dal 1983, come Presidente del Consiglio e primo premier socialista, tracciò una linea univoca capace di collocare senza indugi e senza ambiguità il Partito e la sinistra socialista italiana nella grande famiglia delle socialdemocrazie occidentali. Sostenne il dissenso sovietico e degli altri Paesi dell’Est, fece eleggere nelle file socialiste intellettuali e politici dissidenti come il ceco Jiri Pelikan. Guardò con grande interesse alla sinistra cattolica non attratta dal PCI, specie quella sindacale: la lunga collaborazione con Pierre Carniti, storico leader della CISL, consentì ai riformisti italiani dentro e fuori il sindacato di vincere il referendum sulla scala mobile, che ridusse  drasticamente l’inflazione monstre che si stava mangiando l’economia del nostro paese e vide prevalere tutte le componenti non comuniste nei sindacati. 

Anche quella vittoria contro il PCI e la maggioranza comunista della CGIL alimentò intorno alla figura di Bettino Craxi un’atmosfera di ostilità e di odio ideologico. Alle feste dell’Unità si serviva la ‘trippa alla Bettino’ e iniziò a farsi strada la leggenda nera di un Craxi colpevole di aver sottoposto la nobile e gloriosa tradizione del socialismo italiano (quello succube ai comunisti) a una mostruosa ‘mutazione genetica’.

Per i comunisti era insopportabile che qualcuno, a sinistra, ne contestasse l’egemonia.

Le riflessioni che Craxi fece sulle esperienze socialiste al Governo della Repubblica, prima quelle del centrosinistra negli anni Sessanta, poi quelle come premier di un governo di pentapartito, lo convinsero che per “governare il cambiamento” (bellissimo slogan della propaganda socialista dell’inizio degli anni Ottanta) serviva una democrazia efficiente, una democrazia “governante”, come diceva lui, e che per averla era necessario avviare senza indugio una grande campagna di riforme istituzionali.

Il vecchio Nenni dopo la sua esperienza di governo degli anni Sessanta aveva detto che credeva di essere entrato nella stanza dei bottoni ma aveva scoperto che in realtà la stanza dei bottoni non c’era. La premiership aveva invece consentito a Craxi negli anni Ottanta di marcare di più la sua azione di governo, ma Bettino si era reso conto che la necessità di modernizzazione e la velocità dei cambiamenti in atto richiedevano, per mantenere l’Italia tra le grandi nazioni del mondo, ben altra efficienza ed efficacia decisionale di quelle consentite da un vecchio assetto istituzionale che solo lui sembrava voler innovare.

Il solo evocare da parte di un Presidente del Consiglio socialista l’ineludibile necessità di una democrazia efficiente e governante scatenò una battaglia senza quartiere che vide impegnata tutta la sinistra di ispirazione comunista, le sue organizzazioni, i suoi media, i suoi intellettuali o presunti tali, che rappresentò Craxi come ispirato e guidato da un autoritarismo irriducibile. Forattini iniziò a rappresentare Craxi dalle vignette di Repubblica vestito con gli stivaloni e la camicia nera come Mussolini, Berlinguer nel 1984 lo definì “…pericoloso per la democrazia…”, qualcuno incominciò a dire ‘Bettino fascista’, lui figlio di una famiglia di antifascisti, suo padre Vittorio prefetto di Milano della Liberazione!!!

Ciò che colpisce ancora oggi di quel duello a sinistra è che Craxi aveva ragione e i comunisti torto marcio.

La modernità del pensiero liberalsocialista, la teoria dei meriti e dei bisogni di Rawl fatta propria dai socialisti alla conferenza programmatica di Rimini del 1982, il sostegno all’innovazione e al made in Italy, il sostegno a un capitalismo industriale e non finanziario, costituiscono pietre miliari a cui ancora oggi facciamo riferimento.

Craxi aveva ragione ma nessuno ha mai avuto il coraggio di dirlo, perché si preferì cancellare quella scomoda modernità sotto la valanga giudiziaria e perché l’egemonia fu assunta non dal Parlamento liberamente eletto, ma dal partito dell’accanimento mediatico-giudiziario che ha condizionato la politica italiana per decenni e che ancora oggi fa i suoi danni (vedi l’obbrobrio della prescrizione perpetua).

L’altra grande questione sulla quale mi vorrei soffermare brevemente è quella della politica estera di Craxi.

In un momento di confusione e di debolezza della presenza internazionale dell’Italia e della sua politica estera come l’attuale, è inevitabile ricordare come Craxi ebbe ragione e forza anche in questo campo e seppe condurre l’Italia sulla giusta strada di una presenza e di una leadership mediterranea permeata di valori e attenta agli interessi vitali del Paese.

I valori erano quelli del consesso europeo e occidentale, primo fra tutti il diritto di Israele ad esistere come stato, ma contemporaneamente quelli del dialogo con tutti gli stati arabi e africani e del sostegno alla causa di uno stato palestinese. Gli interessi erano quelli economici dell’Italia, in primis l’approvvigionamento energetico, ma anche le nostre esportazioni sempre più importanti nei paesi arabi e africani.

Quella posizione di equilibrio dialogante e di tutela degli interessi nazionali nel mediterraneo, sempre esistita alla Farnesina almeno dai tempi di Moro e di Nenni, non impedì a Bettino di prendere decisioni difficili ma importantissime come lo schieramento a Comiso dei missili americani di teatro Pershing e Cruise in risposta allo schieramento degli SS-20 sovietici contro l’Europa.

Secondo alcuni storici quella decisione sofferta, ma che convinse anche il cancelliere socialdemocratico tedesco Helmut Schmidt a fare altrettanto in Germania, fu determinante per il crollo dell’Unione Sovietica e del muro di Berlino.

Ma anche in quel caso la sinistra comunista nascosta sotto le bandiere arcobaleno delle manifestazioni pacifiste (largamente finanziate da Mosca come si scoprì più tardi) inveiva contro Craxi definendolo guerrafondaio e fascista.

E qui ritorniamo e concludiamo con il duello a sinistra.

Quando D’Alema divenne Presidente del Consiglio all’inizio degli anni Novanta, qualcuno disse che si trattava del primo uomo di sinistra a Palazzo Chigi.

Era un errore o forse una menzogna deliberata volta alla damnatio memoriae di Bettino Craxi, leader di una sinistra occidentale, riformista, liberale e moderna ma senza soggezione del potere incontrollato del mercato, dei poteri forti e del capitalismo finanziario che, da vecchio socialista, non amava e di cui non si fidava.

Se è vera la storia che emerge nel libro di Marcello Sorgi di un Cuccia che va chiedere a Bettino di mettersi a capo di un rivolgimento neocapitalista modernizzante ma fondamentalmente volto a ridimensionare la politica e ne ottiene un rifiuto, si ha la conferma della scuola democratica che sempre ispirò l’azione politica di Craxi. Altro che pericolo per la democrazia…

(* Antonio Gozzi, iscritto giovanissimo alla Federazione Giovanile Socialista, è stato Segretario Regionale del PSI della Liguria dal 1991 al 1994 e membro del Comitato Centrale del PSI negli stessi anni)

Ti potrebbe interessare anche