Home Attualità L’anno che verrà: riflessioni e speranze di un economista non più giovane

L’anno che verrà: riflessioni e speranze di un economista non più giovane

da Alberto Bruzzone

La progressione degli anni Duemila nell’elaborazione grafica curata da Danilo Rizzuti

di ANTONIO GOZZI

Quando i lettori di ‘Piazza Levante’ leggeranno queste righe saremo già nel 2020. L’anno che verrà si presta, per un foglio glocal come il nostro, a una riflessione sul futuro. Il 2020 infatti è un po’ simbolico: come conclusione del primo ventennio del nuovo secolo, con un bilancio di ciò che è avvenuto nel mondo in questo periodo, ma soprattutto perché ci fa pensare a ciò che abbiamo davanti e che avverrà per noi e per le giovani generazioni.

Come sarà allora il 2020?

Certamente non un anno bellissimo come doveva essere il 2019 secondo l’insipienza (che certamente non si è mai perdonato) del premier Conte, che quando pronunciò l’infelice frase non era ancora uno statista, ma il notaio del governo giallo-verde Di Maio-Salvini.

Certamente si può dire, senza tema di smentite, che l’epoca che stiamo vivendo si presenta all’insegna dell’incertezza più spinta e non solo in Italia.

Antichi equilibri e centralità non esistono più, in particolare la centralità occidentale e ancor più quella europea. Altri mondi, primo fra tutti quello asiatico, si impongono nello scenario internazionale alimentando nuove confrontation come quella Usa-Cina, che sta tenendo l’economia internazionale con il fiato sospeso per le guerre commerciali e protezionistiche. Proprio queste negli ultimi anni hanno rallentato i ritmi della globalizzazione, ridotto i flussi del commercio internazionale, contenuto la crescita.

Grazie alla mia avventura professionale (negli ultimi 25 anni sono stato alla testa di un grande gruppo internazionale) ho avuto la fortuna di avere un punto di osservazione privilegiato perché macroeconomico e globale. Ho avuto anche la fortuna di arrivare all’attività manageriale da economista e professore universitario e quindi con un bagaglio culturale, di strumenti interpretativi e di curiosità che mi hanno aiutato e guidato nella lettura della realtà e delle sue gigantesche trasformazioni.

Negli ultimi trenta anni ho osservato e vissuto un periodo di straordinaria crescita del mondo in cui sviluppo e ricchezza si sono estesi ad aree fino ad allora escluse. Accanto alla cosiddetta ‘triade’ (Usa, Europa e Giappone) si sono affacciati sulla scena internazionale nuovi paesi e nuove economie: Cina, Corea, India, Brasile, paesi del Golfo, Russia, Turchia, Indonesia, Vietnam ecc. La Cina in particolare ha marcato una crescita straordinaria per dimensione e velocità mai viste prima nella storia della terra.

Si è trattato di un periodo in cui lo sviluppo si è diffuso su scala globale, togliendo dalla miseria e dalla fame miliardi di persone, riducendo drasticamente la mortalità infantile e l’analfabetismo, consentendo all’umanità, o almeno a una grandissima sua parte, di interconnettersi e di conoscersi.

Tale crescita è stata possibile solo grazie all’affermarsi del libero scambio, del commercio internazionale, dei traffici marittimi a livelli mai conosciuti prima.

C’è stata anzi un’identificazione tra crescita e sviluppo e apertura dei mercati con l’affermarsi nel mondo, o in larga parte di esso, dei valori della civiltà occidentale in termini di diffusione di modelli economici, politici, giuridici e di consumi.

La ‘religione civile’ della transizione al mercato e alla democrazia e l’egemonia culturale e politica liberale, maturata negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, hanno permeato la storia del globo degli ultimi trenta anni. Coerentemente a questo impianto, divenuto quasi ideologia, l’ordine mondiale ha avuto fino a ieri un chiaro assetto multilaterale incentrato sulla proliferazione di organismi internazionali (ONU, Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Unione Europea ecc.) e di accordi economici e politici atti a promuovere e favorire il libero scambio.

Coerentemente al principio che “…quando si commercia non si spara…” il mondo ha conosciuto un periodo di relativa tranquillità, sia pure punteggiato da conflitti locali mai assurti a livello di crisi globale.

Ma nulla è eterno nella storia e venendo ai giorni nostri e a quello che ci aspetta il quadro è rapidamente e drasticamente cambiato.

Soprattutto nei paesi occidentali (Usa ed Europa) gli effetti della globalizzazione, reali o percepiti, hanno colpito vasti strati della popolazione, la parte più povera e meno tutelata. Gli eccessi liberisti e finanziari delle concentrazioni capitalistiche e delle burocrazie e tecnocrazie al potere hanno generato un vero e proprio terremoto politico rappresentato dalla proliferazione di populismi e sovranismi di ogni sorta e dalla generalizzata contestazione dell’ordine economico liberoscambista e multilaterale.

Come spesso è avvenuto nella storia le crisi, vere o percepite come tali, hanno generato paure, pessimismo, spinte protezionistiche, dazi, guerre commerciali.

I sovranisti hanno cavalcato queste paure (si pensi a quelle generate da flussi immigratori incontrollati) e nella loro battaglia retrò sono stati sostenuti dai vasti strati di popolazione colpiti dalla globalizzazione. Emblematico al riguardo il forte appoggio dato a Trump dagli operai siderurgici americani o le fortissime adesioni alla Lega provenienti dagli operai iscritti alla Fiom in Lombardia. I sovranisti e i populisti hanno considerato il multilateralismo e i suoi organismi come un esercizio lento, defaticante, inefficace e alla fine inutile e sono tornati a riproporre la durezza dei rapporti bilaterali tra le nazioni.

In questo quadro così profondamente modificato la sinistra occidentale, incapace di mantenere il suo insediamento sociale nella classe operaia e nei ceti medi produttivi, priva di un’agenda politica rinnovata ed efficace, si è ritrovata immersa nell’insignificanza e nella confusione.

Vi si registrano, in particolare, due impostazioni distinte: il cosiddetto ‘green new deal’ che è l’impostazione socio-economica della sinistra americana che nel 2020 sfiderà il programma conservatore di Trump; e l’altro importante programma, quello del sinistrismo radicale e conservatore del Labour di Jeremy Corbin, che ha conosciuto la disfatta nelle elezioni inglesi del 12 dicembre 2019.

È stato giustamente rilevato che si tratta di due indirizzi distinti e, almeno in parte, divergenti, su cui paiono divaricarsi identità programmatiche della sinistra nel mondo: focus sull’ambiente e l’innovazione o sulle diseguaglianze, la redistribuzione, il welfare.

I due programmi pur distinti nel linguaggio e negli obiettivi hanno un limite comune: la difficoltà a tradursi in una credibile, convincente, costruttiva agenda di governo. Entrambe le impostazioni sembrano segnate da limiti concettuali e programmatici invalidanti: forte incidenza della spesa pubblica e alta tassazione, esattamente il contrario di ciò che si deve fare in Paesi già ad altissimo debito e ad altissima tassazione come l’Italia.

Come si fa a recuperare consenso nei ceti popolari colpiti dalla globalizzazione, arrabbiati per la scarsa tutela da parte dei governanti, colpiti da sottoccupazione o disoccupazione quando il green new deal, al di là dei proclami, spesso si presenta come un messaggio no-business, incapace di mobilitare capitali privati e ostile alla crescita?

La vicenda italiana attuale si presenta per certi aspetti come simbolica di questa confusione. Le convulsioni dell’ultima manovra finanziaria e le repentine marce indietro su sugar tax, sulla tassa sulla plastica, sulla tassa sulle auto aziendali, tutte misure capaci di mettere in crisi vasti settori dell’industria nazionale (primo fra tutti quello del packaging in Emilia, dove si vota tra 20 giorni e che dà da lavorare a decine di migliaia di persone), dimostrano quanto sia difficile per la sinistra oggi coniugare slogan e governo. Che messaggio si è dato con quelle misure improvvisate e poi ritirate? Che occuparsi di ambiente vuol dire in definitiva mettere nuove tasse e essere contro all’industria.

La rivolta dei gilets jaunes non ancora terminata in Francia e capace di mettere in crisi anche il prestigio del più importante giovane leader europeo Macron, nasce da una clamorosa sottovalutazione dell’effetto devastante sulla mobilità dei francesi che non abitano nelle grandi città di una nuova tassa ecologica sui carburanti.

Così come sembrano funzionare poco e male anche misure di welfare estremo. Lo si è visto in Italia con il reddito di cittadinanza, misura suprema del welfare assistenziale grillino. Dopo quella misura, che non sembra proprio aver abolito la povertà, i voti del M5S si sono dimezzati.

Ciò detto però bisogna continuare ad essere ottimisti e positivi. Ottimismo e positività, fiducia nel futuro e nella capacità dell’uomo sono esattamente ciò che in larga misura manca nel pensiero di oggi.

Nonostante tutte le difficoltà viviamo comunque nell’era della storia in cui il progresso e lo sviluppo hanno accelerato di più coinvolgendo la maggior parte della popolazione mondiale. Siamo probabilmente alla vigilia di una rivoluzione tecnologica, quella dell’intelligenza artificiale, che cambierà radicalmente le nostre economie e le nostre industrie, generando nuove competenze e nuove attività che sostituiranno le vecchie con saldi occupazionali complessivamente positivi.

Si attiveranno nuovi flussi di scambi internazionali e le nuove condizioni del mondo create dalla prossima rivoluzione tecnologica, se si supereranno chiusure anacronistiche e protezionismi dannosi per tutti, genereranno nuove relazioni commerciali e culturali di cui anche l’Occidente e l’Italia beneficeranno.

Il libero scambio però, il nuovo libero scambio dell’era digitale, non dovrà e non potrà dimenticarsi dei più deboli e indifesi perché come si è visto così facendo uccide se stesso.

Anche il tema dell’ambiente e del cambiamento climatico saranno impattati positivamente dalla rivoluzione tecnologica. Per questo è sbagliato trasformare la questione in un piagnisteo millenaristico sulla decrescita o addirittura sulla fine del mondo. Al contrario la questione ambientale e climatica deve essere declinata con realismo, senza isterismi, con la convinzione che competenze, innovazione, ricerca scientifica possano aiutare santa madre terra e i suoi abitanti a proteggere se stessi e prosperare.

E poi…. L’Entella è quarta in classifica!!!!

Buon 2020 a tutti!!!!!!

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