Il Gran Caffè Tritone di Sestri nella lista dei locali storici d’Italia
Aziende in vetrina, Economia, Sestri Levante

Il Gran Caffè Tritone di Sestri nella lista dei locali storici d’Italia

di DANILO SANGUINETI

Il Tritone eponimo c’è sempre, se ne sta un po’ in disparte, al centro di un medaglione sul muro laterale del Gran Caffè, quasi infastidito dal trambusto e dai luccichii, eccessivi per uno abituato alle profondità marine o, nella peggiore delle ipotesi, all’elegante e rilassato brusio che 73 anni orsono accompagnò la sua emersione al centro del lungomare Descalzo. È dal 1946 che veglia sull’ampio locale, due piani incastonati in uno spazio triangolare che chiude come una quinta di grande effetto quello che una volta era il palcoscenico della vita mondana sestrese: alla sua destra il Grande Albergo, prospiciente l’Hotel Nettuno, casa madre anzi padre – se vogliamo rispettare la genealogia mitologica – del Gran Caffè. Le raffinate relazioni rimandano a un’epoca dove si costruiva con gusto sicuro e si arredava meglio. Non è fortuna, ma è grazie alla lungimiranza della famiglia che possiede i muri (Rossignotti) e la passione di quella che lo gestisce dall’inizio del millennio (Bregante-Vernengo) se il vecchio Gran Caffè Tritone si appresta a entrare nella lista dei locali storici italiani. Nei mesi scorsi ha superato gli esami della commissione che ha constatato come il vecchio caffè dallo stile anni Quaranta (una crasi tra razionalismo e ‘telefoni bianchi’) abbia le carte in regola: tiene botta con i bar più ‘in’ e ha un look che gli consente di non sfigurare nel confronto con le botteghe del caffè e le mescite più rinomate della Penisola.

Posizionato in una location da favola, consente a chi si siede tra i suoi tavoli, al calduccio dietro le vetrine o al fresco nel dehors hollywoodiano, di osservare in posizione privilegiata la Baia, la passeggiata, la gente. Chiunque era sulla cresta dell’onda o aspirava a entrarci doveva essere lì a ordinare una granita.
Il Tritone ne ha viste di cotte e di crude nel lungo corso di 73 primavere (ed estati, inverni e autunno, dato che non chiude mai). La sala su doppio piano – una balconata che consente incontri più appartati e conversazioni ancora più rilassate – ha accolto non meno di sei generazioni, migliaia di avventori richiamati da ogni parte del Tigullio, della Liguria, d’Italia e non solo, dalla fama di un locale che era ‘stylish’ ancor prima che il termine fosse coniato. Un posto alla moda ma con i modi democratici: si dava ascolto al cliente in ciabatte da spiaggia come all’imprenditore con la ‘Lambo’ parcheggiata in bella vista nella strada antistante. E hanno trovato un seggio e una coppa, a volte di elitario champagne, spesso di prosaico gelato, prima i flaneurs, poi in sequenza i giovani meravigliosi delle varie epoche, dal teddy boy al paninaro, passando per hippie ed eskimi.

Era un locale storico senza bisogno di ricevere la certificazione. Che naturalmente, come ogni cosa nella quale c’entra l’italica burocrazia, ci mette una vita ad arrivare. È solo una e non certo la maggiore delle preoccupazioni con le quali si deve confrontare Pier Enrico Bregante, team leader del quintetto di soci (la consorte Anna Vernengo, la socia Elena Ferretti, il figlio Francesco e la moglie Olga Torre) che, dal 2001, gestisce il locale: “Ci teniamo a questo diploma ufficiale perché è un riconoscimento al lavoro fatto in questi 18 anni. Sin dal primo momento abbiamo concordato che l’aspetto così particolare del Tritone andava tutelato. Il bancone bar, i rosoni, gran parte della decorazione sono quelli originali. Adesso stiamo per procedere al restauro del pavimento originale in accordo con la proprietà. Un’opera di conservazione che ci piace venga apprezzata dalla clientela, almeno dalla parte di essa più avveduta”.

Eh sì, perché in questi tre lustri Bregante ha assistito a un mutazione quasi genetica: “Intanto è calato il volume di affari e sono cresciute le spese. Paghiamo cara l’occupazione del suolo pubblico e le varie tasse commerciali e comunali. Siamo in cinque impegnati a tempo pieno, più tre o quattro dipendenti per tenere aperto dodici mesi l’anno, sei giorni alla settimana sempre, dal mattino alla sera, e nella stagione turistica saltiamo anche il giorno di riposo, lunedì. Bisogna rimboccarsi le maniche perché il turismo degli anni Dieci non è quello del decennio precedente, a sua volta in calo drastico rispetto agli anni d’oro”.

Il sospetto che sia il solito ‘piangere miseria’ in cui i liguri eccellono viene scacciato da Pier Bregante con un lucido elenco di magagne: “Cerchi di offrire un prodotto di prima qualità al cliente – parlo dei nostri gelati, della pasticceria ma anche delle prime colazioni e dei pranzi freddi, che da parecchi anni abbiamo inserito nelle nostre offerte – una qualità che non scenda mai sotto un certo standard, anche nel servizio al tavolo come al bancone e vai incontro alle lamentele più disparate, dal prezzo al perché di certe ricette o alla formula di cocktail e bevande. Il fatto che possano gustarle seduti, in un ambiente unico, viene dato come scontato, già calcolato come l’iva sugli scontrini…”.

La stanchezza non è preludio alla resa. “A tenerci su è l’orgoglio di mandare avanti un pezzo di storia sestrese. E proviamo a rimboccarci le maniche per tenere alta la bandiera, Ci sono serate, soprattutto in estate, dove i commenti e i complimenti degli avventori, magari stranieri, che passano da qui per caso, entrano per curiosità e ne escono ammirati, sono un bel corroborante per il morale. Durante i mesi invernali, poi, ci sforziamo di inventarci qualcosa per rianimare una stagione che da alcuni anni è ‘morta’ per davvero. Mio figlio Francesco, appassionato enologo, propone nel corso di questo periodo diverse serate degustazione, incontri a tema su particolari tipi di vini o addirittura di annate speciali. E devo dire che questi 7-8 appuntamenti all’anno continuano ad avere grande successo”.
Si capisce che non getterà la spugna, al suo fianco Anna, Francesco, Olga, Elena. Il Tritone nell’angolo opposto occhieggia protettivo, dà un’occhiata al trompe l’oeil di che ha di fronte, una riproposizione della Primavera del Botticelli. Avrebbe voglia di suonare il corno fatto di conchiglia mentre balza fuori dalle spume del mare, ma si contiene. Non sarebbe in tono con lo stile della sala. Si concede rapido un sorriso e torna a fissare severo quei clienti che si dimenticano di dedicargli un’occhiata.

14 Novembre 2019